Marco Ercolani: le mura intorno (inedito)

 Marco Ercolani ha affidato alla Dimora del Tempo sospeso un suo libro inedito, scritto tra l’agosto 2018 e il settembre 2019, intitolato Le mura intorno. 

Per tre lunedì consecutivi pubblicheremo frammenti dal libro e poi, nella Biblioteca di Rebstein, l’opera completa.

Il mio dolente, magico Couperin. Ricordo i nomi dei pezzi preferiti: Le petit rien. La Muse Plantine. Les ombres errantes. La visionnaire. Les Barricades mystérieuses. Forse, quando inventava quei titoli, non sapeva fino a che punto, nei secoli a venire, sarebbero stati enigmatici. Suono, e non so mai cosa ne scaturirà. Dipende dalle variazioni del mio umore e dalle sue raffinate complessità. Un genio tedesco ti obbliga a contrappunti perfetti, a velocità esasperate, a prodigi tecnici. Con Couperin puoi nuotare anche lentamente. Far accadere sulla tastiera sonorità che soltanto secoli dopo, nella musica contemporanea, da Messiaen a Nono, saranno frutti nuovi. Tutto ciò che è nuovo arriva dall’antico: ascoltando L’amphibe, con la sua sospensione tonale e cromatica, immagino una barca che scivola sull’acqua di un lago portando una piccola bara bianca; sono sequenze impossibili da udire per il secolo di Couperin, ma esistono, come i madrigali di Monteverdi rendono reale la parola di Tasso. All’antico il nuovo paga sempre il suo debito: prima della musica che conosciamo, prima dei suoni che conosceremo, da Tallis a Sciarrino, io adoro Bill Evans e il suo Peace Piece. L’arte non è mai casuale. Evans inventa quella musica sul basso continuo della Berceuse di Chopin. Ricordo quando, ragazzo, suonavo frammenti di Berceuse, benché in modo imperfetto, e mia madre, che mi insegnò il pianoforte quando avevo dodici anni, sorrideva orgogliosa. Quel sorriso mi ha dato e tolto il mondo con infelice simultaneità. Adesso, solo adesso, riesco a ripensarla. A 86 anni imprecava, dal letto d’ospedale, intimandomi che non voleva essere operata: un cancro all’intestino, bene, muoio, basta così, bene così. Già ti ho fatto troppo male in questa mia troppo lunga vita.

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La cathédrale engloutie: un salire lento, dentro i flutti dell’oceano, i gradini di una scala; poi, alla fine, l’aria. Sentirsi esposti, rinati. Alla fine del preludio l’acqua ritorna e le note che hanno formato e plasmato la cattedrale svaniscono di nuovo in una scia lontana. Ma l’atto si è compiuto. Qualcuno è emerso dall’acqua che lo sommergeva, è tornato vivo. In Pas sur la neige chi ascolta è immerso in suoni ovattati, complici con il silenzio di una pianura innevata, come se nulla cambiasse o potesse cambiare. Alcune pause simulano la ripresa di uno slancio, ma tutto sprofonda, in un attimo, nello stesso silenzio a cui alludono, e alluderanno sempre, le note di Debussy, musicista di un tempo moderno irreparabilmente antico, alleato ma non complice di Proust.

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Leonardo aveva tracciato, nei disegni del Diluvio, gli appunti per un’arte futura che non fosse solo mentale architettura di forme. E Piero di Cosimo, con la sua predilezione per le crepe, gli sputi, le macchie, non aveva forse, da selvaggio eremita, anticipato l’arte del nostro tempo? E Alexander Cozens, con le sue macchie-foreste che stravolgono i contorni dei paesaggi? E le sagome cupe di certi cavalli del Pisanello, gli oscuri sentieri di Courbet, l’ombra solenne delle mele di Cézanne? Si esce con potenza dalle griglie della precisione. Renoir, dipingendo la campagna di Aix, ne fa un’ode amorosa alla luce e modella confini e colori in un movimento ininterrotto, senza farsi turbare, né qui né altrove, dall’ossessione della geometria. Più della luce celeste di Piero della Francesca o di Paolo Uccello, ecco la luce opaca, pietas e dignità, delle figure di Masaccio, i corpi tormentosi e appassionati del Mantegna, di cui saranno diretti eredi Rothko, con i suoi colori di soglia, e Tàpies, con le sue superfici violate.
L’arte contemporanea si è lasciata sedurre dagli alfabeti superficiali dell’astrattismo: ma nell’autentico astrattismo perturbante e decisiva è la vibrazione emotiva della materia pittorica. Fautrier, fra tutti. Scura e luminosa, oltraggiata e imperfetta, la sua materia è tragica perché suppone un corpo che vi si sia perduto, perché non dimentica mai che il quadro è anche una casa per il corpo, un oggetto per il tatto. Intanto, mentre rifletto e annoto, il treno si ferma. Un incidente ferroviario. Quella donna giovane ha un attacco di panico. Mi avvicino, la consiglio, la consolo. Ma davvero? Lei è uno psichiatra, meno male. Grazie. Grazie. Figuriamoci se conoscesse i miei pensieri sull’arte e le sue ombre. Non si fiderebbe più. La vita è uno scotòma continuo, una macchia cieca estesa da un punto all’altro della rètina.

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11 pensieri riguardo “Marco Ercolani: le mura intorno (inedito)”

  1. Soltanto un geniale “figlio dell’insonnia” come Marco Ercolani potrebbe trascorrere con profondità e acribia fra Leonardo, Bill Evans e altri miracoli. Grazie per questa condivisione!AP

  2. Grazie, Alessandra. E grazie a Francesco e Antonio per l’ospitalità a questo mio zibaldone di ricordi e di riflessioni, davvero “figlio dell’insonnia”.

  3. Marco Ercolani, che seguo da parecchio tempo, pratica con la sua penna, instancabilmente, fori di luce alla caverna platonica dove siamo relegati…credo sia questo il compito storico e astorico della poesia.

    1. Sentinella inquieta Marco Ercolani, con lucidità alla maniera di Artaud, Celan. Lo seguo da molti anni poiché poeta e scrittore dotato di porosità essenziale. Il “nero” della sua scrittura è come il nero del pittore Pierre Soulages: tutto racconta. Tutto, fuorché buio e basta.

  4. Grazie davvero, amici. Essere seguito nella mia monomania scribendi mi conforta. La voglia è sempre la stessa, negli anni: indagare gli intrichi che portano dalla notte al giorno. Ogni opera artistica è sempre luce dell’ombra, da ovunque la si guardi.

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