Su “Frattura composta di un luogo” di Andrea Accardi

Il notevole lavoro di Andrea Accardi Frattura composta di un luogo (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2019) esula dalle classificazioni tradizionali (anche se è stato pubblicato nella Collana Perle – Narrativa) e ci viene incontro con la sua geometrica scansione in tre parti (Il luogo – I nomi – Le voci, articolata ognuna in trenta brevissimi Capitoli) provocando quell’inquietudine e quell’indecifrabile senso di angoscia che l’apparente ordine e benessere del “luogo” rappresentato cercano di soffocare, rimuovere, cancellare.
Splendidamente efficace già il titolo allude a una meditata operazione di frattura (ma razionale, anche se dirò presto in quali termini sia da intendere qui quest’aggettivo), ossia di notomizzazione quasi scientifica di una città che sembra situarsi nella provincia di una qualsiasi regione dell’Occidente: La cittadina è stata costruita negli anni settanta, interamente per i pedoni, tutta salite e discese, scalinate e scivoli.
Di notte le luci delle auto fuori del perimetro mostrano però l’inganno (Capitolo I, pag. 9).

Ogni quartiere ha tutto per una vita dignitosa e solitaria, lavanderie automatiche, farmacie, piccoli market. Da George trovi tutto a buon prezzo.
Ci sono poi strade dai nomi favolosi, come piazza Magritte o via dei cavalli bianchi, ma anche lì la vita sembra svolgersi regolarmente (Capitolo II, pag. 10).

Andrea Accardi conferisce alla propria scrittura un ductus molto asciutto e diretto nella rappresentazione di luoghi, oggetti e situazioni, un andamento che mi sembra molto vicino alla “prosa in prosa” teorizzata da Marco Giovenale e Andrea Inglese e che, nell’eclissi radicale dell’io e della partecipazione emotiva, approda a una rappresentazione puramente razionale del reale, priva di slanci emotivi col preciso fine di fare emergere le slabbrature irrazionali, enigmatiche, inquietanti del reale, le faglie di violenza e di vuoto che l’apparenza di ordine e di benessere imbellettano e occultano – senza riuscirci del tutto.
Si aggiunga che Andrea (similmente a quanto fa nell’altra sua notevole opera attualmente in preparazione, in versi stavolta, Nosferatu non esiste) aggancia la sua scrittura ad atmosfere e tematiche derivanti dalla cinematografia e (come nel caso della Frattura) da serie televisive quali Twin Peacks: interpreto l’operazione come un preciso ricollegarsi a una temperie psicologica e culturale condivisa da milioni di persone e come un valido tentativo di connettere tra di loro letteratura e cultura filmica e televisiva, fatti ineludibili, ormai, per chiunque pratichi la scrittura – intendo dire che la rappresentazione letteraria o filmica di un centro urbano e di quanto vi accade è qualcosa di familiare a moltissime persone e che i migliori autori e registi in particolare degli ultimi decenni, ma anche dell’intero Novecento (si pensi ai Maestri del cinema espressionista tedesco) hanno tematizzato l’irrompere della violenza e della minaccia mortale, dell’inconfessabile e dell’enigma all’interno di vite apparentemente tranquille e “normali”; in Frattura composta di un luogo accade, infatti, che Sparisce una ragazza e spuntano ovunque manifesti (Capitolo X, pag. 18), che Sul recinto di legno si posa un volatile strano, forse un rapace arrivato dai boschi. Di un azzurro quasi doloroso (Capitolo XI, pag. 19); che una figura incappucciata (un monaco?) che sembra richiamare La statua di bronzo di un monaco a capo chino che inquieta però la piazza con un misticismo di ritorno (Capitolo VII, pag. 15) compaia talvolta, sinistra e minacciosa.
La cittadina è sede di un’università frequentata da studenti provenienti da diversi paesi dediti nei casi migliori a una robusta fornicazione (Capitolo III, pag. 11) e che la scrittura rappresenta nei loro appartamenti, nella biblioteca, al cinema o al teatro – ma Costeggi l’inedito, l’inatteso. La paura che ha sempre un buon motivo (Capitolo V, pag. 13) e poi Il lago è finto come tutto il resto. La finzione assoluta equivale al vero (Capitolo XXII, pag. 30): perché sta qui la forza dirompente di questo libro, nel suo delineare un luogo perfettamente (perfettamente?) sagomato dal capitalismo nelle sue manifestazioni piccolo borghesi e nella sua fase di maggiore fulgore, nel suo rappresentarne l’inquietante realtà senza moralismi e senza luoghi comuni – ma la cosa non si esaurisce qui, come mi proverò a dimostrare più avanti e perché tale realtà spalanca un vuoto stordente, è viatico per crimini efferati, assedia le vite in maniera minacciosa.
Con millimetrica precisione progettuale e con assoluto dominio sul linguaggio Andrea Accardi costruisce (ché di costruzione e di montaggio delle varie parti qui si tratta) un libro capace di rappresentare il nostro oggi senza indulgenza e senza consolatorie scorciatoie.
In città messianicamente si attende un filosofo che parlerà in aula magna (che tutti venerano come un mago o una rockstar – Capitolo XVI, pag. 24) e che, il giorno della conferenza, ha girato a lungo il caffè, quindici, venti minuti. Qualcuno del pubblico spazientito se n’è andato. Poi l’ospite ha parlato.
La questione rimane aperta, ma più circoscritta, ha detto uno (Capitolo XXVIII, pag. 38).
Nel prosieguo del libro, leggendo nella seconda parte dei vari George, Sergio, Thomas, Amandine, Vinicio, Fabien, Marie, Cristina, del professore peruviano di spagnolo, della ragazza di Sergio, poi, nella terza, dei loro pensieri, ci si può anche provare a ipotizzare chi abbia fatto scomparire la ragazza, ma fondamentale resta il fatto che la piccola comunità possa essere imputata di colpevolezza nella sua interezza, che l’apparenza di normalità e di decoro (comprese le tradizionali ubriacature del venerdì e del sabato sera) sia inficiata da profonde crepe e radicalmente insidiata dal vuoto esistenziale e di senso.

Thomas colleziona monete antiche. Alle serate balla senza voglia. Abita nel quartiere sportivo, si è abbonato alla piscina, adesso che nevica ci va raramente, pure se è al chiuso. Si attarda invece nella sala informatica.
Da un po’ di giorni deve pulire il lavandino. In biblioteca indugia sulla stessa pagina (Capitolo III della seconda parte, pag. 43).

Vinicio mastica una resina dura e croccante. Scrive poesie sui fantasmi, e gira di notte con la torcia del cellulare accesa per sorprenderne qualcuno. Ci provava con la ragazza scomparsa, ma alla fine è andato a letto con l’amica di lei.
Scriverà qualcosa anche su questo (Capitolo XIII, pag. 53).

Thomas passa ore nel centro commerciale. Oggi ha comprato una lampadina e un plaid. Ha visto anche la foto della ragazza, ghiacciata in un sorriso. Seguivano insieme un corso, lei faceva sì con la testa.
Gli ha perfino prestato i suoi appunti, e hanno parlato del battello ebbro (Capitolo XV, pag. 55).

Amandine afferra la maniglia della stanza, la strattona senza guardare. Trova ogni ombra al suo posto, poi accende. Pensa alla ragazza dei manifesti, ed è come un artiglio che le passa sul petto.
Si tocca per non pensarci (Capitolo XXV, pag. 65).

(…) Fabien gioca di ruolo con gli amici, ogni discorso al tavolo suona forte e chiaro.
Tornando a casa di notte il lago gli sembra però una complicazione del buio (Capitolo XXVI, pag. 66).

Interessante è, poi, la variazione della postura narrativa nella terza parte e del relativo registro linguistico: dalla descrizione esterna e fortemente distanziata delle prime due parti, linguisticamente lineare e, mi si consenta l’espressione, fredda, si passa alla focalizzazione interna dei vari personaggi, a un registro parlato senza, tuttavia, che l’autore espliciti di chi, di volta in volta, si tratti – il lettore congettura in base a quello che ha letto in precedenza, se vuole si prova a ricomporre una sorta di puzzle: penso che il nucleo fondante del libro rimanga il senso d’inquietudine e di sradicamento che abita e i protagonisti e gli edifici stessi, la planimetria del “luogo”, insieme con la percezione del passaggio rapido del tempo (tutto quello che accade sembra coincidere con l’anno accademico o, al più, con il ciclo completo dello studio universitario, probabile metafora dell’esistere stesso e in ogni caso, della fuga vorticosa della giovinezza).

…ma è piuttosto un viaggio della mente pieno di accostamenti strani assurdi come quando sogni poi però non è tutto a caso ci sono delle regole precise una struttura oggi ce lo spiegava diceva che è un naufragio perfettamente riuscito l’altro giorno in camera l’ho recitato tutto ad alta voce e mi mancava il fiato forse perché ogni tanto fumo e poi non so i coinquilini cos’hanno pensato perché forse si sentiva… (Capitolo II, pag. 74) – e si rilegga subito, più sopra, la citazione da pagina 55…

…è un odore strano tipo dolciastro e nauseante insieme come una cosa buona cucinata male ma io l’ho già sentito è l’odore di tutti gli androni di tutti i condomini… ho preso il vino, occhio che forse fa schifo… comunque è un posto assurdo pare di stare a metà tra il villaggio dei puffi e Dogville a proposito domani vado al cinema per chi vuole… (Capitolo VII, pag. 79)

…ma non devi pensarla alla maniera tradizionale io penso tipo a un residuo di energia a una macchia a un fiocco di neve diverso dagli altri a qualcosa che stia dall’altra parte delle cose tipo una tana di coniglio ma quello di Alice… (Capitolo XI, pag. 83)

…ho fatto la tisana con lo zenzero non è proprio da giovani ma ogni tanto può andare prendi i cuscini… vorresti sentirti come Carrie dopo? mi sembra tutto assurdo proprio una storia brutta scritta male e interpretata da idioti… (Capitolo XIV, pag. 86)

…ma è strano perché sembrava lui stesso non sopportare la luna volava stordito confuso ancora un poco e pareva che dovesse sfondare una finestra e invece si riprendeva e riprendeva quota e di nuovo aveva quell’aria tipo non lo so un bellissimo disastro… (Capitolo XVI, pag. 88)

…un colpo più forte del solito mi ha svegliata di soprassalto e sono andata a controllare per dormire ho dovuto prendere le gocce ma anche dopo vedevo sul soffitto il passato e il futuro che parevano rincorrersi… (Capitolo XXII, pag. 94)

Nella cittadina che si svolge linearmente, secondo un rigore ammirevole, una sola intenzione geometrica e che assomiglia molto alla mappa che la rappresenta (Capitolo XX della prima parte, pag. 28), dove Gli appartamenti da sotto si assomigliano tutti, hanno mattoni rossi e ringhiere di ferro (Capitolo III della prima parte, pag.11), nell’università dove Al corso di letteratura leggi poeti moderni, guardi il significante che scappa da tutti i lati del testo (Capitolo VI della prima parte, pag. 14) quello che accade tende a concludersi in direzione di un …capisci di stare invecchiando quando i calciatori cominciano a essere più giovani di te… ma tanto la Spagna non vincerà mai un cazzo (Capitolo XXX della terza parte, pag. 102), richiamo dell’ultimo capitolo della prima parte (…) Montano però gli schermi, a giorni inizia anche il mondiale (Capitolo XXX, pag. 38): intendo dire che, nel raffinato gioco di corrispondenze tra i capitoli delle tre parti, nel teso arco degli accadimenti narrati per laconici accenni e smontati (“fratturati”) in opposizione allo svolgimento del più classico plot “giallo” o “noir”, si narra di vite ostense al vuoto e all’angoscia, spesso nervosamente e spasmodicamente agglutinate attorno al bisogno e alla volontà di trovare un centro e un senso, fallendo spesso l’obiettivo.
E mi piace pensare che Andrea Accardi, un po’ per gioco, un po’ per naturale transfert, si sia travestito da Vinicio e che siano di Vinicio i pensieri che ho in precedenza riportato dalla pagina 74 e mi piace anche pensare che, se volessi stare a mia volta al gioco e provarmi a individuare il colpevole della scomparsa della ragazza, lo indicherei proprio nell’autore-Vinicio, indagatore di fantasmi, lettore del Battello ebbro e di poesia contemporanea (benché, sia chiaro, anche gli altri possano essere ottimi indiziati) – ma, se la scrittura e la letteratura sono il luogo privilegiato del delitto, allora Accardi-Vinicio è colpevole di aver fatto scomparire la ragazza senza nome, ossia l’innocenza e l’inconsapevolezza, macchiandosi del reato di aver scoperchiato il luogo-cittadina della finzione e del vuoto di senso, ma anche svelato l’inarrestabile fuga della giovinezza e l’incapacità di fermarla o di prolungarla: la scrittura assumerebbe così il doppio ruolo, paradossale e forse vero nella sua radicale contraddizione, di strumento di finzione e di strumento di conoscenza, luogo dell’inquietante e del perturbante/disturbante, ma anche dello svelamento e dell’agnizione. L’autore come colpevole e la scrittura quale arma del delitto si proporrebbero così in un rapporto con il reale impossibilmente innocente e altrettanto impossibilmente ingenuo e la tessitura del testo troverebbe la sua più efficace realizzazione nella propria stessa antitetica premeditata e applicata frattura.

2 pensieri riguardo “Su “Frattura composta di un luogo” di Andrea Accardi”

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