Samori Touré (2)

Romain Poncet

[Continua da qui]

Quanti anni ha vissuto Samori? Cosa dicono le foto del guerriero. Senza dubbio, sul grigio e bianco del Journal des Voyages, le rughe sottolineano il suo sguardo smarrito. E’ seduto per terra, dritto, con un volto enigmatico, sostenuto da un sorriso imbarazzato o penetrante – chi può dirlo?
Il pubblico applaude: che nemico! Che prestanza! La Francia trova il tempo di inorgoglirsi dopo diciotto anni di massacri: la vittoria permette di passare dall’esecrazione a uno stato d’animo più magnanimo.

Quest’uomo unico, quest’imperatore irrigidito nel suo abbattimento, poteva essere alla fine la persona alla quale la Repubblica una e indivisibile stava dando la caccia dappertutto in Africa occidentale: il frammento mancante nello specchio della sua potenza.

Catturato una seconda volta dall’obiettivo, eccolo senza storia; Samory non può essere nient’altro che questo venerabile profilo. Non c’è mai stato un Samory robusto, inafferrabile, nel fiore degli anni.
Chi oserebbe evocare un Samori ambizioso e ribelle allo splendore francese?
E Samori non ha mai avuto un’infanzia. Esce armato di tutto punto dall’occhio del suo primo nemico francese, nell’anno 1882.

In effetti, non c’è nessun Samori prima della cattura, assolutamente.
Due volte imprigionato, cento volte. Prigioniero della rete tessuta maglia dopo maglia, a forza di discorsi per bambini e per i loro padri, di retorica politica, di analisi particolarmente accurate.
La rete infinita tramata su tutti i giornali per dire ciò che fu Samory, per raccontare l’avversario, per privarlo delle parole che furono sue e della sua gente e di qualunque schiavo da lui mandato a morte, con le mani tranciate.

Subito dopo l’istante fatidico – il lampo di magnesio, qualche secondo di immobilità – Samori entra nella sua lunga prigionia. Negli angoli più segreti dell’esagono si possono stilare rapporti, stringati o spettacolari, della sua resistenza. I prodi cittadini di Francia divorano le pagine dei giornali, nelle quali si rabbrividisce al ricordo delle lunghe cavalcate nella giungla della Liberia o all’evocazione del volteggiare degli avvoltoi, che indicavano continuamente alle truppe tricolori la direzione presa dal corteo del tiranno maninka.

Si aspirava con piacere una sigaretta e si mormorava in un soffio: “l’emiro traditore”, mentre un altro, da sveglio o sotto le lenzuola, sospirava: “Samory, tiranno negro”. Protetta da migliaia di chilometri di distanza, certa dell’eliminazione del suo spaventoso nemico, la Francia si godeva lo spettacolo in tutta tranquillità.

Era un divertimento ammirare quella figura impenetrabile, avvolta nel suo mantello. Ci si mostrava più sportivi, più leali dei rivali d’oltre Manica e ci si inorgogliva del fatto di avergli sempre lasciato il primo colpo.

Con un tono forse un po’ troppo supponente, si imitava la grandezza d’animo dei baffoni gallonati, dei Lamy e degli Archinard, dei Dodds e dei Gallieni; il patriarca, nel mentre spargeva qualche goccia di vino scadente sulla tovaglia incerata, salmodiava: “Agli uomini d’onore, generosi nella vittoria, impassibili nella prova”.

Meglio ancora: si desiderava che la tua immagine apparisse, Samori, fin nel cuore degli incubi. Mischiata ai deliri di uno spirito dormiente, la tua faccia immobile strappava grida e sudori.

Com’era dolce uscire dall’incoscienza per ritrovarsi riparati dal Male dalle lenzuola calde.
Ci si asciugava la fronte ridendo e la notte ritrovava il suo silenzio.

***

Gli anni passarono e passano ancora. Gli incubi non si digeriscono così velocemente come l’arrosto della domenica E dunque, cosa si poteva fare di te, prigioniero, poi morto in detenzione, poi sotterrato con gli onori da tre sottufficiali sotto venti centimetri di terra?

Accadde quello che succede ai sogni inquietanti: nessuno ne parlò più e, poiché altre preoccupazioni turbavano gli sguardi del buon popolo francese, tutti credettero in buona fede di averti dimenticato. E, davvero, nessuno ti vede. Guarda in che modo dobbiamo parlare di te! Il tuo nome non basta più a evocare la ferocia di venti anni; le ragioni della guerra sono troppo lontane, nessuno può più nominarle, né costruirci la sua rappresentazione.

La tua crudeltà da stampa popolare e la tua bramosia di schiavi sono a stento accolte con degli “ah, sì?” Eccoti lontano, Samori, due volte prigioniero e oggi due volte esiliato. Ieri tenuto lontano dalla Guinea al centro dell’equatore, oggi relegato nel retroscena delle memorie, cacciato dal regno dell’immaginario verso la cellula feticcio della cattiva coscienza – dove la memoria francese relega in continuazione le scorie del suo prestigio.

***

Come un rimpianto mal assimilato, incrociamo per caso le tracce della tua esistenza. Non proprio della tua esistenza: del passaggio della tua ombra sulle strade della capitale. In qualche scatola nei mercatini si trovano stampe in cui rappresenti l’unico soggetto, e che si portano via con una somma che raramente supera i cinque euro, importo convenuto che ti innalza al di sopra del prezzo della carta.

Il cacciatore di rarità sa che sta acquistando uno straccio di storia, caduto e raccolto da qualche collezionista morto da due generazioni. I bordi del giornale si sono induriti e anneriti, ma poco importa: l’immagine stampata conserva tutti i suoi colori.

Eliminando i margini con un taglierino, servirà da ornamento al muro di un salotto o di un ufficio, tra due scaffali di libri: “Cattura di Samory ad opera del tenente Jacquin”.

Un’eco di gloria, una scena rimossa, create apposta per edificare il lettore e rallegrargli la vista. Fashoda bruciava ancora sulla schiena delle piccole folle nazionaliste quando il tenente e i suoi uomini fecero sapere con un telegramma che lo sciovinismo francese non aveva capitolato su tutti i fronti.

Quel maledetto negro aveva finito di correre ai quattro venti. La Francia e il suo esercito dimostravano alla fine che sapevano dare seguito alle loro promesse. Perché l’avevano giurato, con sempre più rabbia: Samori sarebbe stato sconfitto e ricoperto di catene. A quest’unico obiettivo avrebbero sacrificato tutto. Questa era la promessa fatta a Marianne.

Per mantenerla, ci si risparmiava, si attaccava, alternativamente, senza preoccuparsi della parola data. Le piste si decoravano di villaggi carbonizzati, le giungle erano devastate, bruciate le savane, mitragliati i ribelli perché la terra appartiene alla Francia, ma nessuno di quei selvaggi se ne dava per inteso.

Samori, non hai mai saputo che la guerra non ti avrebbe dato tregua nemmeno in quel campo di riserva, sfuggente, inconcepibile, che si chiama opinione pubblica e che prosciuga le vene del suo nemico fino a estirpare il suo nome.
Samory Touré, Sovrano di Ouassoulou.

Eccoti ridotto alle dimensioni di una pagina di giornale, eccoti mutilato e riscritto Samory. Senza titolo, abbattuto, cancellato, disperso dal silenzio del tuo avversario dalla parola ondivaga.

 

_________________________
Il testo originale,
Oraison (récit d’une vie de Samori Touré),
è stato pubblicato su
Carnet de la langue-espace
del 6 dicembre 2018.

Traduzione di Francesco Marotta

1 commento su “Samori Touré (2)”

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