Porte chiuse (1)

Yves Bergeret

 

Porte chiuse

Il testo originale,
Huis clos, sédiments bancals et Trait qui nomme,
si legge su Carnet de la langue-espace.

Traduzione di Francesco Marotta

 

1
I carretti, le modalità di dizione

La parola ha avuto in Sicilia dei portavoce della sua libertà ribelle: i carretti dipinti, che sono spesso dei piccoli capolavori. Ci sono altri capolavori di colori e di immagini sull’isola, ma sono statici e la parola vi rimane come costretta: si tratta delle pale d’altare, degli affreschi, dei soffitti dipinti delle chiese barocche, dei mosaici romani incollati al suolo come intonaci, degli affreschi barocchi di palazzi aristocratici. Quasi sempre destinati a esaltare il potere, religioso o signorile. I carretti sono di tutt’altra natura. Essi sobbalzavano sui viottoli sassosi tra vigne e uliveti, come piccoli e mobilissimi teatri ambulanti di immagini dipinte, eroiche o burlesche, e di pezzi di ferraglia cesellati penzolanti un po’ dovunque; poi li si ripuliva e, all’occorrenza, venivano utilizzati in paese per le processioni dei fedeli. Ora se ne fabbricano di minuscoli per i figlioletti dei turisti, che li comprano insieme a confezioni di dolciumi alla pasta di mandorle. Ecco, l’insolente inventiva popolare, piena di umorismo, trasformata in una dolciastra riproduzione per vacanzieri.

Niente di sdolcinato nel mio poema su questo Carretto. Lo leggiamo al pubblico, ai primi di agosto, al Museo del Carretto siciliano, ad Aci Sant’Antonio, ai piedi del vulcano. Più tardi, nel corso della serata, vengono lette anche alcune pagine de Il tratto che nomina, vicino a carretti siciliani museificati. Insieme alla mia, brevemente, altre due voci per leggere qualche passaggio: Roberto, attore siciliano esperto, con la sua intonazione (superba voce grave, ma stavolta distratto, sbaglia pagina dimenticando ciò che avevamo preparato) e Alaye, un migrante maliano, che legge, o piuttosto dice alla sua maniera (avendo preparato, senza bisogno di scriverla, una traduzione in bambara di alcuni brani che avevamo scelto e che propone, gli occhi tranquillamente rivolti al pubblico, con una concentrazione impressionante). Per l’uno, forse stanco, il poema è un’onda sonora il cui senso, ridotto alla dimensione di una pungente frivolezza, fa fremere il suo corpo per blandire l’auditorio; per l’altro, il poema orale è un atto etico che richiede allo stesso tempo serietà, apertura e capacità di trasmissione. Alaye ha già letto o detto insieme a me, in Sicilia, parecchie volte, improvvisando un po’ le sue trasposizioni in bambara o in mandinga di strofe dei miei poemi; mi dice che per lui farsi carico, con tutta la sua presenza fisica e spirituale, di questa parola davanti e per gli ascoltatori siciliani, è un momento fondamentale della sua vita nell’isola.

 

2
La piazza del mercato, il grande corpo

Squilla il telefono. E’ Dario, un giovane architetto di cui da qualche anno avevo notato, all’Università di Venezia, la particolare intelligenza e col quale ci eravamo scambiati intense considerazioni sui luoghi. Si trova dall’altra parte dell’isola, nei pressi di Palermo. Vorrebbe vedermi e lavorare un po’ con me. Fissiamo il giorno. Fa il viaggio fino a Catania. Decidiamo di andare a osservare e a cercare di capire la Piazza del Grande Mercato della città, con la sua frutta, i legumi e l’abbigliamento. Uno spazio umano, più di qualunque altro. Un luogo dove la voce umana si fa sentire, più che altrove. Al mattino vi è l’alta marea. Voci molto forti , maschie, tutte in dialetto. Ci si muove tra fenditure, squarci e tratti labirintici in mezzo alle bancarelle, sotto enormi ombrelloni bassi, si grida, si compra, si ruba, ci si scontra, si ride, si grida, si trasportano pacchi e cassette in ogni direzione. L’intreccio di suoni e di merci è frenetico. Non so se la gente è contenta di questa vibrante agitazione.

Le tredici. Bassa marea. Acquirenti, commercianti e bancarelle spariscono. Il suolo della grande piazza è sporco all’inverosimile. Sei, appena sei, addetti comunali spuntano in verde e arancione, due piccoli camion della nettezza urbana, un furgone rumoroso che spazza, sei uomini vestiti di verde e arancione. Uno porta a tracolla un macchinario ad aria per soffiare via le immondizie “in un angolo”: ma quale?, di fatto le spinge “un po’ più lontano”. Il caposquadra a volte urla, in dialetto. Nessuno è in grado di intendere le sue parole. I sei uomini sono i giustizieri. I toelettatori del grande corpo urbano quasi defunto, disteso al suolo, con la carcassa e l’addome enormi. Essi lo accarezzano, lo preparano, lo ripuliscono. Al calare della notte, dietro le quinte della piazza deserta, due bande di piccoli ladri aspettano il passeggiatore solitario.

 

3
Il massacro silenzioso, l’unica legge

“Entro il 31 dicembre sarete in una casetta a un solo piano, vi lascerò il danaro per comprarla. Vi lascerò anche la vostra vecchia vettura” gli dice Concetta, la loro figlia. Ha trentotto anni. Bella, intelligente, diversi piccoli diplomi che non ha mai utilizzato. Non ha mai lavorato. E non ha nessuna intenzione di cominciare. Poco prima dei dieci anni ha contratto un brutto raffreddore; analisi mediche le hanno riscontrato una banale allergia al glutine. Da allora si rifiuta di entrare in qualsiasi panetteria e negozio di alimentari. Manda i genitori a fare le sue commissioni. Abita da loro, in una tranquilla periferia di Messina, in una casa molto grande, con un vasto giardino. Cinque anni fa si è trasferita all’altro capo dell’Italia con un fidanzato che l’ha lasciata nel giro di tre mesi, inorridito da tanti tirannici capricci. La sua parlata è pressoché incomprensibile. Esige di cucinarsi da sola prima degli altri, impedisce che si entri nel suo spazio. Il suo spazio: un appartamento di quattro camere oscure sul lato nord della casa. E’ la sola ad avere un riscaldamento centralizzato, davvero poco utile in Sicilia. Se ne sta tappata in casa, non si alza mai prima di mezzogiorno, lamentandosi di un sonno disturbato dai rumori della casa e, diavolo!, da un odore di farina qua e là.

I genitori? Entrambi da poco sulla sessantina. Hanno comprato più di trent’anni fa questo frantoio vecchio di tre secoli. I carretti dipinti vi trasportavano l’uva. Il vasto spazio interno l’hanno modellato, ricostruito, murato, vi hanno creato delle rampe di scale e dei mezzanini molto ampi. All’atto dell’acquisto il frantoio era stimato come un edificio di tre locali. Un controllo fiscale abbastanza recente ne ha rettificato la valutazione: diciassette stanze. Sono diventati professori di Belle Arti, lui in incisione, lei in arte tessile. Si sono entusiasmati agli echi lontani di Woodstock, hanno amato gli happening e la beat generation, gli incontri informali di artisti, la vita di gruppo, l’educazione senza costrizione; i legami con la loro folla di amici si sono creati e disfatti, con leggerezza, praticamente senza parlarsi, con malinconica libertà. I loro muri, i loro balconi interni, i loro svariati pavimenti sono popolati di abitanti immobili, invecchiati ma un tempo intrepidi: le opere d’arte, ingiallite, oggi un po’ polverose, di tutta una generazione di artisti siciliani postsessantottini. Un vero museo, nostalgico. In definitiva, l’opera delle loro vite.

Enzo, il padre, elegante, slanciato, è un sognatore; talvolta incide. Ha talmente danneggiato le sue mani, immergendo per decenni le sue lastre incise o quelle dei suoi studenti in bagni di solventi vari e anche di acido, che ora si ritrova sottoposto a una terapia quotidiana molto invalidante. E’ mite, non alza mai la voce, tollera e attende. Rosa, l’artista tessile, ha una voce forte, un’autorità perentoria, si inquieta per ogni cosa, non di rado rimbrotta il marito distratto. La terra smette di girare se solo si ferisce lievemente manipolando i suoi gomitoli di filo e i suoi aghi; allora, temporeggiando, ne parla per ore al telefono. A volte è divertente, ma rimane un’energica tragediante. Da una dozzina d’anni i reumatismi tormentano le sue articolazioni. Soffre. Lo ripete in maniera torrenziale. I litigi con sua figlia sono spaventosi. Insulti, grida, urla, rumore di porte sbattute. Cinque anni fa ha avuto un lieve ictus. Quello stesso giorno la figlia è uscita di colpo dal suo rifugio, ha insultato infermiere, medico e genitori e gli ha urlato: “che nessuno qui si metta in testa che io farò la badante di mia madre”. Poi ha girato i tacchi, è rientrata nella sua piccola fortezza sbattendo violentemente la porta: tre opere d’arte attaccate al muro sono cadute.

I genitori, bene o male, avevano immaginato che, tenendosene lontani, avrebbero resistito alla feudalità siciliana e alle insidiose consuetudini mafiose. Si sono ritirati nel luogo ideale che avevano creato, aperto solo a compagni e compagne dallo spirito libero, lo spazio per una sorta di gruppo artistico informale, senza programma né indirizzo, dove vivere e passare insieme il tempo. E la loro figlia l’hanno lasciata crescere quasi allo stato di natura, senza costrizioni né regole. Essi stessi hanno elaborato un modo libero di vivere, senza discorsi né ingiunzioni. Un amico scultore passa talvolta la serata con loro soffiando in uno strumento che somiglia a un didjeridoo aborigeno australiano. Essi hanno creduto e credono di aver creato un’oasi di pace e di amore, un “peace and love” dove ognuno, senza discutere, fa quello che vuole.

La parola era assente. La figlia ne ha approfittato: “lasciatemi la macchina, ne ho bisogno. Voi siete deboli. Prima o poi morirete. Avete fatto il vostro tempo; io sono malata. Questa allergia al glutine ha distrutto la mia giovinezza; ora voglio andarmene in giro, datemi le chiavi della vettura”. La figlia è pressante in ogni istante. Ha appena deciso che venderà la grande casa-frantoio perché ha bisogno di una rendita. Ha detto ai suoi genitori che gli lascerà cinquantamila euro per comprarsi una casa a un solo piano in aperta campagna nel sud dell’isola; “nel giro di quattro mesi, tutto sarà fatto”, gli ha gridato.

E’ sera, sono con Enzo e Rosa nella loro vecchia automobile che gli è stato concesso di usare per qualche ora; visitiamo nel sud dell’isola i dintorni del paese scelto dalla figlia. Poiché non mi ci raccapezzo, i genitori in due ore, in lacrime, mi raccontano gli ultimi avvenimenti di cui ho parlato. “Che disperazione… E’ colpa nostra, abbiamo sbagliato a educarla così”. Li prego di smetterla immediatamente con le autoflagellazioni, che non fanno altro che reiterare le umiliazioni che la loro figlia gli infligge. Il passato è il passato; ma ora c’è un’urgenza ed è necessario che si organizzino. Non hanno più la forza di uscire da questo circolo vizioso. Gli suggerisco di confidare questa situazione a una figura professionale specializzata in questo genere di conflitti. “Pensa, lei ha sempre rifiutato di vedere uno psicologo! – No, la questione urgente è giuridica. Andate da un notaio, meglio ancora da un avvocato esperto in dispute familiari. Se costui non riesce a risolvere il problema e a proteggere la vostra vita nel vostro ambiente, trasmetterà il tutto a un giudice preposto agli affari del genere, che vi porrà fine con la forza della legge, e forse si pronuncerà per una tutela o una curatela”. Risposta: “ah, tu credi? ma noi non oseremmo mai aggredire nostra figlia, etc., etc.”.

L’indomani chiamo un’assistente sociale di Agrigento che conosco, e che è amica di Enzo e Rosa; le chiedo un consiglio. Mi risponde: “ah, che tristezza, che dramma, che miseria… – Puoi darmi l’indirizzo di un avvocato competente, affinché lo trasmetta a Enzo e Rosa? – Ah, che tristezza, che tragedia”. Chiamo ancora due volte, senza ottenere la minima informazione. Poi chiamo a Napoli uno psichiatra, di origine siciliana, che conosco molto bene e che conosce benissimo Enzo e Rosa. “Ah, è terribile, un caso davvero delicato, c’è tanta gente così in Sicilia; ascolta, ci rifletterò”. Chiamo infine un siciliano, emigrato a Bologna da sei anni; è sulla cinquantina, lui e sua moglie sono biologi: “Yves, tutta la Sicilia è così: non c’è nessun accesso reale ed efficace al diritto, ai servizi sociali, alle misure di salvaguardia e di protezione della persona in difficoltà. Certo, una legge di protezione esiste; ma non è niente, assolutamente niente; tutti, non solo la mafia, la considerano come una vaga foschia grottesca e abbastanza imbarazzante che scivola su una terra devastata da segreti sanguinosi, da guerre predatorie, da scontri tra vere bestie dalla crudeltà scatenata. I deboli sono schiacciati, i forti trionfano sempre, anche in modo ignobile. Morale e legge sociale praticamente non esistono, perché la sola legge, a due facce, che governa l’isola, è la crudeltà arraffatrice e l’omertà. Parlare? Suvvia, parlare è un errore, anzi un crimine”. Nel suo Gli incolpevoli, che pubblicò nel 1950, Hermann Broch ci fa sentire in modo geniale le variazioni costanti della voce brutale e aspra di Hildegarde, della voce indolente di Andreas, della voce flebile della baronessa, della voce meschina di Zacharias, della voce particolarmente brusca e tuttavia degna della serva Zerline, voci che egli colloca tutte, chiaramente “incolpevoli”, nell’assordante frastuono della Germania prenazista. Nel 2019, al centro del Mediterraneo, nell’isola si sente il peso mortifero del silenzio. E qua e là delle grida, come dei colpi d’artiglio…

Enzo e Rosa sanno piangere. Quando capita, lei sa gridare. Entrambi sanno soprattutto tacere davanti alla forza. Chiamati al telefono, i miei due primi interlocutori pronunciano frasi di resa, che svaporano nel vuoto. Il carretto dipinto era uno strumento loquace e ironico di cui si serviva il contadino per vivere delle sue vigne e dei suoi uliveti; ricoperto di piccole pitture parodistiche su temi epici o feudali, procedeva sui sassi tintinnando con suoni opposti a quelli dei carillon dell’Angelus. Ora il carretto è sotto vetro, immobile e silenzioso, nelle sale di un incantevole museo. Nello splendido cortile del museo, l’attore siciliano non riesce a trasmettere agli spettatori il senso e la linfa dei miei poemi di ribellione e di dignità della vita.

(…)

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