Porte chiuse (3)

Yves Bergeret

 

Porte chiuse

Il testo originale,
Huis clos, sédiments bancals et Trait qui nomme,
si legge su Carnet de la langue-espace.

Traduzione di Francesco Marotta

(Continua da qui)

 

8
Il bisogno di canto, il mutismo

Sull’isola vulcanica, la Sicilia, crudelmente lacerata dalla violenza e da una feudalità primitiva, ma dalla quale promana, attraverso talune aperture, una sorprendente luce contemporanea, scopro, come ogni volta, dei tesori di etnomusicologia in un piccolo negozio del centro di Catania. Un negozio di dischi all’antica, i cui due titolari conoscono perfettamente il contenuto dei loro scaffali. Durante i miei due ultimi soggiorni vi avevo trovato straordinari CD di musica vocale coreana, in particolare canti sciamanici di pescatori della costa orientale. Questa volta trovo, tra gli altri, due CD della grande tradizione orale. Il primo è una registrazione del 1992 di scene del Maharabata, recitate, cantate e danzate su una base ritmica di gamelan dell’isola indonesiana di Surakarta (etichetta JVC / numero di catalogo VICG-5263). L’epopea millenaria che sorregge l’immaginario dell’Asia continentale e insulare di sud-est trova qui una forma particolarmente dinamica e espressiva che incanta masse enormi di pubblico; mentre la percezione turistica del gamelan non vi sente altro che virtuosismi sonori di percussioni metalliche, senza parola né senso.

Il secondo è un CD di canti del popolo Garifuna dell’Honduras (etichetta JVC / numero di catalogo VICG-5337). La registrazione è del 1993. Non conoscevo niente di questo popolo. Trecentomila persone, discendenti degli Arawak precolombiani e di schiavi comprati nel 1624 nell’attuale Nigeria da negrieri portoghesi. Questi schiavi, gettati da una tempesta sull’isola antillana di Saint Vincent, hanno cominciato a mescolarsi con gli Arawak; poi cinquemila di loro sono stati deportati nel 1797 sulla costa settentrionale dell’Honduras, dove, come conseguenza delle evasioni e delle fughe, il meticciato con gli Arawak si è accentuato fino a dare vita a una cultura sincretistica con una debolissima base di lingua spagnola, strettamente imparentata col vudù e con una memoria attivissima delle deportazioni successive; i poemi memoriali sono cantati con un accompagnamento strumentale semplice, nel quale ho riconosciuto fin dal primo ascolto nel negozio di dischi il suono del lambi, una grossa conchiglia nella quale di notte, sul punto di fuggire, gli schiavi antillani soffiavano come segnale di ribellione e per localizzarsi tra loro nell’oscurità. I poemi di questo CD, molto popolari, sottili, raffinati, vigorosi e ritmati, sono canti di lutto, di etica sociale degli schiavi fuggitivi, della deportazione finale del 1797, di povertà e di speranza, di danza parodica in maschera del Natale dei coloni, di imitazione del canto delle cavallette, etc. Con essi la poesia unisce e ricostruisce la comunità nei suoi legami più profondi.

Una settimana più tardi, in questa tarda estate, assisto allo spettacolo finale di un corso performativo internazionale di “Axis Syllabus” e di “danse contact-improvisation” in fondo alla mia vallata, a monte di Die. Guidati, tra gli altri, da un notevole coreografo, danzatore e acrobata su filo metallico, Jérôme d’Orso, una trentina di giovani ballerini e ballerine, quasi tutti professionisti di alto livello venuti da tutta Europa e dall’America, danzano, il più delle volte in silenzio, la loro ostinata e lucida ricerca di senso nello spazio neutro e fuggente; i loro corpi agili, addestrati e acrobatici, chiedono al suolo, chiedono all’aria, chiedono allo spazio circostante il senso, il senso della parola oscura che fanno fatica a trovare. Una parola scivolata fuori dalla memoria. Costretta a rifugiarsi in mimiche quotidiane parodistiche e desolate. Due o tre volte alcuni ballerini articolano lentamente un testo, derisorio ed esile, anche farsesco, da cui il corpo dolente cerca di divincolarsi. Poi la notte cala sui corpi, sulla sala e su noi tutti, rapiti e turbati da un rito visivamente splendido il cui senso si è perso non si sa bene dove.

 

9
Le frasi trappola, le percosse

«Ma come? Sei dunque a Catania? Ma cosa ci fai qui?» L’uomo al volante si è fermato di colpo sulle strisce pedonali che sto attraversando davanti alla casa dove abito. Ha abbassato il finestrino del passeggero. Mi chino per vederlo: elegante, sulla cinquantina. Non lo conosco. Prima ancora che glielo dica, attacca: «ma non mi riconosci? Ci siamo visti su al Nord. – No, signore. – Ma sì. Sei stato al Nord, no? – No. Ah, sì, è vero, a Milano ai primi di luglio. – Beh, eccoci qua! Hai cenato coi tuoi amici nel mio ristorante, io sono venuto a chiacchierare al vostro tavolo, verso la fine». E’ solo dopo un po’ che mi rammento di aver effettivamente pranzato al ristorante in quella città, ma a mezzogiorno. Lui mi racconta che viene spesso in Sicilia, dove ugualmente lavora, ma per il marchio Armani. «Sali in macchina, non possiamo restare così sul passaggio pedonale. – No, ti raggiungo in quel parcheggio libero lungo il marciapiede laggiù, a quindici metri». Dopo qualche passo: «ebbene sì, sono proprio infuriato, il notaio di Armani a Catania non ha preparato niente mentre io mi precipitavo velocemente da Milano, e vi ritorno domani con questa macchina. Non c’era nemmeno. Avevo dei soldi da incassare, dei contratti da firmare, degli abiti da lasciargli. Ecco, questi abiti te li offro. Un vero regalo, ognuno vale tremila euro. – No, grazie, non ne ho assolutamente bisogno». Scende dalla macchina, vi gira intorno, apre la portiera posteriore, mi mostra quattro vestiti. «Che taglia hai? Ma aspetta, la cosa più semplice è provare nel negozio là in fondo». Mi spinge verso il sedile posteriore. Faccio resistenza. Aggrotta le sopracciglia. Batte con il pugno il tappo del serbatoio del carburante: «senti, devi darmi del danaro per questo, per il mio ritorno a Milano, lo capisci?» A voce alta ripeto «no»; sul marciapiede delle persone cominciano a voltarsi. Lui rifà il giro della vettura, si siede e parte a tutta velocità.

Chiedo al portiere del mio palazzo, che era presente, se ci capisce qualcosa: «no, non ho mai visto una cosa del genere, non so assolutamente di cosa si tratta»: egli è obbligato a “tacere”. Domando al padrone del piccolo bar, proprio di fianco, che non ha nessuna paura a rispondermi: «quell’uomo veniva qui con la sua macchina da parecchi giorni. Mi ero accorto che ti teneva d’occhio». Mi sono ricordato allora che avevo vissuto una situazione analoga cinque anni fa, ma che ero ingenuamente salito nella macchina, dalla quale ero fuggito al primo semaforo rosso, non lontano. Un’amica catanese che chiamo al telefono mi dice che si tratta di un tentativo abbastanza comune di truffa, con eventuali vestiti veri rubati e da rivendere al più presto; ma soprattutto che, una volta prelevata, la vittima viene condotta in qualche vicolo senza testimoni dove attendono i complici che colpiscono ripetutamente fino a ottenere il codice della carta di credito; il truffatore e i suoi complici possono inoltre essere incaricati di un breve messaggio: «avrai capito adesso il veto che ti è stato imposto tre mesi fa. Ti lasciamo qui, vai a curarti i tuoi graffi. Se continui, la prossima volta sarà meno divertente».

Impossibile sapere se dietro questo fulmineo episodio si nasconde una minaccia. Ma sono pienamente consapevole del fatto che delle “famiglie”, come vengono chiamate, del centro dell’isola non apprezzano né il mio sguardo, né le mie pubblicazioni, in particolare alcuni precisi passi di Carena, né, molto semplicemente, la mia presenza sull’isola. Questo episodio, nato inizialmente da una chiacchierata di avvolgente cordialità, non è certamente il canto di una poesia. Questa scenetta realistica non è un’altra parodia della boria feudale dipinta su una predella laterale di un carretto da vignaiolo. E’ un elemento della gestualità opaca, sempre sul filo della violenza fisica, che cerca di anestetizzare e frantumare la parola tra le porte chiuse di un padrone invisibile. Si dà il caso che domani c’è il mio aereo di ritorno in Francia.

 

10
I piani inclinati, Ogo Ban

Durante il suo lunghissimo viaggio di ritorno verso la sua piccola Itaca, Ulisse incontra cento culture a lui sconosciute e, insieme ai suoi compagni, a ogni tappa compie dei sacrifici animisti seguiti da pasti rituali, allo scopo di ingraziarsi le divinità del luogo. Quando approdano in Sicilia ai piedi dell’Etna, scorgono lungo il pendio del vulcano, che è l’enorme corpo di un dio spaventoso, “capre e grasse pecore”, adatte per magnifici sacrifici. Sbarcano. Non sanno che i Ciclopi, la popolazione locale, ignorano le leggi moderne dell’ospitalità. Sono particolarmente crudeli anche tra di loro e non obbediscono a nessuno degli dei, nemmeno ai loro: “non se ne preoccupano e si ritengono superiori”, come scrive Omero. Già tremila anni fa, dunque, le abitudini della figlia di Rosa e Enzo… Ulisse e i suoi compagni entrano nella dimora del ciclope Polifemo, che era assente; si tratta di una grotta sul pendio del vulcano. Polifemo, di ritorno, ve li rinchiude. Poi uccide due marinai di Ulisse e li mangia crudi, come in un sacrificio arcaico. Utilizzando l’eccezionale astuzia che tutti conoscono e la cui crudeltà si adegua alla crudeltà permanente dei Ciclopi tra loro, Ulisse e i suoi compagni se la cavano e riprendono la navigazione di lunga durata.

Di fronte alla durezza e alla crudeltà sociali, antiche o attuali, in ogni caso permanenti sull’isola del silenzio, ma alla resa dei conti permanenti anche in ogni terra colpita dalla doppia maledizione di una feudalità feroce e del dio Merce, io non mi sento di seguire la sanguinaria astuzia di Ulisse. Penso invece continuamente al mito di Ogo ban (cfr. pp. 51-77), che è il cuore pulsante dell’azione del Tratto che nomina: lo straniero è accolto. E’ ascoltato. La sua capacità di parola e la sua saggezza arricchiscono la vita e la parola stessa del popolo Toro nomu al villaggio di Koyo. La parola tesse ininterrottamente la sua vasta rete che nomina il reale e lo spazio si apre, si apre e accoglie.

Nella mia buona e vecchia Europa, di cui sono un figlio non sottomesso e non docile, non vedo questo intreccio fecondo e flessibile di dialogo e di ascolto, ma le varie sedimentazioni, sempre incompiute, sghembe, incomplete, tronche, spesso tradite, della parola all’opera. Penso alle parodie brillanti dei carretti dipinti per invocare la libertà. Ma anche all’uso improprio di frasi amichevoli per tentare di truffarmi con violenza durante il mio penultimo giorno a Catania: un travisamento identico all’inganno fatto di crudeltà dei travestimenti, tanto negli abiti che nelle frasi, dei due innamorati di Così fan tutte per dimostrare la debolezza e il tradimento, così credono, delle loro fidanzate; ma Mozart rovescia questo sadismo infantile col suo impertinente contrappunto di bellezza e di intelligenza musicali. Penso alle sedimentazioni gelide, tragiche per sordità aggressiva, degli accademismi che creano le porte chiuse. Penso alle sedimentazioni traballanti per cieca incrostazione del fornaio eroinomane. Penso alle lucide e belle sedimentazioni, che mettono in scena l’afasia, dei danzatori intorno a Jérôme d’Orso nella comunità di “Axis Syllabus”.

 

11
Le porte chiuse, l’eruzione

Succede a volte che qualcosa di simile a eruzioni vulcaniche sollevi queste numerose incrostazioni sedimentarie che rischiano di fissarsi in un linguaggio da letterati, triste abbellimento screpolato nelle sue variazioni dal rigido al tenero. Variegato e, all’occorrenza, toccante. Piani inclinati, giustapposti. Mondo per frantumazione. Non è senza delle buonissime ragioni strategiche che René Char scrive, e forse pensa anche, per frammenti: proprio perché non smette di lottare contro la violenza disgregatrice di un mondo disgregato. A questa violenza risponde colpo su colpo. Pertanto egli è poeta eruttivo.

E’ tra le montagne selvagge in fondo alla mia vallata nel Diois, vicinissima alle colline di Char, terra di resistenza e di vigilanza da secoli, che una coincidenza forse necessaria mi fa trovare presso un libraio le tracce di splendide eruzioni di non molto tempo fa: è l’edizione originale del Dovere di violenza di Yambo Ouologuem, del 1968, uno dei romanzi più aggressivi e più lucidi, nella scia di Franz Fanon, per dissotterrare dallo spessore della lingua francese i putridi inganni di una finta decolonizzazione. Sono anche le prime edizioni, sicuramente clandestine perché risalenti al tempo dell’occupazione nazista della Francia, degli Occhi di Elsa e della Diana francese di Aragon; è anche la primissima stampa clandestina del lungo poema Il museo Grévin di Aragon, pubblicato con lo pseudonimo da partigiano di François La Colère.

E anche presso un rigattiere ebanista di Die, anziano, un tempo migrante, che apre saltuariamente il suo negozio, trovo una stampa della Sentenza di Caifa, risalente verosimilmente a due secoli e mezzo fa, incollata su una pomposa guarnizione dorata del secolo successivo. Una raffigurazione molto rara ma precisissima di un mondo nel quale la frammentazione della parola scricchiola, si spacca, esita sulla direzione da prendere. Il potere politico dell’occupante romano non sa cosa fare per sradicare l’agitazione liberatrice provocata da questo Gesù di Nazaret, che si proclama dio e re degli Ebrei e contesta tutto ciò che in quel luogo si è sedimentato. Il proconsole Ponzio Pilato rimanda l’agitatore al tribunale locale di diritto consuetudinario, il Sinedrio. Questo tribunale delibera, esita, argomenta in un modo e poi al contrario; alla fine emette una sentenza di condanna a morte e il proconsole romano, ipocritamente, se ne “lava le mani”. La stampa che ho scovato è quella del momento cruciale del dibattito contraddittorio e non quella del verdetto; le opinioni si confondono, erompono, si cristallizzano in forma scritta su dei piccoli pannelli disordinati branditi dai dialoganti. La parola qui risorge, perché è evidente che la sua natura è di essere aperta e in dialogo. E’ il momento in cui lo sviluppo lineare, dogmatico, del destino di giovane figlio di un dio trascendente incarnato, si arresta, nell’incertezza; proprio in questo dibattito e grazie ad esso, lo svolgimento in monologo, il segno di una rettitudine assoluta, il dogma non esistono più. Nella riproduzione a stampa i vari pannelli sono chiari, una luce policentrica ne emana, il grande sacerdote Caifa, al centro, non è che una massa oscura e di scarso interesse; lo stesso Cristo, decentrato e di profilo, resta rigido e senza vita, estraneo alla discussione. Il soggetto della stampa è il dibattito, cioè la parola aperta, in atto, in dialogo, come quella che si parla in modo permanente a Koyo.

Ero rimasto estremamente sorpreso nello scoprire in Sicilia, quattro anni fa, la raffigurazione di questa stessa Sentenza di Caifa, un affresco che era stato liberato da rivestimenti secolari e restaurato su uno dei muri del chiostro del Convento San Pietro, a Piazza Armerina. L’emergere del dibattito, qui del Sedicesimo secolo e di prevalente stile barocco, era particolarmente sorprendente: questo convento francescano aveva accettato e riportato la raffigurazione scritta degli argomenti degli uni e degli altri, tratti unicamente dai Vangeli apocrifi che la Chiesa non riconosce affatto. Ma sul finire del Rinascimento parecchi (presumibilmente) affrescatori avevano reso alla parola la sua rigogliosa libertà e anche la sua capacità di dubitare. E proprio al centro della feudale Sicilia, vicinissimo al borgo di Aidone che delle “famiglie” tra le più selvagge e avide controllano con mano ferrea in un asfissiante clima da porte sbarrate. Esattamente al centro della Sicilia, a Piazza Armerina, la parola creatrice rinasce.

Il tratto che nomina, raccontando la continuità della parola dell’altopiano di Koyo isolato in un’immensa pianura attualmente devastata dalla jihad e dai conflitti interetnici, la Sentenza di Caifa in una stampa del Diois e in un afrresco siciliano a Piazza Armerina, le risorgenze degli splendidi testi resistenti e vigilanti di Ouologuem e Aragon, ci infondono coraggio, nutrono il nostro spirito irriducibile. Piccoli spazi della parola libera? Forse. Ma ci salvano, nel momento in cui le porte chiuse della violenza soffocano terre e isole intere, asfissiano i microcosmi familiari o il macrocosmo del mercato di Catania, mondi piccoli e grandi che non sanno più dov’è la parola.

Come a Koyo, utopia della parola, la parola non muore mai.

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