Antonio Lanza: 5 testi da “Suite Etnapolis”

Antonio Lanza
Suite Etnapolis
Interlinea, 2019

 

Dalla seconda sezione “Lunedì

***

Samuele:
Sabato sarà il mio ultimo giorno.
Potrei ripeterlo all’infinito
e non provare niente.

Cinzia:
Vuoi che non mi dia un piccolo
aumento? Da più di un anno qui,
per cinquecento euro al mese.

Alfredo:
Neanche sei nato e riesci già
a farmi sentire in colpa: che male c’è
se metto la testa fuori dall’acqua?

Laura:
Non guardarsi più indietro:
romperli tutti,
gli specchietti retrovisori.

Daria:
Come mi duole Etnapolis, come manderei
vita e lavoro a gambe all’aria; asciugata la sera
fino al nocciolo legnoso, come mi trapassa l’ansia.

***

La terza volta in meno di un quarto d’ora
che il telefono squilla, Laura si irrigidisce,
la fronte le si infiamma, deglutisce, d’istinto
getta un’occhiata fuori dal negozio. La prima
era un silenzio che a lungo respirava.
La seconda una parola di marmo detta tra i denti,
camuffata, un “uh: buttana!” con tanto buio intorno.
La terza: “Lovable, b-buongiorno…” – la chiamata
della responsabile del punto vendita – : “Balbetti
anche, adesso? A quanto ammonta l’incasso?”.

 

Dalla terza sezione “Martedì

***

Nicolò dorme allungato sul sedile
posteriore, il pollice in bocca: le luci
arancioni di una circonvallazione
scorrono sui vetri dell’auto, a intervalli
regolari spìano l’interno. “È stanco”
dice la nonna voltandosi a guardarlo.
Vanessa alza gli occhi allo specchietto,
una sagoma silenziosa e scura:
“Si è tolto una scarpetta” dice. “È stato
tutto il tempo con la commessa Cinzia.
Le risate! Uh, guarda, qui sono, a terra,
dietro di te”. “Non fa che minacciarci,
quel porco”. “E che baci, che carezze che le dava”.
“Ha detto così, che se non incrementiamo
le vendite…”. “Gli ha regalato un’immaginetta,
è nel taschino dei jeans”. “… ci sbatte fuori, così ha detto”.
“Di san qualcosa, non ricordo, protettore
dell’infanzia”. “E lo infastidisce che mi porto
Nicolò, dice che… ma mi stai ascoltando o no?”.

***

Come un luna park spento, buono per ambientarci
un racconto dell’horror: se poteste vederla, Etnapolis,
spenti i negozi, le vetrine; la galleria vuota da cui
ti aspetti il prorompere di un qualche spettro,
e il silenzio pesante, e di tanto
in tanto un rumore sospetto, giù, che poi
non è niente. Parola di Nuccio, parola
di guardia giurata: basterebbe che vi aggiraste
una volta per Etnapolis spenta, spenta
come un luna park da racconto dell’horror,
per arrivare a capire di cosa viviamo.

***

A ruota, la radio manda – due, tre volte –
le stesse canzoni, piene del desiderio
di danzare e amare e danzare di nuovo.
Alle vetrine, giganteggiano i saldi, i –50%,
i Fuori Tutto, i manichini
longilinei corazzieri
con occhiali da sole,
le promozioni, le card riservate
agli affiliati. Si inerpicano frattanto
le ore. Daria, Vanessa terminano
il turno. Laura scende ai parcheggi,
accompagnata per paura da Alfredo,
cui non dice delle ingiurie
al telefono; Cinzia e Samuele
senza una parola, diretti
a casa: non sanno cosa dirsi
e cosa provare. Il sorriso a metà
strada che si scambiano lontani
da Etnapolis risponde
al nuovo nelle loro vite: uno
per adesso tenuto segreto.

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