Scritto 8

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Nella bellissima casa di Yves Bergeret a Die è presente, a tutta parete, un’Opera eseguita da uno dei giovani pittori-poseurs de signes di Koyo qualche anno addietro; ho avuto l’onore e il piacere di sentire Yves stesso leggermi quell’Opera scritta non in forme alfabetiche, ma in figure che vanno, appunto e appropriatamente, lette seguendo un filo preciso che risulta essere una concatenazione perfetta di fatti e di simboli (e di memoria).

(…) l’alfabeto, come corpo individuo di segni individuali, si è trovato preso in un procedimento di conversione ideologica. Non c’è un solo studioso occidentale che non attribuisca valore progressivo all’invenzione degli alfabeti; e alla fine appare come se fosse incontestabile che l’ideogramma costituisce un progresso sul pittogramma, l’alfabeto consonantico sull’ideogramma e l’alfabeto vocalico sul consonantico: è dunque l’alfabeto greco, il nostro alfabeto (come volevasi dimostrare), il vertice glorioso di tale ascensione della ragione; siamo noi i migliori, ecco che cosa facciamo dire al nostro alfabeto. Occorre dunque allineare tra le forme più insidiose di siffatto etnocentrismo, di cui la nostra scienza si fa troppo spesso ancella, quello che qui si è definito, anche se il termine suona barbaro, un vero e proprio alfabeto-centrismo. E quasi si trascura che l’ideogramma (presso i Cinesi) o l’alfabeto consonantico (presso gli Arabi) siano stati e siano ancora al servizio di civiltà altrettanto imponenti della nostra, e che non sembrano affatto disposte ad abbandonarli.
Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo (Torino, Einaudi, 1999, cura e traduzione di Carlo Ossola, pag. 28 della ristampa dell’anno 2019).

L’argilla, il silenzio, fogli di carta scritti a mano continuano a essere presenze determinanti dentro il nostro tempo che appare sedotto da moti che, in realtà, tendono a uccidere l’umanità ospitata in ogni individuo – e la memoria. Ma molti artisti contemporanei rifiutano la seduzione di quanto APPARE moderno e si lasciano come affondare nell’acqua nutriente dei materiali (argilla, pietra, pelli animali, ferro, rame…) che l’umanità stessa impiega fin dalla sua alba.
E la parola appartiene a tali materiali che sono i medesimi della nostra contemporaneità. Nella casa di Yves la parola scaturisce dalla parete figurata, così come accade nei polittici di diverse dimensioni che il poeta francese scrive e dipinge su carta, là dove scrittura alfabetica e scrittura di segni, forme e colore si compenetrano, indissolubili.

Prendiamo ora in considerazione le lurrak di Eduardo Chillida: parallelepipedi o cubi smussati in terracotta e segnati da solchi, fessurazioni, rientranze: cioè scritture.

Ancora Barthes: La scrittura non è in definitiva nient’altro che una fissurazione. Si tratta di dividere, solcare, interrompere una materia piana, foglio, pelle, superficie d’argilla, muro. (…) La scrittura ha bisogno del discontinuo, e il discontinuo è in certo modo la condizione organica del suo apparire. (…) La scrittura oscilla tra il compatto e l’arioso, tra la saldatura e la rottura. (…) La mano, l’occhio guidano la scrittura, non la ragione del linguaggio (op. cit., pag. 37).

E sempre Chillida comincia fin dal 1945 a disegnare mani, dita, palmi di mano su fogli di varie dimensioni o a inciderle, stamparle con le tecniche più diverse: per chi scolpisce o dipinge (o scrive) mani e mente sono una cosa sola. Meravigliose mani, umili creatrici.

Le concavità e le sporgenze della pietra, le curvature del ferro lavorato, la lama dell’aratro, la punta degli scalpelli, le rugosità della carta, la sapienza del minatore e del contadino, l’accurata pazienza dell’inchiostratore si compongono, agendo tra di loro (per esempio la raspa sul muro da scrostare, la pialla sul legno) in scritture che descrivono la fatica, ma anche il piacere del fare e del mostrare quello che è stato manu factum.

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