Nominazioni

Les actions du poète ne sont que la consequence des
énigmes de la poésie.

René Char

Nominazioni

 

§

 

Tutto ciò che accade, si accende, si disperde – si rivela fiamma sconosciuta all’ordine dei giorni. Tutto ciò che accade è un corpo che tende alla visione, un’epifania di transito – l’istante, ridiventato carne, che risponde in natura di specchio alla notte, all’immutabile esilio della luce.

La mano che dialoga con l’ombra è l’unica traccia della metamorfosi, l’eco del passaggio. Mano che si riconosce rovesciando l’assenza nel desiderio impuro di parlarsi, lacerarsi in sillabe e segni – immergersi dove non ci sono strade, alberi, stagioni, ma occhi, sangue, lingua.

Nomi. Pagine di carne strappate a un corpo nel quale l’essere è purezza di ascolto, e l’ascolto sempre più dell’essere. Infinita oltranza. Nomi – sorgenti vocaliche che si respirano prima che la ferita ne cristallizzi il senso nel dolore. Nomi che sono cibo per vedersi, quando l’occhio è già lingua e lo sguardo ha l’ampiezza smisurata della nascita. L’incustodita, l’indifesa vertigine di suoni che prende dimora e voce dentro il vuoto che alle pupille si apre – nel ricordo, che declina in tormento, dell’alfabeto d’acqua che si lascia alle spalle.

Scrivere, allora, è nutrirsi di un dio di sabbia e vento, patire la luce e il cielo, il suo tempo immobile senza tempo. Rispondere al richiamo di qualsiasi spazio. Deserto o abisso. Promettersi al corpo che quello spazio occupa ed esplora fino alle radici – creandole/creandosi per legge scritta nella polvere che precede e segue ogni parola, la traccia di ogni nome.

 

§

 

Tu scrivi di solitudini, in solitudine – e ancora è detto nulla. Che non sia schianto, frana di voce, pausa di respiro. Vita, sempre. Che si declina nei gesti e nella carne di una madre bambina. Nelle sue movenze antiche di danza e di luce – di quiete vigile o morente. Di petalo caduto che ancora grida il palpito dell’ala che lo schianta. Che finge occhi per fermarne il volo, rovesciare l’ultimo orizzonte. Che non indaga, non chiede, non implora – perché non conosce parole chi le crea.

E allora attendi. Come un nomade nell’oasi. La brocca vuota stretta tra le mani e le labbra di indagato – lo sguardo visitato dalla sete. E ancora attendi. Forse un richiamo. L’invito alla mensa delle sabbie – nel tempo che si rinserra invisibile nel ventre, lievito e pane in uno scrigno d’aria. O nella terra, nell’umile radice di una spiga di grano – nel seme che ritorna alla sua fonte. Nella lingua vulnerabile, crocifissa, di una specie generata muta. Capace, nel tormento, di dare sillabe e accenti a ogni silenzio. Di generare voci.

Poi scrivi e scrivi – ed è un dire che si riversa da inchiostri di abbandono e di rivolta. E il segno è un dardo. Una lamina di buio che porta luce ad abitare il seno, la matrice.

Figlio del tuo volto, io ti oscuro –
allevo in te la cecità che in te mi nutre.
Parlo di te – a te.
Che da sempre, fin dalla prima alba,
guidi il passo dei miei anni nel deserto.
Il tuo canto che semina voci
in schegge di chiarore, è lo stupore dell’argilla
che rinasce all’abbraccio dell’acqua –
fuoco d’uragano, preludio di raccolto.
Un fiorire e rifiorire di sillabe
per disperare gli occhi della morte.

Sei tu che parli e scrivi – sei tu che attendi. Mentre la fame cresce ed è stele di presagio – e certo è un lampo. Albedine che acquista cielo dove la pelle smette di crescere. Memoria che incide nomi in trame di carne e sangue – su lembi di ferita. A ogni sentiero, a ogni passo, a ogni pagina, come uno stilo che incide lingua e canto – un grido. E fa vento innocente, questo. Perché ancora corre vento tra le sabbie del foglio. Senza lasciare impronte.

 

§

 

E’ un bambino colui che regge il peso dell’incanto e aggiunge luce al lume. Che ha voci segrete capaci di rovesciare notte e giorno – trasformare il crepuscolo in alba all’insaputa del cielo. Non una parola scuote la vertigine di un sasso rifiorito in acque al tocco della sua mano. Di una nuvola scomposta in note di carne, riplasmata in sezioni di inchiostro e pupille.

Regge tra le dita il filo inspiegabile di ogni trama. E ha mani che già non gli appartengono. Mani cifre, mani versi – la lunga fedeltà, senza memoria, al prodigio di una voce che si fa gioco. Specchio, riverbero, sostanza d’echi.

L’infanzia è un verso inafferrabile, vita che si propaga all’infinito. Mossa e sospinta dalla luce del nome che ne traccia i confini – inaccessibili. Dall’ultima lettera che, svelata, mostrerebbe l’abisso su cui si tende ad arco. Perenne metamorfosi di una pagina scritta con gli occhi, che nasce oltre i margini in forma di carne e desiderio. E crescendo si cancella – come un albero che si distende fino all’azzurro più remoto, e nella sua brama di spazio e di cielo dimentica il sogno delle sue radici. Dimentica il senso. Il segno.

La radice è quella mano obliata – perché non ci appartiene. L’unica. Rotta e vela capace di ricondurre a riva. Solo l’alba riposa in quel palmo – e da quel palmo si leva. La chioma è il corpo che si consuma insieme al giorno. E ogni verso è assenza – ogni parola un lembo che cerca di ricomporre il volto perduto nella traversata. Il lampo dai mille nomi in cui radice e chioma sono uno.

 

§

 

Manifestarsi alle parole. Dare al linguaggio un corpo che accoglie e ascolta. La linea curva di un segno che dalla radice del nome si distende fino all’orizzonte. Che vigila in attesa – congiunzione di nulla e astri. Costellazione di stupori.

Tutto è corpo alla luce dell’occhio che nomina – lingua di necessità, respiro che cementa acqua su acqua.

Dove prima fu assenza e oblio, lì era la madre. Acqua che accade e tutti i cammini raccoglie in un respiro – liberati dai passi. Il sole è l’infanzia che da sempre ritorna a quella fonte, incantata dall’occhio di nessuna parola. Che è minaccia e bruma che cumula distanze. Un lampo. Luce che prova a resistere al tempo. Inesorabile.

Acqua abitata, di nessuna riva. Senza approdo.

Come una voce morta da sempre, nella quale ancora dimora l’eco di un’età mai trascorsa. L’eco che ferisce l’occhio – a dismisura dei suoi roghi di assenza. Voce di acquamadre. Profonda. La caduta già intuita, al primo sbocco tra le sabbie del giorno – in natura di sorgente.

 

§

 

Anche lo stile è carne. Carne in attesa dello stilo che ne fa parola. O stelo. Di giglio che canta nel bianco spento – sulla riva muta.

Ci si accosta alla terra del primo giorno con mani dolenti di voci, per colmare la perdita – perché il vuoto si faccia volto, pienezza di sguardo. Come lasciare alle spalle la dimora familiare e, errando, seminare a ogni passo l’acqua raccolta nell’addio. Ecco – disincrostare la memoria dal muschio rugginoso dell’inganno. Farne zolla da arare e seme.

Pane che sazia la fame – perché ha nome fame.

Nomade è chi depone il suo nome dentro un calice – e nel vuoto che frantuma il respiro, chiude la falla col sangue mendicato alle stelle. E’ a quella bocca che tende il segno – la sete taciuta – quando si libera dalla spina che il suo ventre muto ha germogliato. Una distesa aperta al vento – per respirare anche senza parole.

L’infanzia della voce, sorvegliata epigrafe di suoni, ha un solo nome per tutti i nomi che la luce accende al suo apparire. Minuscola luna che si ritaglia onde tra le sabbie – e cielo, dentro gli occhi di lettere che nuotano nel mare inesplorato del ritorno. Di nessun ritorno.

6 pensieri riguardo “Nominazioni”

  1. Merci, cher Francesco, pour cette splendide prose poétique, et stylistiquement musicale, parfaitement musicale, où la puissance et la profondeur de l’intuition rejoignent la densité d’une cristal présent-absent. Je sens ce dénuement sans concession non pas comme un désespoir ni un abandon mais comme une paix et une résolution des apories : car ce poème en prose, ce très haut poème est du poète qui l’écrit et le dit oralement, mais aussi du danseur, des Femmes Aînées qui chantent à Koyo, d’un Char rasséréné ; et j’entends aussi ici les plus hautes pages de La Mort de Virgile de H. Broch.

    Yves Bergeret

  2. Una traversata in assenza di mare .. la bellezza di un testo che come un’onda si impenna e cala, rotola e ti avvolge e non sai più da quale punto sei partito e se sei mai arrivato, ma non ha più importanza: c’eri, in qualche modo c’eri, o se non c’eri ti era proprio sembrato di esserci.
    Tutto questo per me ha un nome ed è ringraziamento.

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