L’esplosione

Yves Bergeret

L’esplosione

(5 settembre 2019)

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

 

1

Nascosta nella polvere della pista
una mina ha ucciso otto di noi.
Le nostre falesie si drizzano.
Trascinando verso la luce cieca
metà delle loro radici.
L’altra metà è la parola,
noi e il miglio.
La parola, noi, il miglio: inestirpabili.

 

Cachée dans la poussière de la piste
une mine a tué huit d’entre nous.
Nos falaises se hérissent.
Tirant vers la lumière aveugle
la moitié de leurs racines.
L’autre moitié, c’est la parole,
nous et le mil.
Parole, nous, mil, indéracinables.

 

*

 

2

L’esplosione scaraventa i nostri corpi come barche.
contro i due scogli dello stretto.
Ma i due scogli dello stretto, le due zanne
della bocca incomprensibile
ringraziano anche loro le cantanti
che aprono buchi nella massa oscura
della morte, restituiscono i corpi alla vita.

 

Explosion projette nos corps comme des barques
contre les deux écueils du détroit.
Mais les deux écueils du détroit, les deux crocs
de la gueule incompréhensible
remercient eux aussi les chanteuses
qui ouvrent des trous dans la masse sombre
de la mort, rendent les corps à la vie.

 

*

 

3

Le falesie si piegano ancora di più.
Pezzi di roccia precipitano.
E’ proprio così, la parola
serra i pugni
quando il soffio dell’esplosione passa.
Ma il vento è il nostro straniero preferito
che viene a rispondere fin sull’orlo del baratro
in cima alle falesie,
a rianimare il cuore del racconto,
tutto ciò che l’esplosione offende, la nostra parola
chiara, il nostro sole di mezzanotte.

 

Les falaises se plient davantage.
Des pans de roche tombent.
C’est comme cela, la parole
serre les poings
quand le souffle de l’explosion passe.
Mais le vent est notre étranger préféré
qui vient répondre jusqu’au bord du vide
en haut des falaises,
remettre en vie le cœur du récit,
tout ce que l’explosion froisse, notre parole
claire, notre soleil de minuit.

 

Nel nord del Mali, devastato dal terrorismo islamista e da sanguinosi conflitti interetnici, si susseguono a un ritmo impressionante, nel silenzio assoluto dei mezzi di informazione, stragi di civili inermi. L’ultima in ordine di tempo risale al 2 settembre scorso: l’ennesimo autobus, carico di passeggeri, che salta in aria (almeno otto morti) su una mina accuratamente nascosta nella polvere e la sabbia che ricoprono l’unica strada asfaltata della regione.
Senza enfasi, senza facili e inutili frasi di circostanza, il poeta, che di quelle terre dove a lungo ha vissuto si sente figlio (“otto di noi”, “le nostre falesie”, “i nostri corpi”), fa sentire la sua voce, esprime il suo dolore senza rassegnazione e lo trasfigura nella memoria attonita e vigile dei “luoghi” teatro della tragedia. Le sue parole corrono sulle ali del vento (lo “straniero” più amato) come semi d’acqua in attesa della stagione delle piogge, si uniscono al coro delle donne anziane di Koyo (“les chanteuses”) che ogni notte “cantano-danzano” gli eventi della vita che inesorabile trascorre: per strapparli all’oblio, iscrivendoli per sempre sulla pelle nuda degli uomini e delle cose, delle sabbie e delle rocce: radici perenni, “inestirpabili”, dei giorni di domani. (fm)

 

***

 

L’uragano dopo l’alba

(28 agosto 2019)

 

1

L’uragano ha scelto la mia casa
per acclimatarsi.

L’ha scelta perché è una montagna.

Andiamo, vecchio mio,
tu non ti ambienterai mai.
E’ per questo che sono tuo figlio.

 

L’orage a choisi ma maison
pour s’acclimater.

Il l’a choisie parce qu’elle est une montagne.

Allez, vieux bougre,
tu ne t’acclimateras jamais.
C’est pourquoi je suis ton fils.

 

*

 

2

L’alba è arrivata
di soppiatto, senza una parola,
nemmeno il cancello del giardino ha cigolato.

Gli alberi, a loro volta, si sono un po’ abbassati
per passare sotto di lei
e andare a vedere la nostra montagna in basso,
violacea come il mare.

 

L’aube est arrivée
par le côté, sans un mot,
même la porte du jardin n’a pas grincé.

Les arbres à leur tour se sont juste un peu baissés
pour passer sous elle
et aller voir notre montagne en bas,
violette comme la mer.

 

*

 

3

Al tronco di una giovane quercia
si stringe l’eco (è una ragazza)
del tuono dietro la montagna.

Formica nelle rughe della corteccia,
grandine futura,
cresce come un corsaro
l’albero.

Un uragano
solleva le foglie della quercia
e le rovescia,
ma non si attraversa a ritroso
la porta dell’alba.

 

Au tronc du jeune chêne
s’enlace l’écho (c’est une fille)
du tonnerre derrière la montagne.

Fourmi aux rides de l’écorce,
grêlon futur,
grandit comme un corsaire
l’arbre.

Une bourrasque
rebrousse les feuilles du chêne
dans l’autre sens,
mais on ne refranchit pas
la porte de l’aube.

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