La Foce e la Sorgente: numero 2 della “nuova serie”

Pubblichiamo  oggi  il  secondo  numero  della  nuova  serie  della  rivista  in  formato  pdf  LA  FOCE  E LA  SORGENTE curata da Marco Ercolani e Lucetta Frisa.

(Siamo costretti ad aggiungere un brevissimo file errata corrige, della qual cosa ci scusiamo con i Lettori).

Buona lettura!

Scritto 17

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Di frequente il testo si enuclea dopo una serie di cancellature, sostituzioni, spostamenti, rimontaggi; questo significa che esiste un certo numero di testi che costituiscono l’ombra del testo definitivo, il suo invisibile retroterra, le possibilità poi eclissate dalla scelta definitiva.
Un’ombra brulicante di ripensamenti e di direzioni cassate.
Una nostalgia di quello che poteva essere e non è stato.

Ciao, Fabrizio

Con profondo dolore apprendo della scomparsa del carissimo Fabrizio Bianchi. Chi l’ha conosciuto e frequentato, ricorderà sempre, al di là del suo pregevole lavoro di critico, di poeta e di editore, la sua presenza viva e generosa, la sua persona umile e grande, la sua ricerca inesauribile di valori autentici in un mondo letterario ormai completamente alla deriva nel vuoto di senso di tanti pallidi burattini e impresentabili figure di cartapesta. Ci mancherai, indimenticabile amico.

Scritto 16

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

La materialità del segno alfabetico allo stato puro: si pensi soltanto ad alcune realizzazioni di Jaume Plensa: figure umane costituite da segni dei diversi alfabeti del mondo. E le figure sembrano raccolte in atteggiamenti di meditazione o nella postura dello scriba.
E si pensi a Ogijima’s soul, stazione d’arrivo del traghetto costruita sull’isola di Ogijima nel Mare interno di Seto: edificio dalle pareti trasparenti coperto da un tetto (simile a una nuvola) costituito dalle singole lettere dei molti alfabeti terrestri che il sole attraversa durante il giorno proiettandone al suolo e sull’acqua le ombre e che l’illuminazione notturna rende perspicue nel buio.
Per esempio: Le Nomade sul bastione Saint Jaume ad Antibes; Alchemist al Massachussetts Institute of Technology; Anima della Musica al Museo del Violino di Cremona; e i Set poetes nella Plaza Lidia Armengol Vila ad Andorra la Vella; e Conversation à Nice in Place Masséna a Nizza; Pacific Soul al Pacific Gate di San Diego…
Opere tutte che celebrano la scrittura e la parola, la conversazione e il pensiero.

Scritto 15

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Walter De Maria medita su cadenze e ritmi, li inserisce nel paesaggio spesso desertico o, comunque, spoglio e all’apparenza ostile; l’astrazione aritmetica e geometrica penetra nel suolo oppure si distende in linee rette traverso la piana o si dispone in segmenti metallici verticali: quello che accade, che si vede o fotografa o riprende con la cinepresa è interazione tra calcolo e fenomeno naturale – si vede, si fotografa, si filma (cioè si legge) quello che viene scrivendosi (iscrivendosi, descrivendosi) mutevole da istante a istante.
E il numero 3, la sfera, il metallo forgiato si ripropongono continuatori d’antichissime simbologie, il rigore della visione geometrica e aritmetica s’innesta nell’aleatorietà del disporsi e del trasformarsi del suolo, della superficie erbosa, dell’incidenza della luce: la ποίησις (il farsi creatore) si dà nel punto di giuntura tra calcolo e natura.

Per Maria Luisa Galli (in memoriam)

Maria Luisa Galli (suor Maria Simona Petra) si è spenta il 19 dicembre nel monastero di Orta San Giulio. I pochi giornali che hanno dato la notizia tracciando poi un profilo biografico lo hanno fatto, a mio avviso, indulgendo al sensazionalismo e fermandosi alla superficie. Me n’è rimasta una sgradevole sensazione di articoli rabberciati e privi di rispetto per la persona e per la sua storia.
“La suora di Pannella” è l’espressione ricorrente e, francamente, stupida, ottusamente rilanciata. Nell’osceno chiacchiericcio contemporaneo la storia di Maria Luisa Galli può apparire singolare e per il popolo di facebook, twitter e simili si confezionano (ovviamente!) articoletti di squallida approssimazione. Ecco: lo squallore sembra impadronirsi della storia delle persone che, invece, andrebbero raccontate e ascoltate e molto preoccupante è l’ovvia semplificazione in base alla quale occorrerebbe confezionare la notizia – “altrimenti nessuno legge”.

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Aristotele di Stagira (o, anche, della scrittura e dell’osservazione)

L’uomo che, assorto, osserva la danza nuziale dei pesci nell’acqua incuriosisce la bimba – che gli si accosta.
L’uomo ha sulle ginocchia un foglio di papiro: disegna e scrive.
Sta in silenzio la bimba: osserva.
La luce sulla superficie dello stagno si fa tramatura del papiro e il nuoto dei pesci nell’acqua intersecarsi di linee d’inchiostro: mille occhi che guardano dalla trasparenza delle uova disseminate sul fondale sono mille curvature di vocali e consonanti che la bambina, lentamente, compita ritmando le parole dito contro dito.
L’uomo ha sospeso il respiro osservando dimentico di sé lo spalancarsi ritmico delle branchie, l’estroflessione armoniosa della pinna dorsale.
Prende un foglio lì accanto la bimba, lo porge all’uomo che ha appena vergato l’ultima parola e che solleva lo sguardo nella luce meridiana.
L’uomo annuisce, sorride, bisogna rifare la punta della cannuccia per scrivere, dice mordendo un pezzo di formaggio e intanto ne porge una intinta d’inchiostro alla bimba – ecco, dice, vieni: continuiamo insieme questo viaggio.

Heinrich Heine (forse anche Alberto Giacometti)

Un’altra dose di morfina, più forte. E non basta. Eppure dura la scrittura, pretende di venire fino alla superficie di luce della lampada accostata al capezzale.
Parigi che stai oltre la parete cieca e mi sei casa e officina di pensieri, di parole.
Affondato in questo materasso paralitico ti vengo incontro senza posa e scalpello figure come combuste al furore della conoscenza, della visione, nel nodo scorsoio della malattia, nel sottoscala di rifugiato.
Spargo sul pavimento pallottole di fogli vergati in una lingua tripla, bella perché creola di tedesco, di francese e di rivolta e se cercando la brocca dell’acqua trovo sotto il letto frammenti di volti, di gambe e di braccia come combusti dalla forza furibonda d’una mente instancata mi chiedo se sono io o un altro (che non conosco, che sogno ogni notte nel dormiveglia).
Poi alle labbra m’affiora un verso che vorrebbe dire di donne veneziane che vanno varcando l’acqua e la luna, che vanno rasciugate di materia e fatte forma, ma confondo la Laguna, la Senna e il Reno e ti ascolto, mia Parigi, mia acqua dove a rinascere avrei poemi (e quanti!) (ancora) da scrivere.

Con stilo chiaro

di Marco Ercolani

nota di lettura a
Anna Maria Curci
Nei giorni per versi
(Arcipelago Itaca, 2019)

Nei giorni per versi (Arcipelago Itaca, 2019) è il titolo ironico di questa raccolta poetica che nulla ha a che fare con la perversione (dei temi o del linguaggio) ma che sottolinea, proprio nelle assonanze del titolo, lo scorrere quotidiano del tempo passato “per versi”, in compagnia della poesia. Continua a leggere Con stilo chiaro

Scritto 14

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

È vero che si abita sempre uno status transitorio e di esilio – o forse è la derivazione da habere (avere, possedere) che induce a commettere un errore concettuale e non solo: abitare come tentativo di possedere o come habitus, consuetudine e costume (e tutto questo non è, ai miei occhi, un fatto esclusivamente linguistico).

Diversamente, forse, accadrebbe se, in una lingua non indoeuropea, potessi esprimere il concetto con qualcosa che fosse possibile tradurre come “mi viene a essere, mi sopraggiunge lo stare / il ritrovarmi / il fermarmi qui”.

In tal modo l’esilio assumerebbe, forse, fattezze più dolci e accoglienti, perderebbe l’estraneità e la violenza dell’aggressione, del malcelato essere sopportati e/o tollerati. L’abitare non avrebbe (appunto!) la sua preoccupante tendenza a essere possesso ed esclusione, aggressione e affermazione di un confine.

Versi di confine

 

di Marco Ercolani

nota di lettura a
Francesca Marica
Concordanze e approssimazioni
(Libreria Il Leggio Editrice, 2019)

Francesca Marica affronta il suo primo libro, Concordanze e approssimazioni (Liberia Editrice Il Leggio, 2019) come un personale journal filosofico-esistenziale.

Ci impegniamo per dare una forma alle cose,
a tutte quelle cose che poi chiamano la paura
fino a farne una frenesia.

Continua a leggere Versi di confine

I bisogni della parola (su “Mestizia dopo gli ultimi racconti” di Nanni Cagnone)

di Marco Furia

nota di lettura a
Nanni Cagnone
Mestizia dopo gli ultimi racconti
La Finestra Editrice, 2019

Mestizia dopo gli ultimi racconti, solida raccolta di versi di Nanni Cagnone, si apre con
Tutto prese avvio da una parola. Ma non si resiste a lungo entro una parola. Attendi nel mondo esterno il segno d’una corrispondenza, attendi completarti in un atto”.
Viene da chiedersi: e se quell’atto fosse già la parola medesima?
Se la parola, nel dire sé stessa, dicesse anche quel che si può dire del mondo?
Se le parole “sono bisognose” le vicende umane e le cose oggettive non lo sono di meno: costruire utili modelli linguistici è, dalla notte dei tempi, rilevante attività.
Non si può negare, tuttavia, come la parola possa sembrare insoddisfacente:
La parola […] ha bisogno di materia”. Continua a leggere I bisogni della parola (su “Mestizia dopo gli ultimi racconti” di Nanni Cagnone)

Scritto 13

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Non leggere il testo, ma guardarlo: forse l’atto è più facile se si contempla un testo asemico oppure scritto in caratteri che non si sanno decifrare. Guardare, cioè, il testo nella sua pura forma (di blocco compatto, oppure paragrafato, o suddiviso in colonne) per scorgerne la ritmica della visione: come fosse un paese della Terra d’Otranto visto dall’alto (ritmo di terrazze e ogni terrazza è un reticolo di linee catramate corrispondenti alle intermessure tra le lastre – le chianche – e ritmo di vuoti – le corti attorno alle quali sorsero le abitazioni o gli orti aperti in mezzo all’abitato), come fosse un campo arato o una vigna guardata anch’essa dall’alto (la vigna del testo ancora sempre feconda, colma del brusio indistinguibile delle parole, delle frasi, degli a capo).
E c’è ancora dell’altro: un testo che termini con un colophon in forma di triangolo rovesciato o uno che contenga dei versi (allineati a sinistra, al centro o a destra) o delle immagini dà vita a ulteriori paesaggi del testo come tavole di un atlante che, raccogliendo le diverse metamorfosi formali del testo, descriva una geografia del testo stesso in quanto composto per essere visto e, in seconda battuta, eventualmente leggibile e decifrabile, capace cioè di sovrapporre al paesaggio tipografico quello semantico.

“Il castello di Apice” di Giancarla Frare

Il “mio” primo labirinto è stato il Castello dell’Ettore, ad Apice, nel Sannio, dove ho vissuto gli anni della mia infanzia, a seguito della mia famiglia. Un microcosmo, un hortus conclusus da cui raramente mi allontanavo perché tutto vi era compreso: l’asilo, la scuola elementare, le carceri, il ricovero dei cavalli, l’abitazione del nobile proprietario. Alcune botteghe artigiane e le due case di chi vi abitava. Una era la mia. Il castello, in parte distrutto dal terremoto del Sannio e recentemente restaurato, è stato oggetto di mie ripetute riprese fotografiche e filmiche, che, come il racconto, hanno individuato i nodi fondamentali di memoria del luogo, creando una rete di relazioni che, come rami di un albero, sovrappone i piani di lettura di un vissuto. Come Dedalo ho costruito il mio labirinto, fatto di molte variabili. Tentando poi di trovarne una, di uscita, come Teseo. E di liberarmene.

(Giancarla Frare, qui Il catalogo della mostra;
qui notizie sulla mostra.)