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Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Non leggere il testo, ma guardarlo: forse l’atto è più facile se si contempla un testo asemico oppure scritto in caratteri che non si sanno decifrare. Guardare, cioè, il testo nella sua pura forma (di blocco compatto, oppure paragrafato, o suddiviso in colonne) per scorgerne la ritmica della visione: come fosse un paese della Terra d’Otranto visto dall’alto (ritmo di terrazze e ogni terrazza è un reticolo di linee catramate corrispondenti alle intermessure tra le lastre – le chianche – e ritmo di vuoti – le corti attorno alle quali sorsero le abitazioni o gli orti aperti in mezzo all’abitato), come fosse un campo arato o una vigna guardata anch’essa dall’alto (la vigna del testo ancora sempre feconda, colma del brusio indistinguibile delle parole, delle frasi, degli a capo).
E c’è ancora dell’altro: un testo che termini con un colophon in forma di triangolo rovesciato o uno che contenga dei versi (allineati a sinistra, al centro o a destra) o delle immagini dà vita a ulteriori paesaggi del testo come tavole di un atlante che, raccogliendo le diverse metamorfosi formali del testo, descriva una geografia del testo stesso in quanto composto per essere visto e, in seconda battuta, eventualmente leggibile e decifrabile, capace cioè di sovrapporre al paesaggio tipografico quello semantico.