Breve saggio sui solchi e sulle tracce (per un omaggio a Raoul Ubac)

Approdo all’arte di Raoul Ubac grazie a Yves Bergeret il quale, avendomi parlato più di una volta con ammirato affetto di André Frénaud, mi ha messo sulle tracce dei libri e della vicenda umana e artistica di quest’ultimo: è così che scopro il forte legame di Frénaud con Ubac e, di conseguenza, l’opera di Raoul Ubac stesso.
Solchi: da Yves a Frénaud a Ubac.
Solchi: nelle incisioni, nelle litografie, nelle sculture che Ubac realizza.
Solchi, appunto: linee parallele, tracciate secondo musicali variazioni, andanze del pensiero, emersione allo sguardo delle direzioni che la materia lavorata assume se il pensiero interviene e crea.


Solchi e ardesia, ché l’artista predilige, tra le altre, questa pietra, splendida materia per coprire tetti o creare pavimentazioni. Crea anche stampe da matrici di ardesia. Le “vecchie” lavagne scolastiche erano di ardesia: il gesso vi tracciava segni cancellabili e ripetibili all’infinito (solchi nelle menti di insegnanti e discenti).
Solchi, ancora: fanno pensare ad alcune foto di Mario Giacomelli, alla campagna marchigiana.
Scrive Frénaud, dedicando i suoi versi a Ubac:

DIEUDONNÉ
ou
LES TRACES

Semailles et blessures, ornières et sillons,
les raies de la lumière ou les rides des morts
sur l’homme et sur le sol,
mêmes traces de l’affrontement multiple,
va-et-vient de l’agonique primordial

(in Nul ne s’égare précédé de Hæres, Paris, Gallimard, 2006, pag. 139)

DIEUDONNÉ
ovvero
LE TRACCE

Semine e ferite, incisioni e solchi,
le righe della luce o le rughe dei morti
sull’uomo e sul suolo,
stesse tracce dello scontro multiplo,
andirivieni dell’agonico primordiale.

(Dieudonné è la località nell’Oise dove Ubac acquistò, nel 1958, una casa che divenne il suo studio, meta di artisti e di intellettuali e questi versi di Frénaud appartengono alla raccolta Alentour de la montagne, un gruppo di poesie che sarà pubblicato insieme con le stampe di Ubac nel 1980).

 

Alentour de la montagne 13, 1980: empreinte d’ardoise gravée sur papier du japon Hodomura.

Quelle tracce e quei solchi siamo noi, la cifra identificativa dell’artista è poi, direi, anche le tracce della matita o della penna sul foglio, del bulino nella materia da lavorare per la stampa, del pensiero nella mente, dello sguardo sulle persone, sulle cose e sui paesaggi.
Sa bene Frénaud che l’arte di Ubac vuole portare alla luce la bellezza intrinseca del mondo e che incidere solchi nella terra o nella roccia significa anche riportare alla luce l’immenso serbatoio delle ere geologiche terrestri e dei giganteschi sommovimenti originari – l’arte scava solchi che vadano ben oltre il presente – Michelangelo Pistoletto traccia, nel Bosco di San Francesco ad Assisi, il solco raffigurante il suo “Terzo Paradiso” e lo piantuma con alberi d’olivo – Eduardo Chillida crea molte sculture che chiama Lurra (terra, in basco) caratterizzate da solchi o fessurazioni nella materia (nella terracotta, spesso): in quei solchi (o ferite? oppure canali verso molti altrove?) s’appalesa il silenzio quale linguaggio della terra, perché il silenzio non sta nascosto o celato (così è anche per i solchi di Ubac), ma presente come condizione necessaria al prodursi del suono, attende l’occhio capace di vederlo (è l’universo della sinestesia la dimensione più significativa del silenzio).
In una splendida fotografia Ubac traccia solchi (i “suoi” solchi) nella sabbia ripetendo un gesto che, spontaneo e gioioso, appartiene a migliaia di persone che a loro volta si trovino a camminare sul bagnasciuga, in un’altra sembra felice di perdersi mentre s’inoltra in un grande campo arato; durante tutta la sua vita si dedica a disegnare o incidere su legno o sull’ardesia gli oggetti più semplici, ma essenziali alla quotidianità e per questo fortemente poetici (forbici, bicchieri, coltelli…) e i solchi, i solchi-traccia, i solchi che accoglieranno la semina (anche una sorta di Semaison, se penso a Jaccottet e ai suoi diari intitolati a quel fenomeno che il Littré definisce “dispersion naturelle des graines d’une plante” e che mi piace immaginare, qui, quale naturale diffusione di semi da campo a campo, da macchie verdi selvagge verso solchi tracciati dal lavoro umano), i solchi, dicevo, diventano la sua cifra (come lo è il segno riconoscibilissimo di Capogrossi o di Daniel Buren o di Fontana, per esempio) e non posso non pensare ai solchi e alle tracce che Yves Bergeret continua a seguire nella sua scrittura sempre memore della falesia e degli orti coltivati di Koyo o ai campi arati fotografati da Luigi Ghirri in Emilia o al segno della bilancia illustrato, nello Zodiaco del mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto, con l’immagine del contadino che ara il campo d’ottobre.
E Francesco Marotta scrive in Hairesis:

insegnami con quante lettere si scrive la parola memoria
conto i millenni a manciate
le epoche riaffiorate dalla polvere dei libri e mai
la terra è stanca
di restituire alla pietà dei solchi semine di vite
sacrificate per il pasto dell’abisso

perché tracciare solchi, lasciare o disseminare tracce è un atto al servizio della memoria e perché i solchi sono capaci di pietas e nella scrittura, nell’arte, nella musica le tracce inestinguibili della pietas da parte dell’umano per l’umano chiamano a sé (e interrogano) chi ancora non si rassegna alla violenza della storia.

1 commento su “Breve saggio sui solchi e sulle tracce (per un omaggio a Raoul Ubac)”

  1. Un très vif merci à Antonio Devicienti pour son article lumineux, article d’espérance et de résistance.
    Et une coïncidence parfaite a voulu que ce même matin je publie sur mon blog ce poème “Les Rochers sont-ils aveugles ?” : https://carnetdelalangueespace.wordpress.com/2019/10/24/les-rochers-sont-ils-aveugles/ comme en un écho direct à sa propre recherche.
    “Universel geste rocheux de Koyo. Sillage à toujours tracer”.

    Yves Bergeret

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