Frammenti di felicità terrena

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Giovanna Rosadini
Frammenti di felicità terrena
Faloppio (CO) Lietocolle 2019

……Il libro comprende, riordinandola, l’opera fin qui pubblicata da Giovanna Rosadini a partire dal 2008, quando uscì per le Edizioni di Atelier la raccolta Il sistema limbico. Non deve sfuggire l’eloquenza del viaggio, la sua irresistibile vitalità, in esso mostrate senza per un attimo venir meno la consistenza di quella “terra dei ricordi” che per la poetessa è da sempre suprema forza della lingua. Della propria materia psichica, intrecciata e fermentata alle leggi governanti i territori che l’hanno vista nascere e crescere. Se la poesia ha spesso origine dove i piedi provano a calcare terreni fertili e rispondenti a nervi vivi, qui siamo in presenza di luoghi per niente comuni, di orientamenti e fondali rimasti a lungo saldi.
……Rosadini, lungo le sue vicissitudini esistenziali, non ha mai combattuto l’essenza del ricordo, quando resta aderente alla pelle, per volontà inesausta e definizione geografica ricca di destini. Genova e Liguria in fondo sono archetipi fin troppo (almeno per un lungo periodo nel Novecento) dotati di fonti letterarie di prim’ordine e compiti assoluti da condividere con chi sente la parte migliore e liberatoria del sentimento poetico e creativo. Ma, a differenza di molti indigeni, Rosadini (uscendo dalle case genovesi) affronta il mare per attraversarlo, non solo per studiarne il limite o la frontiera oltre le calate e i moli. Esterina montaliana, sì, ma capace di nuotare a lungo e non solo di tuffarsi con bellissima agilità. I richiami d’oltreatlantico sono numerosi, il rettangolo di Central Park contiene altre e numerose avventure, traffici e incoerenze elettriche, destini corporali e olfattivi, odissee degne di cavalierati. Non a caso opera cardinale risulta Il numero completo dei giorni, libro del 2014 e qui ripreso nella sua interezza: l’affondo nella Torà ebraica ha carattere distintivo, segna anche temporalmente la continuità di una vita nonostante lo stacco di un evento drammatico. L’Antico Testamento muove un inizio (si potrebbe dir meglio, smuove) ai lati dei tempi oscuri, staccando le membrane sbiadite di lingue giunte a una fine forse imprevista. È lì che la spinta montaliana trova il suo potenziamento, quando la libertà del dettato diventa la terra promessa già intravista da Rosadini lungo gli anni dell’apprendistato, vissuti nelle vie strette e negli improvvisi slarghi, sempre chiusi da inferriate, prospicienti il porto. Poche nebbie o foschie, ma fumi e vapori di navi ferrose e talvolta corrose, bisognose di rigenerazioni così come ogni popolo deve rigenerarsi, anche nella lingua, dopo i dirupati sentieri. I giorni raccolti in quest’opera racchiudono il lavoro dell’artefice che in poesia sa narrare la propria identità, senza mai perdere di vista la fisionomia degli antenati, leggendari o meno, tramandati per innumerevoli vie. La cura del linguaggio, l’ansietà in esso, sono ben presenti senza scontentare lo sguardo.
……Le prove più recenti s’allargano in placidità lagunari, dove il battito esistenziale trova correnti più amiche, pesi alleviati dal sostentamento acquatico: è lì che trova spazio adeguato e propizio la libertà della prosa, e il racconto s’allarga fedele al ricordo e all’infanzia. I padri e le madri riescono così a parlare, a dispiegare i loro dialoghi. Rosadini può finalmente nominare i luoghi del tempo lieto, le carezze dei parchi e del lungomare che contengono le carezze degli avi. Il tempo è circolare, pochi riescono a riprenderne fili e cortesie nei loro scritti, ma in questo caso vengono in aiuto tutti gli odori dei quartieri, la concentrazione marina che è precisa e immanente fisionomia di una città. I legami di una vita tornano dagli ampi e misteriosi luoghi ebraici agli altrettanto misteriosi saliscendi genovesi, esattamente di fronte al Golfo geograficamente preciso di una città e di un’anima.

 

Testi

 

IN LIMINE

Non lasciare deserta la terra dei ricordi
dentro quel buio fermentato di nostalgia
si accendono bagliori di compiutezza
come quando, nel perfetto silenzio dei monti,
la neve scricchiolava sotto i piedi
o in acqua, al largo di un intenso blu
estivo, nuotavi intorno alla barca con i tuoi,
o il giorno che lei è arrivata, nella stanza
della clinica colorata dal tramonto,
in quattro ci siamo sentiti completi.
Sei stata felice, e non lo sapevi

 

***

 

da IL SISTEMA LIMBICO

Una ressa di falene intasa l’esofago
mentre arrivo all’appuntamento
impigliate in un buio remoto
cercano un varco per la luce
fronde già estive scoscendono il marciapiede
Central Park West
nel raro dei passanti chiusi nei loro profili
assorti sull’eco del traffico incrociato
da un punto interno all’ombelico
ramifica una mappa elettrica di vibrazioni
salda potenza che flette il selciato
e fende un tepore olfattivo presago.

*

Volo parallelo

Entriamo nell’alba come si entra
in un sapore già provato, nella familiarità
dolciastra e confortevole delle cose usate
molte volte, della loro disponibilità
arrendevole e necessaria. La notte
è stata breve, attraversata contromano:
ora siamo sui cieli di un altro continente,
possiamo vedere il calore diverso
della luce crescere, strinare l’aria. Tocco
questo silenzio, obliquo nei raggi
che fendono, a diverse altezze, la carlinga;
e dentro questo ventre immobile,
ancora addormentato, si posa quieta
la tua assenza. Poi qualcosa impiglia
lo sguardo, e oltre il vetro spesso,
appena dischiuso, una presenza arcana
simmetrica nel volo, accesa di uguale
riverbero: mossa dagli stessi motori
che fermentano l’azzurro, depositando
il segno friabile del loro passaggio.

*

Parliamo una lingua morta
un inerte paradiso d’intenti
soffice e voluttuoso come un’infezione
annidata in fondo alla trachea

la voce ci esce in bolle di sapone
sale effimera in volute arcobaleno
a frantumarsi contro un cielo velenoso
carico di sospesi che lo appannano

coltiviamo una magnifica astenia
persi in una lontananza che sa di esilio,
senza cibo né acqua per lenire
una febbre di cui non ci accorgiamo.

Siamo più cose di quante eravamo,
ma ci sfugge l’essenziale.

*

Famiglia

Grigio crepuscolo sull’autostrada –
galleggiamo nel movimento, statici
fra stoppie fantasma e scheletri d’albero
che passano oltre, insieme a borghi e campanili
tutti uguali, a scandire i chilometri.
Sincronizzati verso lo slargo di mare
che ci guarirà dalla pianura
e dalle assenze prolungate del cielo
ci dirigiamo al guado dei monti,
portando strisciata sulla lingua
un’ultima provvista di pazienza.
A destra, sul retrovisore,
lenta metto a fuoco fra le brume
traspirate dai campi l’ovale del viso,
il taglio preciso del naso, la piega
etrusca delle ciglia – ancora una volta
riaffioro a me stessa, nello stupore
rinnovato a ogni conferma. Sul calco
delle labbra si schiude il sorriso, pupille
si girano a osservarmi – ed è il tuo profilo, figlio,
quello che in un guizzo d’occhi si separa.

*

In viaggio: oltre il parto di tenebra

Mille finestre aperte a mezzogiorno, un equatore
sferzante e impietoso assale i visceri, avvampa
i polmoni, alito di fiamma che incendia le membra,
svincola giunture ossidate, apre passaggi –
precipita inquietudini remote nella linfa del tempo.
Inondate di sole, parole traspaiono il mondo,
la città, le strade percorse da suoni azzurri, estivi;
allineate sul litorale come bandiere celebrano la forza tesa
e presente nel fiore che sboccia, nel gesto immemorabile
che trova la vita, fonda il legame, rilancia promesse.

 

***

 

da IL NUMERO COMPLETO DEI GIORNI

Cage within a Cage

Quest’inizio c’è già stato, molto tempo
fa: vuoto sospeso dentro un altro vuoto,
riecheggiata eleganza del gioco – muovendo
dall’informe scuro e roco. Un mondo
è germogliato sui rifugi, nominato foglia
a foglia, stella a stella, sostanza sillabata,
fatta piena – parole accorse a dare forma,
materia germinata, vita moltiplicata sopra
la traccia di un’altra vita, membrana sbiadita
fino al nulla e rinverdita. Quest’inizio parla
una lingua riesumata, fissata nell’eterno
istante in cui è già stata pronunciata –
eternamente prossima ad essere dimenticata.

*

Nòach

I.
Sono stati giorni stranieri e scuri sotto
un cielo basso e compatto, imbarcati nei primi
abiti pesanti, a strati, argini controvento
sferzati da gocce pesanti più di lacrime
ancora non versate, taglienti quanto tutti
i sottintesi che ci trasciniamo appresso
come sonagli disattivati, allarmi disinnescati
(guarda, mi sono resa inerme, e so quanto
puoi essermi letale, lama sulla giugulare).
Ci siamo abbandonati a correnti di traffico e
ondate di cemento, muraglie di occhi-finestra
sbarrati sui flutti che migrano le strade, visi
sfumati ad altri visi subito annegati, noi unici
sopravvissuti… Poi un diner anonimo, in cima
alla Madison – prima terraferma su cui posiamo,
il grigiore pesante che va dissipandosi verso
una nuova luce affacciata intorno all’orizzonte –
e questa bianca, alata cameriera porta il dolce
che hai ordinato, ramoscello riaffiorato…

II.
Babele che accoglie e disperde, cielo
puntellato da guglie che bucano nuvole
distratte – lento strascico sul brusio indiviso
in cui cerchiamo orientamento, la nostra
lingua parlata da altri. In questo specchio
scorre il riflesso di un sonno vissuto altrove,
rovesciato in veglia presaga, nella corsa
sospesa dove ogni respiro muove paure
stratificate come rocce, spettri metamorfici
pronti ad animarsi
……………………………come creature oscure.

*

Landing

Affondando impercettibilmente
nella nebbia, giù verso terra, verso
la pianura invisibile e remota,
il luogo delle presenze, delle reali
esistenze, dei pensieri fatti materia
di reciprocità, incarnazione della possibilità
– ma ancora in quest’aria di ovatta,
nell’indugio mentale che si allarga
come un cerchio d’acqua, sperando
di incontrare l’oggetto che lo incrina,
la discontinuità rivelatrice sul velo
della superficie. Sentiamo la discesa
nella gola, a onde, totalmente affidati
a un istinto di riconoscimento: ed ecco,
questa nebbia, è casa, questo fluttuare
prefigurando l’arrivo, ricolmi di tutto ciò
che abbiamo lasciato, partendo, vivo.

*

Chajjè Sarà

Che sia il nostro primo possedimento,
la sepoltura di un amore spento – giaciglio
per la storia ormai compiuta, epigrafe
di ogni memoria. Che sia fedele il tempo
del ricordo, nella vita rigenerata ad altre
vite, nel permanere di sorgenti custodite;
e si tramandi il senso di ciò che qui è accaduto,
quegli occhi chiusi a un mondo ormai svanito.

*

Va-jetzè

Se non fosse che questo: giungere a un luogo
esattamente pronunciarne il nome, essere a casa.

Eri qui e non lo sapevo, nel fiato
di una schiera arrampicata oltre il buio,
sopra la notte sassosa e brulla
e perduta nel vento. Sono arrivate
in un silenzio lieve di passi, si sono
scritte da sole, sul foglio bianco
del giorno risvegliato, mi hanno
parlato: lunari e piumate, ma
gravide del peso di gesti portati
in offerta, anticipati nel segno
lieve che prelude alla risposta,
l’innesco fragile e sicuro
che toglie la minaccia alla tempesta.

*

Tabernacolo

Fiordo aperto al silenzio,
terminazione nervosa dell’intero
continente. Ascolta il profondo
delle acque, distese alla luce,
al gravido mistero inabissato
e nero. Qui si incontrano
mondi, e la lingua gelata dei ghiacciai
conserva alfabeti scintillanti,
e calchi di parole pronti a sciogliersi

a un nuovo sole.

*

Nell’anno bisestile

La neve sgocciola giù dai tetti, cade
a piccoli tocchi dai rami, gli alberi
sgravati rialzano la testa, si rimettono
in piedi. Le strade ritrovano i colori
spenti dell’inverno, i rumori si allargano
di nuovo fra le case. Si scioglie l’assedio
del freddo, un’aria più tenue passa
sulla pelle, gonfia il torace. Poter dire
la luce del mezzogiorno, nordica e tersa
sopra la città riaperta al cielo, ovunque
nel palpito diffuso e senza ombre, senza
nubi. Potersi muovere sincroni a questo
disgelo, nei passi slacciati.
……………………………………..Potersi affidare.

*

Impurità (Gradazioni del buio)

Possiamo scostarci da una vocazione
sbagliata, addentrarci in un buio morbido
pieno di domande, investiti da sguardi opachi
dietro le porte, secchi dell’ansia che sbriciola
il silenzio, crepita scivolandoci incontro
– e lusingare gli assalti, assecondarli,
mescolarci al vento insinuante e perverso
restituendo l’ingiuria, scavando ancora
nella carne viva: fino al fondo delle pestilenze,
al richiamo infetto dove alberga il contagio…

*

Censimento

Di quali parti ci componiamo, quali
conserviamo, e quante, sparse nei luoghi
che ci hanno avuto – piccoli incagli
o membra sbranate, o solo ombre regalate…
Nel giardino punteggiato di lucciole
il pitosforo e i fiori bianchi e spessi
degli agrumi gonfiano l’aria immobile –
e ad ogni primavera ripeti il tuo gesto,
sfiorandomi la guancia di sorpresa
mentre la luna mi rimanda un altro viso.

*

Yom kippur

È stato un lungo sospiro inabissato
in silenzi acquatici, cammino disossato
per miglia e miglia di sonno e veglia
sfiorando appena il dorso di una chiglia
scura, stiva di parole accantonate
per non essere dette, né ascoltate.
Alle radici dei monti una foresta d’alghe
ha trascorso pensieri in lente fughe,
spire su spire svolte e rigirate intorno
a chiudere lo sguardo, ventre scarno
di balena, pareti liquide per malferme
fondamenta, di un mondo inerme…
Sciolti dai proponimenti, riconsegnati
al secco dell’anno che si apre, areniamo
i furori, cerchiamo moventi salati
per riprendere aria, rispondere al richiamo
che insiste a declinarci insieme, legati
dallo stesso filo, presi allo stesso amo.

 

***

 

da UNITÀ DI RISVEGLIO

da Terra di nessuno

Il mio corpo è diventato
un altro.
Non sa più
chi era.
Si perde tutte
le risposte,
mi lascia
senza scampo.

Uno scafandro ottuso
sul fondo del mare.

*

per Paolo e per i miei, cui devo l’essere rimasta

L’ultimo ricordo è la tua voce,
prima che tutto si confonda
e poi sbiadisca, in controluce;
dopo c’è stato un volo nella notte,
un tuffo dentro l’acqua più profonda,
lo scivolare netto dove l’ombra inghiotte
l’aria, e l’onda è un vortice che spiomba…
Mentre ogni cosa rimbomba per voi
che rimanete, a custodire il corpo inerme
chiuso nel silenzio e nell’assenza,
ormai slacciato da ogni appartenenza…

*

C’è una guerra che insanguina la notte
un bagliore rallentato che si espande
e che non smette di gelar le vene –
quanto potremo ancora rimanere insieme
dispersi come siamo, scaraventati via
senza capire come e dove, abbandonati
dalla mano che ci custodiva, questa minaccia
incomprensibile che preme e che ci schianta,
questo macigno greve che ci annienta

questo vagare oscuro che non si risolve
e che cancella ciò che è stato,
ci oblitera il passato, ce lo toglie…

*

da Itaca

Questo treno viaggia al ritmo del mio cuore
mi riporta verso un tempo da riconquistare
verso il luogo dove voglio ritornare
la dimora degli affetti e del tepore
il contesto dove posso ritrovare
la misura e la coerenza del mio agire…

Se lo strappo che c’è stato potrà essere
sanato, se sapremo governare questo
inedito stupore, e se il frutto ormai caduto
non è già stato intaccato, e l’ombra
che contiene non minacci di allargarsi,
spettro in potenziale agguato…

*

Disgelo (Nell’anno bisestile)

La neve sgocciola giù dai tetti, cade
a piccoli tocchi dai rami, gli alberi
sgravati rialzano la testa, si rimettono
in piedi. Le strade ritrovano i colori
spenti dell’inverno, i rumori si allargano
di nuovo fra le case. Si scioglie l’assedio
del freddo, un’aria più tenue passa
sulla pelle, gonfia il torace. Poter dire
la luce del mezzogiorno, nordica e tersa
sopra la città riaperta al cielo, ovunque
nel palpito diffuso e senza ombre, senza
nubi. Potersi muovere sincroni a questo
disgelo, nei passi slacciati.
……………………………………..Potersi, ancora, affidare.

 

***

 

da FIORITURE CAPOVOLTE

È lo sguardo degli altri a mantenerci in vita
siamo un’impronta che rimane al cuore
di chi ci preme, a germogliare sulla ferita
il tralcio, il fiore oscuro che lega insieme.

*

Tornami il senso semplice dell’accadere
quella sostanza che innerva le cose
nel loro divenire, il tramonto estenuato
che chiude il giorno estivo, la lingua muta
degli insetti, i confini permeabili
entro cui abitiamo, l’idea di andare,
un giorno, più lontano. Era questo?

Oggi le parole se le mangia il vento
lo sguardo si perde nell’abisso
il gesto rimane incompiuto
e ce ne stiamo, scarnificati,
nel duro silenzio che ci avvolge.

 

***

 

da FRAMMENTI DI FELICITÀ TERRENA

I.
Issata sulle spalle di mio padre, partecipe della salda potenza del suo corpo adulto e maschile, percorriamo il lungo corridoio di casa in direzione della cena che ci aspetta in cucina, insieme all’altra metà di famiglia (analogamente, mio fratello ama infilarsi nei golf di mia mamma da dietro, e camminare per casa insieme a lei in una comunione ritrovata col suo corpo).

II.
Al parco dell’Acquasola, questo nome che evoca ombre frondose e il tempo lieto e sospeso dello svago, alla pista delle biciclette, aria in faccia e il piacere puro della sfrenatezza, sotto l’occhio compiaciuto e preoccupato del nonno Giacomo.

III.
Approdare al Lido in estate dopo la calura patita nel sedile dietro della Cinquecento della mamma, il sollievo della cabina fresca dove lasciare finalmente i vestiti, il costumino rosso, il brivido azzurro che mi risale all’entrare in acqua nella parte bassa della piscina – fino al piacere intenso dell’immersione completa, sentirsi mobili e a proprio agio nell’elemento liquido che asseconda e sostiene.

IV.
Le visite nella tintoria dei nonni, inebriati dagli odori dei solventi e divertiti dal libero accesso nel retrobottega e dietro il banco, a ricevere i clienti finché la nonna Nina ci portava a comprare le gomme rosa nella drogheria di fianco, ambito regno di dolci prelibatezze…e i giochi nel piazzale antistante con la cugina Vivi e i bambini del quartiere, palla prigioniera, pampano.

V.
In attesa della fine dei lavori nella casa nuova di Nervi, vacanze di Natale nella casa di campagna dei nonni Ettore e Rina, coi cugini Livio e Laura e gli zii. La neve è caduta abbondante, è alta lungo la stradina di accesso e ha ricoperto, soffice e spessa, completamente il giardino. Per noi piccoli è una festa: ne facciamo grandi cumuli e percorsi a ostacoli per i cani, e poltiglie fangose, inzaccherandoci e venendo sgridati. Nella grande cucina in formica rossa, tortellini in brodo per tutti, e lesso condito con sale e olio toscano.

VI.
Trasferiti a Nervi anche se i lavori non sono finiti, conviviamo con muratori e operai. Tutto è una scoperta: il giardino con le sue piante (i cipressi maestosi, il glicine centenario, gli agrumi coi loro frutti color del sole; e i fiori, i narcisi, i mughetti, gli iris viola, i siepini rampicanti che coprono i muretti delle fasce, puntinati di viola e di blu. E la casa, pronta in minima parte, un labirinto da esplorare; io e mio fratello Francesco avremo una stanza per uno, io quella col terrazzino in ferro battuto e vista sul golfo, lui quella raddoppiata dalla soffitta, le imponenti travi a vista del tetto.

VII.
La sera esploriamo le crose che salgono per le colline intorno alla casa. Mia madre e mio padre avanti, a passo sincrono, il cane ansante, io e mio fratello cerchiamo di tenere il ritmo del respiro, partiamo con la luce e dagli affacci a mezza costa ci godiamo il tramonto che via via si allunga sul mare, dal rosa al rosso intenso al violaceo, a ponente oltre il profilo dei monti ad arco sul mare. A levante, sempre più in ombra, il promontorio di Portofino. Salendo si accendono uno dopo l’altro i lampioni lungo il percorso, serpentine di luce che rischiarano la sera estiva. Abbaiare di cani al nostro passaggio, la buonasera data e ricevuta dai rari viandanti. I grilli a dare profondità al silenzio. Rientrati a casa, il premio è l’anguria lasciata in fresco nel frigo, mangiata sotto il portico.

VIII.
Durante i nostri viaggi, i miei cantavano. Canzoni anarchiche, canzoni partigiane, canzoni della tradizione popolare italiana. Erano allegri e affiatati, a turno facevano canto e controcanto. Quando si andava in montagna, quando si partiva per qualche destinazione italiana od europea… Io e mio fratello eravamo il loro pubblico elettivo, ma si capiva che avremmo anche potuto non esserci, loro lo facevano per puro piacere e divertimento. Più tardi, negli anni Settanta, quando presero la barca (uno di quei meravigliosi motoscafi in legno lucido e scuro, dalle cromature in ottone), mantennero l’abitudine durante le gite in mare, per lo più verso Punta Chiappa e le insenature del promontorio di Portofino, estendendola agli amici che venivano con noi (in genere i “ragazzi” della clinica universitaria diretta da mio padre). Il repertorio aggiornato in senso politico: bandiera rossa e pugno chiuso, compagni dai campi e dalle officine.

IX.
Il senso di libertà sconfinata e di prestanza fisica a contatto col mare, da bambina e ragazzina. I tuffi dalla barca dentro l’abisso fondo e blu attraversato da riflessi mobili di luce, il senso di benessere a sentirvisi contenuti, parte armonica di un tutto più grande. La totale spensieratezza, l’assoluto divertimento per la pratica dello sci nautico: forza, velocità, leggerezza e padronanza assoluta del proprio corpo.

X.
Uscire dal tempo perché totalmente assorbita da un libro, nello spazio protetto del ruolo di figlia in una famiglia funzionale – i gialli, Salgari, la Alcott, Stevenson… poter sprofondare dimentica di tutto assorbita da mondi diversi e personaggi con cui potersi identificare, sotto i rami lilla e profumati del glicine in fiore, ronzante di neri calabroni… Finché un giorno Antonio, il figlio dei proprietari della casa vicino alla nostra, non mi regalò, noc itnat itulas, “Cinque lire di stelle”, un librino di poesie di Garcìa Lorca…

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