Breve saggio sullo scrivere a matita

È probabile che questo breve saggio vada a confermare, nella realtà e contro le sue stesse intenzioni che ne vogliono esaltare la bellezza e la valenza anche etica, il tramonto definitivo dello scrivere a mano e in particolare a matita: se Peter Handke afferma che non la penna, non la macchina per scrivere, ma la matita (der Bleistift) è il suo “attrezzo” per scrivere (Werkzeug), egli, degno continuatore nel territorio della matita (Bleistiftgebiet) di Robert Walser, dischiude la prospettiva d’uno scrivere lento, felice della morbidezza del tratto e della mina che va, poi, spesso temperata (atto da eseguirsi anche questo con attenzione e pazienza, ben misurando i giri e la pressione nel temperamatite, o i tagli e la loro inclinazione se si usa un coltellino); chi osservi i manoscritti di Handke ne nota la limpida armonia, il procedere elegante del tratto, la precisione nelle titolazioni, nella numerazione delle pagine, nelle date di stesura ivi apposte – ma poche persone, sempre meno scrivono a mano, e con la matita meno ancora…

Was entspricht mir als Werkzeug? Nicht die Kamera, auch nicht die Schreibmaschine (und nicht die Füllfeder oder der Pinsel). Aber was entspricht mir als Werkzeug? Der Bleistift (Die Geschichte des Bleistifts / La storia della matita, Taschenbuch Verlag, 1985, pag. 95, ma la prima edizione dell’opera è del 1982) – “Che cosa è per me adatto come attrezzo (per scrivere e raccontare)? Non la macchina fotografica, né la macchina per scrivere (e neanche la penna stilografica o il pennello). Ma che cosa è allora per me adatto come attrezzo? La matita” (N. B.: le traduzioni dei brevi testi citati sono state eseguite tutte dall’estensore del presente saggio e vengono pubblicate per gentile concessione della Casa editrice Suhrkamp).

Concentrazione e silenzio sono, nello stesso tempo, premessa allo scrivere a matita e sua continua attuazione: scrivendo a matita (ma, in subordine, anche a penna) si sceglie di sottrarsi alla distruttiva fretta e si attraversa il necessario e necessitato silenzio che, richiamato come per affinità ed empatia dal frusciare della punta sul foglio di carta, imperiale si dilata nella mente, saziandola.

Qualche anno addietro ha ottenuto grande successo in Giappone un’edizione dell’opera Lo stretto sentiero per il profondo Nord di Basho che il lettore poteva “leggere” ricalcando i segni scrittori con la matita, quasi a ripercorrere, lentamente, pazientemente la strada che portò il poeta verso Settentrione in un viaggio, a piedi, di conoscenza anche interiore. Scrivere a matita, ricalcare le impronte lasciate dal viaggiatore-poeta, addirittura, in questo caso, impronte-parole che sono anche immagini e pensieri, ritmo e suono. Strada meditante, lento andare, studio di spazi e di tracciati segnici.

Bisogna scegliere la durezza (o la morbidezza) della mina: questo succede, se si vuole scrivere, sulla base d’inclinazioni personali, di nuovo la scrittura esige cura e preparazione, di nuovo essa non possiede nulla dell’esecuzione fredda e strumentale, ma proprio la matita, ch’è, è vero, anche strumento, viene scelta in modo determinante e la punta della sua mina s’inclinerà secondo pressioni e angolazioni peculiari di quella mano che l’adopera – e solo di essa.

Pure i colori del fusto della matita sono fondamentali – nonché la circonferenza e la lunghezza, la forma esagonale o cilindrica. Ne prediligo i colori scuri, e pure amo il profumo del legno appena temperato che sembra restituire sentore delle linfe e delle resine che l’animarono quand’era vivo.

Un foglio appoggiato su di una parete o su di un parapetto e sfregato con la matita (meglio se morbidissima, quindi scurissima e intensa) riporta tutte le tramature, tutti i sobbalzi della pietra o dell’intonaco, tutte le intermessure e i solchi e gli accavallamenti di quella porzione di costruzione, rivelando una geografia altrimenti inapparente.

C’è il silenzio, non lo si dimentichi, che può concentrarsi in una matita, scriversi con tocchi di grafite facilmente cancellabili: rendersi visibile del segno che poi viene cancellato: una scatola di latta piena di matite è promessa (gioiosa) di scrittura: e la matita sembra costringere alla brevità o all’autolimitazione – giunge presto il momento in cui, consumatasi la punta, occorre temperare la matita (momento d’interruzione e di sospensione): è possibile scrivere migliaia di pagine a matita, ma alla mano che scrive la brevità s’impone (seppur invisibile a chi leggerà): occorre ruotare la matita, cambiarne l’inclinazione, temperarla e tutto questo accade nel ritmo che accorda due andanze differenti: la sosta (breve e brevissima) e il continuum del pensiero.

Ritorno a Peter Handke: non so se la “mano” (Hand) contenuta nel suo cognome sia una sorta di destino, ma la predilezione dello scrittore per la matita significa predilezione per la scrittura a mano che, sola, parrebbe, ne sa attuare la propensione al saggio ch’è, in Handke, letteralmente l’andare saggiando (Versuch = saggio, tentativo) un tema scelto che si sviluppa per accostamenti e simiglianze di luoghi e di situazioni, di ricordi e di pensieri, di storie e di riflessioni. Infatti lo scrittore austriaco comincia a scrivere sistematicamente a matita agli inizi degli anni Novanta del XX Secolo (vale a dire circa dieci anni dopo la dichiarazione sopra riportata) proprio i “saggi” Saggio sulla stanchezza (1990), Saggio sul juke-box (1991), Saggio sul giorno riuscito (1992) e poi le successive opere più esplicitamente narrative.

Se Cézanne che per anni dipinge sempre la medesima Montagne Sainte Victoire è per Handke paradigma di disciplina, la scrittura a matita corrisponde esattamente a quell’esercizio contemplativo e meditante, a quell’eclissarsi o inabissarsi in un’ascesi necessariamente contrapposta alla fretta e al rumore: Angesichts der Bilder Cézannes denke ich: “Endlich will ich nur meine Pflicht tun” (pag. 296) – Di fronte ai dipinti di Cézanne penso: “Infine voglio soltanto fare il mio dovere“.

Uno dei vantaggi della matita è ch’essa scrive anche se tenuta in orizzontale o capovolta e, se non la si è eccessivamente premuta, è possibile cancellarla del tutto dal foglio: versatilità non trascurabili che permettono al corpo che scrive (si scrive con tutto il corpo, non solo con il braccio, con la mano e con le dita – si pensi alla serie  Urschrift ovvero Avan-testo di Irma Blank, per esempio) libertà altrimenti impossibili con la penna – e la cancellabilità del tratto testimonia un’assenza, nella matita, di aggressività e di definitività ch’è ottimo memento per la mente che scrive, propensa qual essa è al narcisismo e all’autoaffermazione – e, invece, essa viene invitata dallo scrivere a matita a riconsiderare la provvisorietà delle proprie realizzazioni, a esercitare la modestia che s’apprende dall’avanzare, parola dopo parola, anche (se non precipuamente) per cancellature e rifacimenti, inversioni e sgorbi.

È anche possibile temperare la matita da entrambi i lati, ovviamente – ma il supposto risparmio di tempo contraddice la scelta ideologica di scrivere a matita per sottrarsi al dominio della velocità, all’economicistico “risparmiare” ovvero “guadagnare” tempo (non è infatti un caso se i due verbi derivano proprio dall’ambito economico-bancario).

Commossa tenerezza quando la matita è diventata un minuscolo mozzicone ormai inservibile: ma, a differenza della penna, è proprio questo suo visibile e graduato diminuire che l’avvicina al nostro stesso visibile e graduato diminuire dentro il tempo mentre passa.

La leggerezza della matita tra le dita, gli spigoli oppure la rotondità del fusto, l’acuminato cono della punta che poi, scrivendo e\o disegnando, si smussa arrotondandosi, costringono a non dimenticare mai, procedendo nella scrittura, la determinante presenza dello stesso strumento di scrittura, le sue esigenze (non poche, in effetti) nel procedere, così che tale costrizione va a coincidere con il senso di libertà e di creazione che irradia dal testo o dall’immagine nel loro formarsi: la maggiore o minore frequenza nel temperare la matita condiziona i tempi di stesura, marca o assottiglia gli spessori del segno, e la necessità che sentono le dita di variare il contatto con lo strumento scrittorio, di farlo ruotare di molto o di poco, d’inclinarlo, il rapporto che muta con la mano mano a mano, appunto, che la lunghezza della matita diminuisce, tutto questo andrà perso nel testo stampato o pubblicato in formato digitale, ma è un tutto che appartiene alla dimensione fisica e materica del testo stesso. E sulla pagina s’imprimono pure i graffi di un’unghia, la traspirazione della mano se fa caldo in maniera eccessiva, le ombreggiature e le attenuazioni della grafite se un polpastrello vi è passato sopra inavvertitamente – ovviamente il foglio recherà sul recto i solchi più o meno pronunciati se più o meno pronunciata sarà stata la pressione della matita sul verso.

L’inesauribile, spesso misterioso territorio della matita (Bleistiftgebiet) di Robert Walser ci chiama e c’interroga ché, pur essendo noi a tentarne l’attraversamento, ne siamo in realtà provocati e sfidati e non c’intestardiremmo a decifrarne i segni, a interpretarne i concetti se da quell’arduo territorio non ci raggiungesse la suggestione di enigmi che ci affascinano e si profilano quali essenziali per il nostro esistere.

E viene sempre dal territorio di lingua tedesca un appunto di Elias Canetti nel quale anche il grande W. G. Sebald si riconosce perfettamente: zu Haus fühle ich mich erst, wenn ich mit dem Bleistift in der Hand deutsche Wörter niederschreibe und alles um mich herum spricht englisch – “mi sento a casa soltanto se con la matita in mano annoto parole in tedesco e tutto intorno a me parla inglese” (nota del 1942, pubblicata poi nel volume La provincia dell’uomo). È come se la matita sapesse offrire quella familiarità e quel sentirsi a casa che soltanto la lingua materna possiede e che nella scrittura sembra confermarsi e dare conforto.

E continuando a leggere Peter Handke: Die letzten Geräusche des Tages: das Zugbrausen in der Schneenacht und das Hinfallen des Bleistifts auf den Tisch. Dann die Stille, und der im Garten fallende Schnee als Sehenswürdigkeit (pag. 117) – “gli ultimi rumori del giorno: lo sferragliare del treno nella notte di neve e l’adagiarsi della matita sul tavolo. Poi il silenzio, e contemplare la neve che cade in giardino“.

Ein Bleistift fiel auf den Boden: Geräusch von etwas sehr Kleinem und sehr Liebem (pag. 321) – “Una matita è caduta per terra: rumore di qualcosa di molto piccolo e di molto amato” (andanza da haiku in questo pensiero…)

Juli, “Monat des chinesischen Bleistifts!” (Die Geschichte des Bleistifts: Natur – Liebe – Schrift; und ihr Motto: Langsam – in Abständen – stetig) (pag. 341) – “Luglio, “mese della matita cinese!” (La storia della matita: natura – amore – scrittura; e il suo motto: lentamente – a intervalli – costantemente”.

Somiglianza dello scrivere a matita e del viaggiare a piedi.

Sia resa infine lode allo scrivere a mano (biro stilografica o matita), al fruscio della punta sulla carta, all’irregolarità dei margini di scrittura, al variare di cerchi, semicerchi, aste verticali e orizzontali, distanze e prossimità, sia lodata anche la frequenza dei righi cassati e dei segni a indicare anticipazioni, inversioni, posticipazioni, sia considerato e apprezzato l’indugio, amata la lentezza, anche lodata la cura nel tracciare i segni e l’ozio degli scarabocchi a margine o a pie’ pagina o a suo incipit… Sia venerata l’eclissi d’un vocabolo dietro un altro, l’incastro delle sillabe, la sbavatura degl’inchiostri, l’ombreggiature della grafite.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.