Marco Ercolani: le mura intorno (inedito)

Marco Ercolani ha affidato alla Dimora del Tempo sospeso un suo libro inedito, scritto tra l’agosto 2018 e il settembre 2019, intitolato Le mura intorno. 

Pubblichiamo oggi un terzo frammento e a breve pubblicheremo l’intero inedito.

Niente. Non ho mai stampato niente. Che strane domande mi fate. E perché? In merito a cosa? Perché mi avete visto uscire dalla libreria con un libro scritto da me, che ho preso dallo scaffale? Mi sarò dimenticato di restituirlo, non volevo rubare niente, tantomeno una sciocchezza mia. Io sono un Dottore. Sì, ho anche scritto, mi sarò pagato dei libretti di appunti, nulla di rilevante, anche questa cosa che vedete perché l’ho presa, pensate che a casa non ne abbia più una copia? Traffici con la parola, confessioni, blabla, vanità mediocri. Sembra, lo dicono tutti, che io sia un Dottore, ma non ricordo. A me gli ospedali danno sempre un senso di nausea, mi stringono il cuore i muri corrosi, le plastiche sporche, le siringhe rosse di sangue. Codici, camici, commi, procedure, sistemi, gocce di Talofen. Posso davvero essere stato un Dottore? Forse sì. Con una compressa di Adepril da 25 milligrammi ho guarito la rinite allergica di mia madre. Ricordo che, quando ero bambino, starnutiva giorno e notte (i suoi ininterrotti starnuti erano il mio “martello nella testa”, come scrissi in un poemetto di ragazzo), quasi non si muoveva da letto e durante ogni vacanza, ai monti o al mare, le crisi crescevano. Rinite allergica: ma nessuno trovò l’eziologia. Io un sospetto ce l’ho: che fosse allergica all’aria del mondo, all’aria viva, e volesse rendere gli altri simili a lei. Esseri soffocati.

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La scrittura come una tela che cuci e scuci secondo la tua tempesta emotiva. Ma non perdere l’ultimo controllo. Una lucida vigilanza, dentro il disfacimento, e l’opera è scritta, è dipinta, risuona: come se vedessimo un quadro di Bacon colare colore e disgregarsi (ma anche se stanno disfacendosi dei lineamenti, anche se intravediamo una macchia astratta, sappiamo che tutto deriva da una figura, da un volto). La vigilanza: necessità di mantenere i confini mentre tutto si disgrega. Se la tempesta si cristallizza in delirio, il dolore viene zittito nella gabbia del sintomo. Ma se il crogiuolo di immagini fluttua e la forma tiene, scopriamo attimi attoniti dove la poesia trova la sua cassa di risonanza. Sarebbe un mio antico sogno invitare un matto al rigore ostinato dello studio, sapergli insegnare come slacciarsi dai suoi traumi: «vedi, quelle sono corde inservibili che hanno solo il potere di soffocarti…». Ma io, cosa posso insegnare sulla libertà, a parte queste annotazioni teoriche? Nulla, se ho vissuto sempre da prigioniero, in ogni secondo della mia vita, ribellandomi contro ogni dovere ma sempre restandone ostinato custode. In guerra sarei stato medico come in tempo di pace, curando le ferite dei combattenti ma imprecando contro gli orrori bellici che non sapevo evitare. Mai stato homo politicus. Solo un soccorritore, una creatura compassionevole. Tutte le mura intorno, e tanti soldati che cercano di sgretolarle con l’esplosivo. Tante sentinelle. Tutte racchiuse in me. «Ho in dote una matassa di voci».

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La prosa non cerca salvezza in sé ma fuori di sé, non in linguaggi che la confermino ma in segreti che la nutrano. Sua ambizione è uno stato di equilibrio che scaturisca dallo squilibrio di canoni all’apparenza immutabili. Meno incandescente e fulminea della poesia, meno attratta dalla «gravità» musicale della lingua, osa fermarsi per un tempo più lungo nell’eco di una narrazione. Non ama le righe diseguali, le lacune del foglio, il nulla esibito. Al contrario, dimentica la sua stessa lingua: agile e mimetica, non ritorna sulle parole, investiga idee.
Quale delle due forme è più vicina all’autentico segreto che entrambe vorrebbero rivelare? La poesia che ama la sostanza delle parole, o la prosa che ama le domande sulle parole? Dove lo scrittore è più sincero – nello scorticarsi della frase poetica o nelle analogie inventate dai propri pensieri? È meglio vivere il vuoto da poeti, con parole pregne di assonanze, o tenere in mano il filo a piombo della prosa, scegliendo, come il Leopardi delle Operette morali, la finzione della lucidità?

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4 pensieri riguardo “Marco Ercolani: le mura intorno (inedito)”

  1. La “matassa di voci” è una bella immagine di Chiara Daino, che qui ho fatto mia. Questo diario journal è anche un costante dialogo con i miei amici. Grazie dell’attenzione.

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