Porte chiuse (2)

Yves Bergeret

 

Porte chiuse

Il testo originale,
Huis clos, sédiments bancals et Trait qui nomme,
si legge su Carnet de la langue-espace.

Traduzione di Francesco Marotta

(Continua da qui)

 

4
Il tratto che nomina, la costanza sul “giérin”

Nel cortile del museo, sotto il grande palmizio, dopo il mio poema sul Carretto, presento in successione Carena, che ho pubblicato due anni fa. Il poema-epopea dei migranti del Sahel che arrivano attraverso la Libia e poi per mare in Sicilia. Alaye ne è uno dei personaggi principali: egli è riuscito a portare a termine questo terribile viaggio. L’attore siciliano, questa volta senza sbagliarsi, legge Il sogno di Alaye, la scena centrale di quest’opera; Alaye, opportunamente presente questa sera, la riprende dicendola in italiano e bambara; il pubblico è estremamente attento. La voce di Alaye non ha nessun tremore.

In seguito presento al pubblico Il tratto che nomina: un libro vasto e lento, un libro multiforme e risoluto nel quale racconto come sono entrato con estrema pazienza, per via iniziatica, in relazione creativa con Koyo, il villaggio dogon Toro Nomu, nel corso del primo decennio degli anni Duemila. Leggiamo un estratto del brano centrale, Controluce; in bambara, italiano e francese: il racconto, che ha un’evidente dimensione simbolica, di un terrificante ma iniziatico diluvio del 2005, durante la stagione delle piogge, sulla montagna di Koyo dove io vivevo con gli abitanti del villaggio. Il tratto che nomina spiega, attraverso l’esempio di questo villaggio singolare, cos’è l’Africa nera della savana profonda, che, al di là della totale indigenza materiale, mostra un sistema prevalente di pensiero, di parola, di rito e di vita particolarmente ricco, dal quale noi, qui in Europa, avremmo parecchio da apprendere, senza necessariamente accettare tutto. Alaye è partito da un altro villaggio, della pianura occidentale del Mali, e da un’altra etnia; ma è a sua volta il trasmettitore di questa ammirevole umanità. Egli ne è totalmente consapevole. Ne abbiamo parlato cento volte da sei anni che lo conosco. Carena è un dei frutti di quanto Il tratto che nomina testimonia: uno degli episodi che prosegue, tappa dopo tappa, il racconto tragicamente epico della storia umana. Proprio mentre, contemporaneamente, l’Europa incespica in un populismo razzista e odioso; e non solo l’Europa, gli Stati Uniti, il Brasile, la Russia… Proprio mentre i signori di quei paesi cercano di vendere le anime dei loro abitanti alla merce. Al pubblico riunito nel cortile del museo del carretto, lo dico molto chiaramente.

Roberto legge quindi in italiano le pagine selezionate, si confonde nonostante le nostre ripetizioni, mischia i paragrafi, salta le righe, apre il libro alle pagine sbagliate. Devo mettermi in piedi dietro di lui, che è seduto, per riprendere in mano la situazione e anche per indicargli col dito le righe da leggere: quasi fosse un bambino che balbetta e comprende male ciò che legge. Quando è Alaye a prendere la parola, o in italiano o in bambara, la sua voce non trema mai; è ferma e chiara, porta in una delle lingue africane della sua immensa memoria di figlio dell’oralità il suo pensiero e il mio pensiero di uomini liberi e moderni, impegnati nella costruzione della carena futura di cui il nostro mondo in crisi ha bisogno. La voce di Alaye regge il racconto del grande diluvio iniziativo dell’estate del 2005 a Koyo, nel quale oscillano le certezze antiche che si trasformano in creatività attuale.

Questa sera, Il tratto che nomina muove i suoi primi passi nel sud dell’Italia. Il cortile del museo è diventato un “giérin” di Koyo, una piazza dove la parola aperta e in dialogo ci rifonda tutti. E proprio su quest’isola che il vulcano minaccia ogni giorno, che la violenza primitiva irrigidisce in una società feudale priva di speranza, dove, mi ripeto, l’arte di vivere è tacere. Non riesco ad accettarlo. Il Tratto che nomina è un libro denso. C’è in esso una riflessione permanente, che mostra come il continuum del pensiero simbolico sorregga e crei il reale, quindi lo spazio, quindi la parola, quindi il legame. Lo slancio e l’intuizione del poema, vicinissimi all’oralità epica, conducono il lettore in modo iniziatico in un lento processo di assimilazione, di maturazione, di liberazione.

 

5
Il tratto che nomina, il problema “autore”

Sono ormai tre mesi che questo libro ha iniziato la sua vita in Sicilia. Il numero dei suoi lettori è tutt’altro che esiguo. Ma diversi riscontri siciliani che ne ricevo evidenziano una frequente difficoltà a proseguire nella lettura fino alla conclusione, con pazienza, lentamente, con una progressiva presa di coscienza. Troppo spesso ci si ferma a qualche passaggio pittoresco tralasciando le prime pagine, ci si ferma “al dato sensibile, emozionale”, poi, in maniera meno infantile, alla figura di questo coraggioso poeta avventuriero che corre molti rischi in quel deserto selvaggio. Insomma, è come se la mancanza di esercizio della parola aperta, in quest’isola, la mancanza di esercizio muscolare, nervoso, articolare della parola, la rendessero incapace di prendere parte attiva e consapevole a una ricerca etica e a una riflessione ontologica che richiedono un po’ di respiro.

Ma, dopo i primi tre mesi di esistenza editoriale del libro, questa desolante mancanza di respiro per leggere e comprendere quello che propone Il tratto che nomina, la avverto anche altrove. Certamente il libro incontra lettori e critici attenti, come lo storico francese della decolonizzazione Romain Poncet, come il poeta e filosofo Francesco Marotta a Milano, come il pensatore e saggista Antonio Devicienti che vive proprio a nord di Milano, a Varese: lo vedo dai loro articoli.

Mi sembra che non sia solo la lunghezza del libro, del resto assolutamente relativa, a fare talvolta da ostacolo a una comprensione piena e profonda, quanto invece, ancora di più, l’opprimente eredità occidentale della figura dell’autore. Non la mia persona individuale, comune come tutte le altre; ma quella sorta di necessità cristica, a partire dal romanticismo di due secoli fa e strettamente circoscritta all’Europa e alle sue estensioni geografiche ideologiche, di avere, nella solitudine profonda dell’individualismo moltiplicata dalla spietata reificazione umana prodotta dalla rivoluzione industriale, la figura salvifica, anzi redentrice, dell’autore ispirato, un po’ visionario, certamente un po’ poeta, originale e deliziosamente stravagante, di sicuro interiormente ferito; questo “autore” modella il testo letterario come un ennesimo oppio dei popoli. So bene che questa figura autoriale è attesa dal compratore di libri, e sperata come un piacere segreto, come una ghiottoneria – e tanto peggio per il colesterolo! – in una nutrizione da dieta produttivistica.

Quindi, se si portano sul naso quegli occhiali estremamente deformanti del “culto dell’autore”, si considera coerente fermarsi a piacimento nella lettura del Tratto che nomina, saltellare qua e là, annusare. Senza accorgersi che in questo libro l’autore scompare, o meglio si trasforma completamente (non a caso è una delle analisi più pregnanti dell’articolo di Romain Poncet). Senza prendere coscienza del fatto che questo “autore” completamente ridefinito giunge, proprio perché tale, a far comprendere il pensiero e la vita dell’altro, l’abitante di Koyo. Senza rendersi conto che sono le modificazioni reciproche dei “posatori di segni” di Koyo e dell’autore che inaugurano e sviluppano lo straordinario dialogo creativo di cui parla il libro. E ancora voglio rendere qui omaggio a Victor Segalen che cento anni fa ha rovesciato la nozione e la pratica dell’esotismo, senza tuttavia avere la possibilità di giungere al cuore di una Koyo tibetana.

 

6
Il tratto che nomina, gli accademismi imboscati

Se si ha l’onestà e, oserei dire, l’umiltà di leggere seriamente e integralmente Il tratto che nomina, ci si rende conto con chiarezza che questo libro, in opposizione totale alla crudeltà predatrice e all’omertà, è un libro di pace e di costruzione. Un libro di costruttori: i Toro nomu, che sono gli abitanti di Koyo, ed io. Se lo si legge fino in fondo, non c’è alcuna ragione di provare inquietudine. Al contrario.

Il fatto è che questo libro costruisce la pace e la nostra dimora comune con dei metodi, degli strumenti e su dei terreni che non sono comuni. Saint-John Perse risuona di alisei atlantici; Char canta di cicale delle colline provenzali. Li si rimprovera per questo? Invece, a varie riprese, mi si accusa di condurre il lettore su piste sporche e disagevoli: nel deserto, presso i “primitivi”, che sono sicuramente degli “ignoranti”. Qualcuno a cui avevo a lungo parlato di questo libro in precedenza e che conosce molto bene il mio approccio, è riuscito a scrivermi di preferire… i miei “libri di poesia”. Altri si sono stupiti di non ritrovare in “questo ambizioso libro che vorrebbe essere poetico” il vocabolario che si aspettavano, i temi accademici, i ricami sofisticati sull’impossibilità del senso, sulla crisi del segno, sul nichilismo assoluto, sull’amarezza e la depressione dello scrittore, etc. etc. etc.; e potrei scriverne a decine di righe di tale fatta. Insomma, la poesia è, per queste persone, un virtuoso esercizio elegante in una lingua e un lessico specifici, gli stessi nei quali, come so molto bene, dopo una lettura asfittica di Mallarmé, intellettuali e professori compiaciuti si sono fossilizzati e dolorosamente avvizziti; queste persone frivole e pusillanimi, perché deboli e nutrite di un pensiero anemico, vagamente plotiniano, per di più nichilista, non sono altro che degli stilisti di una scolastica soporifera, il cui orizzonte consiste in “barca, lastra, lampada, tremore, erba”, con in più qualche posa di falsa modestia: bisogna nominarli con compassione, afflizione e aggrottando le sopracciglie. Costoro ignorano quasi del tutto che cosa sia la poesia delle altre lingue, e ignorano completamente quella extraeuropea, quella che alimenta i mirabili volumi della collezione L’alba dei popoli.

Questi elitari letterati francesi hanno atrofizzato la parola scritta della poesia e l’hanno trasformata in un piccolo scoiattolo chiuso in una gabbietta d’argento; e chiamano poesia questo animale disperato. Aprire la porta della gabbia li spaventa. Ho ricevuto manifestazioni, molto aggressive, da crisi d’angoscia infantili, da parte della nomenklatura francese, il cui feudo è a Parigi tra i Gobelins e il giardino del Luxembourg. Alcuni addirittura si sono spinti fino all’insulto per semplice incapacità di leggere, cioè per paura di uscire fuori dalle loro porte chiuse, fuori dagli stereotipi e fuori dalla vaghezza verbosa, allo scoperto. Alcuni, simpatici universitari della Sorbona, strabilianti lacaniani (ne conosco comunque diversi che sono tanto tolleranti quanto illuminanti), non hanno provato nessuna vergogna, avendo a malapena sfogliato il libro, a rifiutarlo immediatamente, dicendomi con molta serietà che vi trovavano soltanto “emozione e sensibiiltà e nessuna analisi”, per poi farmi delle paradossali lezioni di strutturalismo e di metodo. Naufragio dell’accademismo francese: la sua parola, cristallizzata nel ghiaccio, diventa quasi muta. O, piuttosto, i suoi monologhi compiaciuti costruiscono non una “carena” ma le pareti laccate, peraltro mal connesse, di una necropoli che la parola si è affrettata ad abbandonare. Questo accademismo preferirebbe che Il tratto che nomina tacesse. Tuttavia Il tratto che nomina non si stanca mai di oltrepassare le pigrizie e le rigidità di una certa lettura occidentale.

 

7
Lo slancio orale, l’incrostazione dell’eroina

Vincent si siede ogni mattina davanti alla vetrina del panificio di Massy. Con un sorriso cortese saluta le persone che entrano e, baguette e croissant sotto il braccio, ne escono. Un cliente su due gli dà una moneta. Ci salutiamo, chiacchieriamo un po’. Ha una quarantina d’anni, è stato fornaio, ha abbandonato moglie e figlio, stanco di lavorare come uno schiavo per pagare le spese del suo negozio nella Francia centrale. Con un ampio sorriso dice che ha scelto la libertà. Il panificio davanti al quale chiede l’elemosina fa anche del caffè, gliene offro uno. La sua parola scorre, abbondante e fiorita. E’ figlio di un militare che aveva prestato servizio nell’Africa subsahariana; da bambino ha assistito alla pratica dei sacrifici animisti di piccoli animali. Ha fatto il corso professionale per panettiere-pasticciere. Il suo discorso è fluido ed elegante, come se fosse scritto con ricercatezza. Glielo dico. Risponde di sì, e parla ancora di più. Comincia a darmi delle spiegazioni sul senso della vita e soprattutto sul senso della Storia, dal sacrificio di Cristo, dalle tante grandi rivoluzioni tra le quali quella del 1660 in Francia e del 1789 in Austria, dalle decapitazioni di sovrani con la mannaia fino ad oggi, perché egli sa che tutti questi avvenimenti non sono altro che sanguinosi sacrifici animisti e si basano su formule matematiche, soprattutto sul computo degli anni, di cui a lui è stato rivelato il segreto. Gli chiedo se ha scritto tutto ciò. Sì, mi risponde, ritornate domani.

L’indomani mi chiede dei soldi per andare a fotocopiare in tabaccheria le sue sette pagine manoscritte perché, mi dice, vuole regalarmi gli originali, sui quali la verità è più evidente. Terrà per lui quelle copie sbiadite. Sui fogli la prosa di Vincent è stilisticamente densa, stringata, efficace, ferma, dinamica. La rivelazione dei segreti esoterici del mondo si dipana da un lato all’altro dei fogli. Non appena gli faccio due o tre domande su di essi, parla ancora di più e mi dice di essersi liberato da una terribile dipendenza dall’eroina, per la quale ha deciso di abbandonare moglie e figlio, che si sente soffocare se non è libero. La sua prosa ha la densità e la proliferante immaginazione di quella di Nerval nel suo Aurelia, di quella di Artaud, di quella di Henri Michaux nel suo Miserabile miracolo; una prosa fattuale, vivace e fluida. Ma Michaux è davvero troppo elegante, ha uno stile ricercatissimo, ammicca con le sue frasi feline e vellutate ai letterati accademici che abitano tra Gobelins e Luxembourg: il libro risulta pesante proprio per quel compiacimento elitario. Vincent non si barcamena, non cerca di sedurre qualche letterato di passaggio, qualche editore dalla sofisticata veste grafica: egli non appartiene in nessun modo a quell’ambiente, dove troppo spesso prolifera un tossico stile ornamentale.

E’ allora che mi rendo conto che, purtroppo, anche Vincent tende a costringere la parola in un vicolo cieco, ma di un’altra natura, sicuramente neurologica. In ciò che Vincent mi ha detto oralmente ieri e questa mattina, con lo stesso sorriso quasi fisso, egli cita qua e là alla lettera dei lunghi passaggi dei suoi sette fogli. Li cita e li ripete e li ripete ancora. Il testo esoterico e a volte complottista gli è così essenziale e pregnante che la sua potente capacità di parola è a tratti irrigidita nella ripetizione meccanica di paragrafi scritti del suo doloroso delirio. Egli lo considera ancora oggi doloroso. Ma non si accorge che in qualche parte del suo cervello la sua parola libera è stata erosa dalle formule brucianti che l’eroina gli ha dettato: esse sono diventate la sua struttura portante, la sua mappa nautica per navigare su un oceano di tempeste tumultuose o, in questo caso è lo stesso, di silenzio.

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