Disseminazione

Marco Ercolani

Disseminazione

Pagina ritrovata nel 1976 tra le poesie di Bez nazvu (“Senza titolo”, 1941) di Vladimir Holàn, il grande poeta cecoslovacco esule volontario nella sua Praga, nell’isola di Kampa.

……Facciamo un esempio? Prendiamo il caso di uno spazzino che si trovi, per strada, a raccattare dei foglietti minuti, quadrettati, un po’ stinti, strappati da un vecchio quaderno d’infanzia, in cui si parla di un vento aguzzo come della scheggia di un osso sul ceppo del macellaio o di un lavafogne che di colpo si scopra, in mezzo a mucchi di carta macerata, dentro un bell’odore di merda, a leggere la mia preghiera della pietra; o lo studente di anatomia che, a una folata di vento, si veda sbattuto sulla faccia un foglietto di carta con su scritto «Perché incontrarci? Era primavera ancor prima che Adamo desse nome agli animali…».
……Ve lo assicuro, non sarebbe affatto un caso. E, tanto meno, un caso letterario. Io sono intento a realizzare la mia opera cercando senza tregua la mia perdizione. Sono un poeta abbastanza famoso – qualche esperto di letteratura ceca vi citerebbe almeno Primo testamento – se volessi pubblicare non farei fatica a trovare editori di qualità; stampare libri, ritagliare recensioni, ammucchiare gli stracci, le ossa e le pelli dei miei anni passati, il mio journal di camminatore notturno, così macilento da dormire in un cappello; essere carta da libro, ben chiusa nel volume morto, sarcofago muto, polverosa lettera fissa negli scaffali tarlati, sfogliata da versificatori in carriera, critici di accademie europee, topi del formaggio della poesia, scarafaggi del ritmo di una strofa, rari poeti.
……Ma io voglio che i miei versi facciano un certo cammino, che la carta in cui sono scritti segua il suo viaggio e sono io a tracciare la geografia di questa mappa sbilenca. Non ho intenzione di mettere alla mia poesia un vestitino inamidato, una bara laccata. Già Praga è una bella bara per chi si occupa di poesia.
……Voglio fare il monello balordo. A cinquant’anni compiuti disperderò i miei foglietti come un lemure guercio, nei tombini e nelle strade, li attaccherò ai muri delle chiese con lo sputo, li incollerò sulle bottiglie vuote dell’alba, li sgorbierò sugli orari ferroviari delle livide stazioni del tramonto. E che il loro destino sia quello che deve essere: un po’ di cacca e di pus, versucci calpestati, seminati, perduti, letti, riletti, mai letti. Con sdegno e meraviglia, rancore e tenerezza, indifferenza e capriccio.
……Affido la mia poesia al caso puro. Non oso pensare che un critico di Holàn, ignaro del mio progetto, ritrovi la mia opera disseminata per i tombini di Praga e la ricomponga con pazienza in un volume di cui decorare gli scaffali di qualche decorosa biblioteca di anime morte. La carta resterà carta, sparpagliata per le vie della città magica in una costellazione di cui ignoro le figure.
……Così non si comporrà mai la mia carriera, così il tomo dell’opera omnia pubblicato con i fondi di qualche centro culturale dei miei stivali, a cura del critico A.Z. vedrà solo la notte e mai la luce. Mi sembra di vederlo, il piccolo A.Z.: si avvicina alla mia casa, la celebre casa sprangata di Holàn, nell’isola di Kampa, e mi chiede gli inediti per concludere il volume. Ma come? Io non ho nulla – sorrido al committente. Se lei fosse passato lungo le rive della Vtlava, in via Zvot, solo qualche ora fa, avrebbe visto la mia Mozartiana galleggiare dentro un guscio di plastica di una navetta da bambino; o, se fosse passato da piazza Noc’, avrebbe letto, in qualche foglietto affidato alle fogne, l’elogio funebre del mio gatto Luther: quell’inno alla foglia secca nell’immondezzaio di Smolensk; quell’inno alla civetta nel magazzino di Hubal; le Tre domande in una camera ad ore dell’albergo Luxor; la poesia del fagiano spennato cotta nel forno della cucina dell’Hotel Jupiter. Come vede, caro signore, sono un finto prigioniero di Kampa.
……E lei, perché frequenta solo biblioteche pubbliche? Vuole vincere il concorso per guardiani di sepolcri imbiancati? Non potrebbe guardare meglio nella spazzatura e nelle fogne, nelle panchine e fra le foglie, là dove cammino ogni notte liber? Lì ci sono i brani migliori della mia arte. Là vedrà le notti con Amleto, i notturni, i requiem, i viaggi di nuvole, i testamenti, i suicidi, gli incantesimi.
……Eccomi qui, dunque, pieno di entusiasmo, eletto da Dio per la mia opera. So che ora scorre bene, sarà facile trovarla nelle tasche dei vagabondi o tra i denti dei gatti, in compagnia di una lisca di pesce.
Dio vedrà. Dio non vedrà. E io me ne fotto. Chi legge solo libri, certo non saprà nulla di me. Ma chi si china nelle strade, chi è attento alla sordida e complessa sostanza delle viuzze dove secoli fa bruciavano streghe e officiavano riti alchemici, ha una speranza di udire me, l’esiliato di Praga, che alla notte, come un califfo in disgrazia, scende a disperdere la sua opera e il suo seme in centinaia di copie – opere uniche, degradate dalle intemperie, dove l’eternità si rinnova come una branda zoppa nel fango lavorato dai becchini.
……Ah, una raccomandazione: che questa confessione non venga pubblicata su qualche catalogo in brossura, a cappello di una mostra con i miei merdosi materiali sublimati a objets d’art. Non sopporterei di essere strumentalizzato. E se Dubuffet, il bieco imperatore dell’art brut, mi esalterà, si meriterà un bel pugno sul naso.

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Tratto da Vite dettate, di prossima pubblicazione
in “Quaderni delle Officine”, XCII, Novembre 2019

1 commento su “Disseminazione”

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