Nigredo

[…] Mesa lavora a una poesia che entra prima nei nostri nervi, per poi risalire al cervello. La scrittura si tramuta in un arrischiato e indifeso appiglio a partire dal quale iniziare a recuperare una realtà derubata e resa spettro. La lettura di queste poesie comunica la sensazione di un continuo spasmo della glottide, e la direzione verso la quale l’autore si muove ci suggerisce l’immagine di una lingua-mano, di un dire che apre sempre più verso una dimensione tattile, di una parola-occhio che fissa il «fulgore della mattanza», e mostra nell’etica di un vedere che rigetta ogni abbaglio (di luce o di buio), la feritoia in cui può passare una parola «in cerca di verità»: la sola speranza di un “passaparola” contro il risvolto maligno del silenzio. La dimensione vocale, la scrittura come pneuma produce il magnetismo doloroso di un’ultima bocca inseppellibile, insoffocabile, nonostante continui seppellimenti e soffocazioni.
Nel “dire irriducibile” di Mesa, nella ritmica inesausta del suo «e dopo e dopo» che precede e fa seguito alla parola fine, prende corpo la struttura di un discorso luttuoso che non può, non vuole e non riesce a tacere. Coatta lalìa e ammutolimento si fondono all’interno di un unicum fertilmente aporetico che inchioda ogni verso ad una ripetizione ossessiva, ma sempre diversamente lacerante, e viva, per cui «non c’è che questo andarsene / da dire». L’intera opera di Mesa si colloca sotto il segno di una «strenua speranza» che spinge la voce poetica nell’orizzonte di un silenzio «non taciuto», seguendo lo smarrimento dell’umano dalla Shoah al crollo della baraccopoli Sitio Pangako di Manila, per togliere ai sicari della morte il diritto di chiudere l’orizzonte della storia. L’opera poetica di Mesa viene così a porsi di traverso rispetto al compimento di un crimine sulla realtà in cui orrendamente viviamo, in ossequio alle pratiche del silenzio e dell’oblio. (Alessandro Baldacci)

Giuliano Mesa

da

nigredo

(2007)

 

1, 2

 

1

rotaia divelta, rugginosa,
un rachide ricurvo,
sotto la nuca, un rotolo di cenci, bisunto –

facendo permuta, di cocci, di stracci,
acrìbie nel tenere a mente,
tenere mente composta, ricomposta,
compresa traccia, ancora,
di volere –

[ .perché non luce, non più luce,
perché ritorni, rapida luce ancora,
che ritorna –

[ .non sarà sera,
o sorte di riavere,
luogo, tempo,
prendere tempo ancora –

[ .passa, parola,
passa tempo –
stato, non più che stato,
allora, qui –
tagliato via da nulla. ]

 

2

sì, come attraverso, andando,
dare per dare, perdere, tra le perdute,
vite che dando vanno, prendi,
prendi misura, metro,
di linfa e lava, oro e nichelio,
niente per niente, andando verso, via –

cedere, dopo non più incessante,
come per scuotere, scuoiare,
o come per scucire, per scurire –

portano parti altrove, di che cosa, di ossa,
lembi di laceri, fragori, piccoli, di lembi colorati,
parti che stavano su parti, che stanno, ancora,
ritti, o piagati, o proni, a prendere per fame,
andirivieni, stagliando l’ombra, al sole,
su muri, pareti, su misture d’asfalto,
asbesto, bitume, tagliati via, da parte a parte,
scagliati, triturati, non ricomposti più –

no, se non s’avventa, afferra, sgrava,
nulla raccoglie, non cose su cose che vorrebbe,
ora, di questo giorno, adesso,
finché c’è brama, chiome, cotenne,
palpiti da spegnere, chiodi da battere –

ciò che s’aduna, danno,
liquami, linfomi,
dando attraverso, e dentro,
e invece fuori esplode,
e se divampa, se divora,
non trascorrono anni a digrignare,
a spremere, a spellare,
spendere per fauci e feci,
per adunare pochi cenci,
pasti come pastoie, lacci lerci,
legàti dentro da ciance rintronanti –

parola palpebra che chiude,
l’occhio, la fame occhiuta,
unghiuta, per nulla,
per la crapula sordida
che creperà di cancri,
scaltri, scoli di trippe livide,
scuoiando ogni cinghiale,
e lepri, lemuri, murene –

consuma, in furia,
per tornare dove,
vuoto di forma informe,
bruscolo, biascico,
granuli di polveri,
a sfregarsi, a stordirsi,
consuma cute, cote,
lìpidi, cisti, fibromi,
consuma via, e via,
chiudi il tuo tempo vano,
invano, così come dev’essere –

cloache dei pasciuti,
arringatoi dei checrèpino,
con crepacuore, solo, del perdere quota,
quote, rinomanza di lustralingua,
nel fulgore della mattanza,
loro sono i nocenti,
ingollanti,
quelli che smerciano –

protesi cigolanti, cinghie,
legàti nel legame, légati, legàtevi,
fitti e trafitti, tanto da non sentire,
più, né tanfi né cancrene,
né ossa o fèrule, làmine, lamiere,
tra boli e spermi, muchi,
mani giunte, a ingiungere che ancora,
ancora, potere ancora
affamare, divorare –

__________________________
Tratto da:
Poesie (1973-2008)
A cura di Alessandro Baldacci
Roma, La Camera Verde, “Metra”, 2010
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3 pensieri riguardo “Nigredo”

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