Parola e filo

Yves Bergeret

Parola e filo

 

Parole et fil,
tratto da Carnet de la langue-espace.

I poemi-pitture di cui si parla nell’articolo
sono riprodotti nel testo originale.

Traduzione di Francesco Marotta

 

Poema-pittura realizzato in un esemplare unico da Hamidou Guindo con l’acrilico e da me con l’nchiostro di china a Bamako, il 29 luglio 2006, su un pieghevole di carta cinese in ventiquattro riquadri, utilizzato qui orizzontalmente in un formato di 27 cm di altezza per 410 cm di lunghezza (cioè 16 cm di larghezza per riquadro, più le due parti utilizzate come copertina non collegate l’una all’altra e ricoperte di tessuti cinesi ricamati con finissimi motivi geometrici ripetuti, quel tipo di «leporello» che in Cina serve alla calligrafia tradizionale; la carta è una carta cinese da calligrafia di 250 grammi, rivestita).

Nell’ambito della trasmissione orale e scritta del patrimonio etnologico, quest’opera ha un’importanza capitale. Essa è parte degli strati più profondi di ciò di cui parla Il tratto che nomina.

 

*

 

Al termine di lunghe settimane di creazione dei sei posatori di segni insieme a me, Hamidou mi accompagna a Bamako e su questo grande pieghevole di carta cinese propone di lavorare sul tema della tessitura sulla montagna di Koyo. Mi dice che la pratica della tessitura del filo di cotone si è interrotta da qualche decennio sull’altopiano del villaggio, perché le cure per ottenere il fiore di cotone richiedevano tempi troppo lunghi. Solo gli «schiavi» dei Peul al villaggio di Nissanata, nella pianura sabbiosa ai piedi della montagna di Koyo, proseguono attualmente questa attività.

Hamidou mi aveva fatto notare in due particolari luoghi sacri dell’altopiano, Bonodama e Bonko, delle rocce di arenaria arancione, talvolta di forma cubica, di 50 centimetri di lato, disposte in modo molto regolare. Quel 29 luglio mi disse che si tratta di elementi installati dagli antenati per tessere il filo di cotone; queste piccole rocce di arenaria sono fedelmente rispettate.

 

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Successivamente, dopo due riquadri sui quali calligrafo il titolo, Hamidou dipinge sui tre seguenti il primo elemento della sua trasmissione e mi dice di «annotare quello che ha scritto» attraverso i suoi segni grafici: «questo è il racconto dell’arrivo dei primi dogon Toro nomu sulla montagna di Koyo; all’inizio si sono sistemati in alcune grotte; qui faccio anche il resoconto dei primi parti e delle prime circoncisioni. In quei tempi si tesseva il cotone. Non si scendeva verso l’oasi di Boni (ai piedi della montagna di Koyo), che comunque ancora non esisteva. Gli abitanti di Koyo sono assolutamente uniti e solidali».

In risposta e in risonanza, inserisco su due parti il lungo testo di questo poema in prosa:

Venuto da chi sa quale montagna, da chi sa quale pianura, io vado sempre più lontano, più vicino alla parola che luccica in fondo al mio petto e parlo con te, con voi, con noi, all’ombra delle più grandi pietre di cui sono la lenta nebbia di polvere, bella, gioiosa e semplice come un buongiorno a te, buongiorno a voi, buongiorno uomini delle lontananze che adesso cominciate a risvegliarvi nel mio sogno e ad alzarvi su un gomito e a tentare di vedere su quale montagna all’orizzonte ho issato il mio nome, la mia parola, la mia ombra, sorella e figlia del nostro sole.

 

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Poi su quattro riquadri Hamidou dipinge il secondo elemento della sua trasmissione e mi dice di «annotare quello che ha scritto». Ecco: «questa è la “tunica” in cotone filata e tessuta anticamente sulla grande lastra rituale di Bonodama [tra l’altro, luogo di alcune tra le più grandi cerimonie rituali e sito tra i più frequentati dai posatori di segni e me per le nostre creazioni]; noi conserviamo ancora alcune grandi fasce di cotone, molto strette, che cuciamo le une alle altre per fare qualche “tunica”. Te ne abbiamo donata una, fatta apposta per te, quindici giorni fa, con dei segni dipinti da me e mio zio Alguima. Queste tuniche sono il segno distintivo che si è un dogon Toro nomu, un uomo totalmente libero, mai “schiavo” [mentre è “schiava” dei Peul o dei Tuareg la stragrande maggioranza degli abitanti delle sabbie della pianura].»

In risposta e in risonanza, filo su due riquadri le metafore di questo poema in prosa:

Un filo di cotone lungo come il vento, un filo lungo come il sangue, un filo lungo come la vena e il sangue e la linfa e il vento che risale tra le falesie attraverso le fessure oscure.

Ho preso i fili e i fili di cotone. Ho pensato a una barca che il vento del largo è capace di sospingere, ma il vento non mi lascia terminare la mia barca di filo. Ho pensato a una vela di cui il vento possa alimentare la gioia fino alla lontananza che ho paura di sognare, ma il vento non mi lascia terminare la mia vela.

Ho posato, ho tessuto, ho posato il filo e il filo e il filo sulla mia pelle, una metà sul mio petto, una metà sulla mia schiena. La mia seconda pelle di filo di cotone è la sorella del vento che viene ad accarezzarla e a ripeterrmi verso sera: “liberi, liberi, noi ci sentiamo solo così”.

 

 

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In seguito, su quattro riquadri Hamidou dipinge il terzo elemento della sua trasmissione e mi dice, insistendo sul suo significato particolarmente profondo e fondamentale, di «annotare ciò che ha scritto». Cioè questo: «qui ho evocato il canto delle Donne Anziane. Un canto che esse offrono solo di notte; in più, lo danzano a passi lenti. Sopra di loro ho “scritto” le stelle [che sono una delle raffigurazioni-localizzazioni degli antenati], perché sono le stelle che danno alle Donne Anziane forza e pensiero per intonare questo canto».

Come risonanza-risposta, sui due riquadri successivi ho srotolato il filo di metafore di questo poema in prosa che occupa un paragrafo. Ma non si tratta di metafore: sono veri atti concreti:

Sulle montagne danzano le stelle. Sulle spalle danzano i sogni. Notte dal respiro ampio e lento, notte che danza sotto il passo delle stelle. Sulle braccia danzano i lavori della giornata. Ogni passo è una parola, parola, parola che sanno cantare solo le donne, in ombra sulla terra, e le stelle danzano sul loro canto.

 

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Quindi sui quattro riquadri successivi Hamidou ha continuato a scrivere-dipingere e non rimaneva più spazio che per le indicazioni conclusive. Mi ha detto di «annotare ciò che ha scritto», e cioè questo: «è il canto degli uomini; essi cantano soltanto di giorno; ballano con grande impeto; il sole gli dà la sua energia». Aggiungo qui che i canti degli uomini sono quelli con cui alcuni singoli iniziati entrano in relazione con taluni «spiriti» in vista di specifiche azioni, mentre il grande canto collettivo delle Donne Anziane di notte è un rito rifondatore della parola, dunque dello spazio, dunque della persona.

Come una risonanza e una risposta anticipata, sui due ripiani precedenti, nella parte inferiore, ho sviluppato, in forma di contrappunto del mio poema in prosa per il Canto delle Donne Anziane, questi due brevi paragrafi di prosa poetica:

Sulle lastre rocciose danzano gli uomini del sole, cantano gli uomini del sole. Sull’altopiano bruciato dal sole, danzano le forti fratellanze.

Le teste dritte rigirano e sollevano le rocce che danzano, fuoco di pietra e di gola, e noi ci appoggiamo alla loro danza, nella sua breve ombra, più vicini al vuoto che rimbomba sul bordo della falesia.

1 commento su “Parola e filo”

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