Su “Galassie parallele” di Marco Ercolani

Raffaella Terribile

Nota di lettura a:
Marco Ercolani
Galassie parallele. Storie di artisti fuori norma
Genova, Il Canneto Editore, 2019

“L’artista vive la sua identità mentre la perde. E, perdendola, la configura in forme tanto cristalline e pertinenti quanto sfuggente e inafferrabile è il sentimento di sé. Al contrario, il folle rifiuta qualsiasi forma di lutto, chiuso nella fragile fortezza di un delirio che nega, con un atto di onnipotenza infantile, la mortalità delle cose e dell’uomo”. Così l’autore, psichiatra di professione, riassume in maniera tanto icastica quanto efficace una questione fondamentale che attraversa i secoli della storia dell’arte: il rapporto tra genio e follia. Prescindendo da esempi fin troppo celebri, come F. Bacon e L. Freud, la scrittura di Marco Ercolani accompagna il lettore nelle vite e nelle opere di artisti, soprattutto italiani, “fuori norma”, dal Novecento a oggi, quasi a disegnare su una mappa ideale i contorni e l’orografia di quei regni dell’Irreale dai confini incerti. In questi paesaggi a tratti sfuggenti, di difficile determinazione, sono le voci degli artisti e le loro opere, a fungere da guida: i luoghi del loro rifugio, i punti fermi di un tessuto fluttuante dove si mescolano sogni, desideri, rimpianti, memorie, pezzi di vita che resitituiscono immagini di volta in volta diverse e fuggevoli come Chimere. “Noi che il dolore ha fatto viaggiare nella nostra anima alla ricerca di un luogo di calma a cui appoggiarci, alla ricerca di stabilità nel male come gli altri nel bene, noi non siamo folli, siamo dei medici meravigliosi”: l’assunto di Antonin Artaud ha il compito iniziale di chiarire la funzione “mitopoietica” della follia. Un excursus sulle fonti classiche permette di leggere, per vie diverse, la sua “naturale” presenza negli animi più sensibili, più portati a leggere la presenza del simbolo nelle cose, fino alla necessità di reinventarsi un proprio mondo in una galassia parallela senza ordine né determinismo. Disegni, graffiti, impronte, segni grafici, scritture residuali, reticoli, labirinti, criptiche geometrie segniche e circuiti ossessivi di parole sono i canali di comunicazione dell’artista-folle, volontariamente rinchiuso all’interno del proprio mondo concentrazionario: un mondo “come volontà e rappresentazione”, un universo talvolta demoniaco, come succede nell’Art Brut, dove la scrittura, il segno, si fa “carne verbale”, palinsesto ipnotico di una “prigionia mentale” in cui l’osservatore precipita nell’attimo esatto in cui riconosce l’arte là dove non se l’aspetta (Jean Dubuffet). Attraverso un lavoro meticolosissimo, Marco Ercolani – da medico e da appassionato di arte e di poesia – oltre a nomi famosi passa in rassegna i “casi”, spesso sconosciuti al grande pubblico, di artisti stigmatizzati in vita come “matti” e nel cui delirio si vede spesso la lucida determinazione di creare una nuova ragione, quella dell’immaginazione delirante che ricostruisce integrità al loro io piccolo e frammentato. Una documentata rassegna delle fonti sul tema culturale e sociale del folle (da Maurice Blanchot a Henry Michaux, da Cartesio a Foucault) introduce ai territori dell’immaginazione psicotica degli “scorticati” dal mondo, quelli che la follia rapisce per sempre o solo in situazioni particolari. Il folle non si sottrae all’abbraccio della follia, l’artista sì, e lo fa affacciandosi periodicamente al mondo di tutti, fino a quando un fremito improvviso non attraversa di nuovo il suo cielo, vivendo comunque sempre in una situazione borderline. Il folle parla esclusivamente del suo dolore, l’artista non parla mai solo di sé e il suo dolore non è delirio, almeno quanto la sua opera non è dissolvimento, bensì la “messa in opera” di una tempesta creativa che si letteralizza, che crea le sue forme, stabilisce le sue regole e la sua logica interna, fatta di nuove analogie e di nuove metafore, una sorta di lanterna magica che proietta instancabile, senza interruzioni, la rappresentazione psichica, la trascrizione emozionale dell’esistenza, con un controllo totale dei mezzi espressivi. Filippo Bentivegna, Marcello Cammi, Sabato “Simon” Rodia, Umberto Bonini, Fiorenzo Pilia, Luigi Serafini, Francesco Toris, Marie-Rose Lortet sono i capitoli di una Comédie Humaine visionaria in cui l’universo viene riscritto nelle forme di immagini ibride, città dentro arcobaleni, spirali di pergolati, torri di ferro altissime, enormi castelli circolari, con scalinate torri e sentieri: come annotava Dubuffet “C’è il chimerico involontario e il chimerico deliberato, assunto in piena lucidità, potente arma contro il reale, contro l’altro da sé, contro l’ordine”. A volte è la scrittura ad abbattere i confini del manicomio, trasformando i muri in pagine bianche: Ferdinando Oreste Nannetti si è raccontato per anni, nel disinteresse generale, in una scrittura interminabile: oggi i calchi di alcuni frammenti del suo grande libro di pietra si trovano nel Museo di Art Brut di Losanna. Robert Walser, per 20 anni internato in una clinica, si è aggrappato ai segni del suo microgramma, illeggibile per tutti e piccolissimo: da 520 foglietti è stato tratto un romanzo, Il Brigante, dove il bandito folle, alter ego dell’autore, dilaga dentro una scrittura radicale e spiazzante, preludio al suo futuro silenzio. Così Tancredi Parmeggiani, Ernesto Cacciamani, Giuseppe Fornaciari, Marco Raugei con i loro grafismi e le loro immagini grottesche si inventano delle piste spiraliformi per non smarrirsi, per affermare la volontà dell’amor pleni sull’horror vacui, per restituire forma ai propri conflitti “tracciando” un senso, una sorta di autoritratto immaginario, esorcismo contro la perdita della propria immagine e, al contempo, affermazione della propria volontà di esistere. Così Luigi Lineri, con le sue pietre, e Tarcisio Merati, con i suoi uccellini sui cactus di fronte alla realtà insopportabile della reclusione manicomiale scelgono di affidarsi alla parte libera di sé creando una mitologia personale di palingenesi nella trama del sogno. Giovanni Bosco, Davide Mansueto Raggio, Stefano Grondona esorcizzano i propri demoni attraverso il segno, così come i piccoli oggetti appesi al muro da Franco Bellucci nella carezza d’amore del legaccio assumono il ruolo degli amuleti di un rituale ossessivo di incantamento del “buono”. Sono molte le pagine in cui lo sguardo attento di Ercolani rivela le umanità complesse di artisti dimenticati. Ma il folle è anche chi vede il mondo come suono, chi lo guarda con le orecchie: l’abisso primordiale, la bocca spalancata, la caverna che canta, la fessura nella roccia sono i topoi primordiali di un richiamo ancestrale. Il poeta come il compositore e l’interprete cercano di dare forma all’invisibile, e il collasso delle forme musicali classiche nel Novecento è una “catastrofe” (nel senso etimologico) che vede i suoi precedenti nel secolo precedente. Da Mussorgskii a Schonberg fino a Cage l’espressionismo nella tessitura musicale si arrende progressivamente al “vuoto”: la voce dello strumento si affaccia dal vuoto e in esso ripiomba, una sorta di “buio” che diventa silenzio prolungato ma altro non è che il suono che ci attraversa, come un fluido dissolutore, fatto di respiri, sussurri, brusii. Come quelli che accompagnano l’interpretazione delle Variazioni di Goldberg di Glenn Gould, come gli spazi “chimerici” del sassofono di John Coltrane. Franco Donatoni, Federico Incardona, Giacinto Scelsi e Demetrio Stratos sono le vibrazioni dissonanti di un suono diverso, lontano, spericolato, umanissimo. La poesia italiana, inglese e tedesca del Romanticismo, il Decadentismo francese dimostrano che è il silenzio l’approdo a cui tende la parola. La veglia è un progetto, qualcosa che nasce dall’informe, ma si sostanzia necessariamente del sogno e della manovra (il controllo dell’irrazionale) fusi insieme. Nessun silenzio è innocente. Nessuna armonia è possibile. Bisogna trovare il proprio silenzio, con il proprio linguaggio, e, trovandolo, vivere uno shock, ammutolirsi, meravigliarsi perché la poesia è esperienza del non pensato, magia del dire che si intesse alla “stregoneria del non-detto” (Luzi). Il poeta, dunque, è “folle”: Lorenzo Calogero, Dino Campana, Lorenzo Pittaluga, Amelia Rosselli rappresentano una testimonianza importante dell’incessante contrappunto che può esistere all’interno della scrittura poetica tra libertà, anarchia immaginativa e serrato controllo della forma linguistica: un materiale magmatico intrappolato e ricomposto, che genera una inquietudine oscura, l’eco lontana di una discesa agli inferi.

4 pensieri riguardo “Su “Galassie parallele” di Marco Ercolani”

  1. Ottima nota di lettura, Raffaella. Hai messo in luce tutti i punti salienti delle mie Galassie, dove anarchia e controllo sono la coppia generante di tutto il mio discorso, meticoloso e chimerico, su come l’arte salva senza salvare, intrusa, indefinibile e bellissima. Grazie della tua scrupolosa e poetica attenzione. Un solo refuso: Bentivegna e non Bencivegna. Ti abbraccio forte. Marco

  2. La scrittura di Ercolani, per il tramite degli uomini-autori-artisti da lui selezionati, scava nella carne dell’esistenza, è una riflessione intorno alle essenze sepolte…Credo che in questo momento storico la Scrittura, intesa come Arte, trovi su questo terreno la sua ragion d’essere.

  3. Antonio, ti leggo ora. Quello che dici è l’esatto cristallo di quello che cerco nella scrittura: riflessione intorno alle essenze sepolte, archeologia vivente del pensiero-poesia bel tempo. Essere compresi è bello. Ciao.

  4. Grazie a Marco Ercolani che persegue la sua ricerca nel mondo degli “écorchés vifs” con un grande “progetto di veglia con manovra” – per dirla come Lorenzo Pittaluga – d’inconfondibile chiaroveggenza. E “va oltre”. E spesso mette il lettore con le spalle al muro. Perché quel mondo di essenze sepolte, di distorsioni percettive e dedali misteriosi – lo sa bene chi legge – non è mai così distante.

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