Voci dal silenzio

Giuseppe Zuccarino

Voci dal silenzio

Marco Ercolani si è sempre interessato al tema della follia, sia nelle vesti di psicoterapeuta che in quelle di scrittore. Lo ha fatto raccontando episodi, direttamente vissuti, di incontri e dialoghi con i suoi pazienti, in libri come Anime strane, Sento le voci (entrambi scritti in collaborazione con Lucetta Frisa) e Turno di guardia1. Ma lo ha fatto anche riflettendo, a livello teorico, sul rapporto fra arte e disagio psichico, dapprima in L’opera non perfetta, poi in Galassie parallele, che del volume precedente si può considerare una parziale riscrittura e, più ancora, un ideale prolungamento2. Il nuovo libro, corredato da un succinto ma efficace apparato iconografico, fa dunque il punto sulle riflessioni dell’autore riguardo a un tema spinoso; nel corso dei secoli, infatti, si è spesso oscillato fra due posizioni estreme: quella che individuava tra arte e follia solo un rapporto oppositivo, e quella che invece le associava strettamente fra loro.
……Ercolani, da parte sua, ritiene corretta una posizione intermedia, che rifiuti l’integralismo della ragione senza però lasciarsi catturare troppo dalla follia, perché sia nell’uno che nell’altro caso l’accesso all’attività creativa rischia di essere impedito. «Una “buona salute dominante” rende impossibile qualsiasi forma di arte perché uno stato di benessere è inerzia – da iners, non-arte. L’inquietudine è necessaria, come motore dell’ars, ma un eccesso di inquietudine, una “cattiva salute dominante”, procura un dolore psichico che rende la vita invivibile e porta a fallimento qualsiasi espressione artistica»3. Per chi intende fare arte, si tratta dunque di accettare un momentaneo esodo dal mondo rigidamente controllato dalla razionalità, senza però perdersi in maniera durevole nella dimensione dell’irrazionale. E proprio a questo allude il titolo del libro: «Una fuga dalla ragione, senza la speranza di una fine, genera i molteplici pianeti della psicopatologia, ma una fuga temporanea dalle logiche del mondo inventa le galassie parallele di un’arte originale, eccentrica, perturbante»4.
……L’attenzione alla produzione artistica fuori norma spiega una caratteristica significativa, e se si vuole provocatoria, dell’indagine ercolaniana, ossia il fatto che essa verte non soltanto su artisti notoriamente caratterizzati da disturbi mentali (che spesso li hanno condotti a subire internamenti psichiatrici di lunga durata), ma anche su altri che, pur essendo esenti da simili problemi, si sono però dedicati a una ricerca ossessiva, con esiti di grande originalità. Dunque, almeno in prima istanza, per Ercolani si tratta di rinunciare ad opporre drasticamente sanità mentale e pazzia, anche perché quest’ultima resta sempre presente, in quanto eventualità, per l’essere umano. Come osserva Wittgenstein, «se nella vita siamo circondati dalla morte, così anche nella salute dell’intelletto siamo circondati dalla follia»5. Neppure la sua buona conoscenza dei testi psichiatrici induce Ercolani ad assumere un punto di vista esterno rispetto agli artisti che prende in esame, quasi si trattasse di ridurli a semplici casi clinici. Egli è ben consapevole che, di fronte ai fenomeni artistici, un’indagine che si voglia scientifica è sempre destinata a rivelarsi, almeno in parte, spiazzata e inconcludente. Infatti quando la follia, «con lampi e urli, riappare come in Nerval o Artaud, in Nietzsche o Roussel, è la psicologia che tace, resta senza parole di fronte a quel linguaggio»6.
……La rassegna offerta nel libro è a tutto campo, poiché non concerne solo l’ambito letterario, ma anche le arti visive (pittura, scultura, architettura) e la musica. È da notare, inoltre, la scarsa propensione dell’autore a stabilire gerarchie di valore: egli mescola con disinvoltura artisti assai noti e semisconosciuti, evidentemente perché gli uni e gli altri sono, a suo avviso, accomunati da una condizione simile, ossia la difficoltà di accettare la realtà circostante adattandosi ad essa, e al tempo stesso la capacità di costruire un mondo alternativo, che si manifesta tramite invenzioni verbali, visive o sonore.
…… Vediamo almeno qualche esempio, partendo proprio da uno dei casi più emblematici, quello di Adolf Wölfli. Nato in una famiglia povera (suo padre è un tagliapietre incline all’alcolismo, sua madre una lavandaia), non sempre può frequentare con regolarità la scuola elementare perché fin da piccolo deve lavorare come aiuto-contadino, subendo spesso maltrattamenti dagli adulti. Resosi a sua volta colpevole di piccoli furti e di maldestri tentativi di molestare sessualmente delle bambine, Wölfli finisce prima in carcere, poi (essendo giudicato instabile di mente e pericoloso) nel manicomio di Waldau, in Svizzera, dove rimane per trentacinque anni, dal 1895 fino al termine della propria esistenza. Nulla sembra predisporre un individuo del genere, incolto e violento, all’attività artistica, eppure dopo qualche anno di reclusione manicomiale egli inizia a disegnare in maniera costante usando matite nere o colorate, e più tardi a scrivere un’autobiografia (mitologica, non realistica) che arriverà a contare 25.000 pagine. Del resto, le due pratiche si intersecano fra loro, perché spesso parole e immagini coesistono sul medesimo foglio. Se conosciamo le sue opere visive è per merito dello psichiatra Walter Morgenthaler, che lavorando a Waldau ha potuto incoraggiare la creatività del suo paziente e, in un libro di rilievo, ne ha studiato con accuratezza gli scritti e i disegni7. Le immagini realizzate da Wölfli, di grande ricchezza e complessità, presentano elementi di vario tipo, in parte riconoscibili ancorché stilizzati (edifici, figure umane intere o ridotte a semplici faccine, uccelli, lumache, serpenti, ecc.), in parte puramente decorativi, eseguiti però con una minuzia e un’eleganza sorprendenti. Talvolta compaiono anche inserti di scrittura, partiture musicali, illustrazioni tratte da periodici e incollate sul foglio8. Il fatto che questo venga utilizzato per intero, in ogni millimetro, è una caratteristica tipica dei lavori pittorici dei malati di mente, come pure la serialità delle opere, ma la qualità artistica di quelle realizzate da Wölfli resta indubbia e fa sì che egli sia stato apprezzato già nell’ultimo periodo della sua esistenza.
…… Ci sono però anche casi di artisti che si sono chiusi nel proprio mondo interiore al punto da tenerlo nascosto agli occhi degli altri. Pensiamo all’americano Henry Darger. Rimasto, durante la prima infanzia, orfano di entrambi i genitori, frequenta una scuola cattolica, ma il suo comportamento poco rispettoso delle regole fa sì che nel 1904, quando ha solo dodici anni, venga recluso nell’Illinois Asylum for Feeble-Minded Children, famoso per il severo trattamento che infligge ai ragazzi. Qualche anno dopo, Darger riesce a fuggire e a tornare nella propria città natale, Chicago. Lì trova impiego come inserviente o lavapiatti presso vari ospedali, lavoro che svolgerà fino al pensionamento. Nel tempo libero, raccoglie ogni tipo di oggetti di scarto, ma in particolare riviste e fumetti. È solo quando, nel 1972 (un anno prima della morte), viene trasferito in un ospizio, che i proprietari del modesto appartamento in cui abita da decenni scoprono, con sorpresa, il frutto del lavoro da lui effettuato in segreto. Si tratta di vari lunghissimi scritti, tra cui spicca un’opera narrativa, The Story of the Vivian Girls in the Realms of the Unreal, che supera le 15.000 pagine ed è accompagnata da più di trecento illustrazioni, spesso di grande formato9. La vicenda narrata nell’opera è quella delle Vivian Girls, le sette giovanissime principesse del regno di Abbieannia, che si ergono a difesa delle bambine, battendosi assieme a loro contro un esercito invasore che le ha schiavizzate. Nelle immagini, che sono perlopiù disegni colorati ad acquerello, scene idilliache si alternano ad altre assai cruente, nelle quali le piccole ribelli vengono sventrate, strozzate o impiccate dai feroci militari. In certi casi, le bambine sono raffigurate nude, e spesso dotate di un piccolo membro maschile, sicché l’insieme oscilla tra naïveté e ambiguità sessuale. Per realizzare le illustrazioni, che costituiscono la parte più significativa della sua opera, Darger utilizza anche una tecnica insolita, ossia ricalca figure da giornali o fumetti e le riporta sui fogli, colorandole. Nel loro insieme, i dipinti su carta, ricchi di personaggi e affascinanti per la loro potenza visionaria, hanno suscitato interesse e ammirazione nei cultori di quella che, a seconda dei paesi, viene definita art brut oppure outsider art.
…… Come abbiamo visto, può accadere che la creatività delle persone affette da disagio mentale si manifesti, oltre che con opere visive, anche con la scrittura, che fra l’altro presenta il vantaggio di richiedere un minimo di risorse materiali: basta disporre di una matita e di un quaderno. Ciò vale anche nel caso di qualcuno che è già conosciuto per le sue opere letterarie e che, per effetto di un brusco accentuarsi dei problemi psichici, si trova di colpo rinchiuso in manicomio, dove dovrà restare in maniera continuativa per nove anni. Stiamo alludendo al ben noto caso di Antonin Artaud, importante figura di scrittore, attore, regista e teorico del teatro. Egli viene internato nel 1937 e il primo periodo di degenza, in vari ospedali psichiatrici, è per lui durissimo. La situazione migliora a partire dal 1943, quando viene trasferito al manicomio di Rodez e affidato alle cure del dottor Ferdière. Quest’ultimo, che conosce le opere di Artaud ed è un fautore dell’arte-terapia, gli assicura più accettabili condizioni di vita e lo stimola a riprendere la scrittura; tuttavia, nel contempo, ritiene necessario curare il delirio del proprio paziente col metodo dell’elettroshock, procurandogli ingenti sofferenze. A partire dal febbraio 1945, Artaud inizia a scrivere in maniera copiosa su quadernetti da scolaro, attività che continuerà anche quando, nel 1946, verrà dimesso da Rodez e potrà disporre di una maggiore libertà, fino alla morte (avvenuta del resto poco dopo, nel marzo 1948). Ne risulteranno 406 quaderni, per un totale di migliaia di pagine10. Sia su alcune di tali pagine che su fogli di maggiori dimensioni, Artaud realizza anche dei disegni, a grafite o a colori, di genere diverso (si va dai ritratti alle figurazioni simboliche), in qualche caso singolari e suggestivi. Gli appunti scritti nei quaderni offrono non tanto dei testi compiuti quanto piuttosto una sorta di magma verbale inarrestabile, con frasi irrispettose della sintassi e una disposizione irregolare delle parole sulla pagina. A livello del contenuto, alcuni temi ricompaiono in maniera costante: si va dalla credenza in azioni magiche attuate o subite, alla lotta contro presunti persecutori (e alla speranza di esserne liberato grazie all’intervento di «figlie» immaginarie), fino all’affermazione della necessità di reinventare la stessa anatomia umana. Si tratta di un flusso di parole che, alla lunga, risulta quasi insostenibile per il lettore, ma che al tempo stesso fa esplodere la forma tradizionale dell’opera, dando vita a una scrittura provocatoria, inaudita e sorprendente.
……Quelli fin qui citati sono solo tre fra i moltissimi esempi di artisti irregolari presi in esame da Ercolani nel suo libro. Come già detto, la rassegna è vasta: si va da chi scrive o dipinge sui muri a chi realizza sculture con materiali di recupero, da chi costruisce, con anni di ostinato lavoro, edifici di aspetto bizzarro, a chi, pur riuscendo a divenire famoso nel suo campo artistico, resta segnato dalla propensione a realizzare opere visionarie o a condurre ricerche maniacali, il che lo rende non troppo dissimile da alcuni malati. Certo, è sempre bene non confondere chi mantiene un sostanziale controllo su quel che produce e chi invece si limita a subire una coazione unilaterale ad esprimersi dovuta a problemi mentali. Tuttavia, secondo l’autore di Galassie parallele, la vera discriminante non è quella che separa l’artista lucido dall’artista disturbato, perché una certa uscita dal reale ordinario resta una necessità per entrambi. L’importante è non perdere la via del ritorno, e con essa la possibilità di comunicare agli altri i propri pensieri e le proprie percezioni. Come osserva Pascal Quignard, «subire l’assalto della visione, fare il viaggio non è l’essenziale dell’arte: occorre quel piccolo coraggio supplementare di tornare indietro e di trascrivere»11.
……Se si adotta una prospettiva del genere, allora poco importa quale sia il linguaggio (verbale, visivo, sonoro) adottato da chi riesce a manifestarsi mediante le proprie opere, così come diventa illegittimo opporre gli artisti famosi a quelli marginali o insani di mente. Questi ultimi hanno pieno diritto non soltanto di esistere e produrre, ma anche di essere ricordati. Ognuno di loro, infatti, ha saputo attuare, in piccolo o in grande, una reinvenzione di se stesso e del mondo esteriore. Il loro merito viene evidenziato da Ercolani in questi termini: «L’artista folle […] tenta sempre e comunque (da scrittore, musicista, pittore), nella sua “guarigione infinita”, di non sottrarsi né alla necessità del sogno né al peso della sua rappresentazione. Percorre la via tragica della non-ragione, perché è la sola a schiudere nuove conoscenze»12. Per lo scrittore e psicoterapeuta genovese, riuscire a valorizzare anche coloro che non sono né saranno mai «classici da antologia, licheni da museo, argomenti per tesi di laurea»13, costituisce un’esigenza etica, e al tempo stesso un modo di praticare quella che egli definisce, riprendendo un’espressione foucaultiana, un’«archeologia del silenzio»14. Essa consiste appunto nell’obliare le gerarchie convenzionali, nello «scavare i diversi strati del tacere finché, fortunosamente, per un attimo almeno, alcune delle voci sotterrate riemergano, e le voci dominanti, per quell’attimo, ammutoliscano»15.

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Note

1 M. Ercolani – L. Frisa, Anime strane, Milano, Greco & Greco, 2006 e Sento le voci. Discorsi di «matti», Milano, La Vita Felice, 2009; M. Ercolani, Turno di guardia, Genova, Il Canneto, 2011.
2 M. Ercolani, L’opera non perfetta. Note tra arte e follia 1999-2009, Firenze, Nicomp, 2010 e Galassie parallele. Storie di artisti fuori norma, Genova, Il Canneto, 2019.
3 Galassie parallele, cit., p. 10.
4 Ibid., p. 11.
5 Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, tr. it. Milano, Adelphi, 1980; 1988, p. 89.
6 Michel Foucault, Maladie mentale et psychologie, Paris, P.U.F., 1962; 1995, p. 104 (tr. it. Malattia mentale e psicologia, Milano, Cortina, 1997, p. 101).
7 W. Morgenthaler, Ein Geisteskranker als Künstler, Bern-Leipzig, Bircher, 1921 (tr. it. Arte e follia in Adolf Wölfli, Padova, Alet, 2007).
8 Su tutto ciò, si veda ad esempio il catalogo Adolf Wölfli Univers, Lille, Lille métropole musée d’art moderne, d’art contemporain et d’art brut, 2011.
9 Cfr. il catalogo Henry Darger 1892-1973, Paris, Éditions Paris Musées, 2015.
10 Per avere un’idea dell’aspetto fisico di tali quaderni, si può vedere la riproduzione in facsimile di uno di essi: A. Artaud, Cahier. Ivry, janvier 1948, Paris, Gallimard, 2006.
11 P. Quignard, Vie secrète, Paris, Gallimard, 1998, p. 26 (tr. it. La vita segreta, Milano, Frassinelli, 2001, p. 13).
12 Galassie parallele, cit., p. 30.
13 Ibid., p. 156.
14 Cfr. M. Foucault, Préface a Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, Paris, Plon, 1961; ora in Dits et écrits, vol. I, Paris, Gallimard, 2001, p. 188 (tr. it. Prefazione alla prima edizione, in Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli, 2011, p. 43).
15 M. Ercolani, Nottario. L’arte del silenzio, in «Scriptions», 19, 2012, p. 6.

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