Versi di confine

 

di Marco Ercolani

nota di lettura a
Francesca Marica
Concordanze e approssimazioni
(Libreria Il Leggio Editrice, 2019)

Francesca Marica affronta il suo primo libro, Concordanze e approssimazioni (Liberia Editrice Il Leggio, 2019) come un personale journal filosofico-esistenziale.

Ci impegniamo per dare una forma alle cose,
a tutte quelle cose che poi chiamano la paura
fino a farne una frenesia.

E lo scrive, questo journal, senza le accensioni del poeta lirico ma con la voce neutra di una riflessione nata dalle immagini per continue vibrazioni associative. È, questa, una poesia concreta, dal linguaggio semplice e dalla sintassi evocativa, tessuta di visioni perturbanti perché ancorate a dettagli reali. La lingua, neutra, crea un nitido chiaroscuro con le figure metaforiche. L’indagine di Marica, affascinata da poeti complessi e appartati dell’avanguardia, come Mesa e Costa, ma anche da poeti contemporanei e necessari, come Annino, Anedda, Ruggeri, appare un’indagine sulle forme del tempo e sulla molteplicità dell’immaginazione, seguendo le intuizioni di Bachelard sul fuoco come fiamma vibrante di candela.

Non basta l’ostinazione di un osso
che scalpita e poi esplode
dentro una fessura pronta ad ospitare.

Le caratteristiche della parola, in Francesca Marica, sono quelle di una vigile custodia dell’evento poetico perturbante:

Riparo lo spazio con la calma della parola,
maneggio gli eventi con cura

Ma è una custodia attenta, mai innocua. Il poeta non si abbandona a un flusso scomposto di figure ma lo coordina in sequenze precise, razionali ma contemporaneamente sonnamboliche, sospese:

Si perde lo sguardo nel bianco verticale
e dopo anni accade […]

La poesia di Francesca non chiede di ripararsi dentro nessun canone oggettivo, né vuole linee maestre da seguire. La sua sfida è non appagarsi della propria autonomia linguistica, facilmente raggiungibile con la comune tekné poetica, e rivelarsi come modo, imperfetto e rigoroso, di “intelligere” il mondo attraverso il linguaggio. Il poeta è oggi chiamato a un gesto, a una visione in cui, fuori dalla parola ma vincolato alle sue leggi, vivere il cortocircuito fra suono e senso come atto di ri-nominazione del mondo. Come fisicità ferina del proprio essere creatura viva.

C’era il balzo della vita a divorarci
e l’aria che in faccia scendeva
a imitare il gesto dell’acqua.

Marica si consente complessità e rigore, in una costante volontà di evocazione:

Se qualcuno è andato via prima del tempo
è stato solo per un suo bisogno di testimonianza.

Una lunga catena di esitazioni senza precedenti.

Questa breve poesia ci parla, in toni preveggenti, di un lutto reale. Marica, accennando alla propria intimità, realizza un bisogno di “essere nel mondo”, che è atto civile e collettivo di appartenenza. La poesia non è solo l’arte di dominare e dislocare il linguaggio con l’arte della metafora ma, al contrario, un dischiudersi a quanto non riusciamo a vedere e comprendere interamente.«Non vedere – scrive Shakespeare con le parole di Gloucester in Re Lear – ti spalancherà il mondo».

Parlavamo la lingua dei dimenticati
senza che il respiro ne avesse memoria.
Mettevamo a fuoco una mancanza.
La consapevolezza di essere sopravvissuti
a tutti gli aggiustamenti posteriori
ci rendeva forti, ci faceva credere
che una giustizia potesse
incredibilmente esistere ancora.

I versi di Marica sembrano uscire da un archivio dove giustizia e incantesimo sono vicinissimi: la parola non cede il suo potere di persuasione, la giustizia non smette di incalzare.

Ci fosse stato il tempo
della lotta e del perdono,
non ci saremmo arresi,
avremmo continuato a andare.

Ma dovevano saperlo,
capirlo. La meta era stretta,
strozzata dentro un rogo.
Era il moto dell’estate a vincerci,
a nasconderci, quel suo perpetuo respirare.

Francesca fa sua la volontà di associare campi semantici molto diversi per radunarli in un concetto più onnicomprensivo. Un concetto che è anche un “concerto” di parti, di voci che restituiscono prospettive diverse. Il registro non lirico della lingua le permette di formare questa polifonia. Se è vero che, come scrive Larkin del poeta, «la mia prima responsabilità parte dall’esperienza stessa, che io cerco di far sfuggire dall’oblio», è anche vero che le responsabilità, in poesia, nascono dai propri sogni, come suggeriva Seferis. E raramente un poeta è all’altezza dei suoi sogni. Cerca, chimericamente, una strada: «Conosco le parole che ti inciampano nella gola». Ma può anche non bastare. «Il sentimento delle cose è interiore / e il cielo sta sopra solo per convenzione». Nessuna immagine è avulsa, ferma in un suo statico empireo: tutte sono versi di confine. «Il giardino dietro casa / ha un cielo che promette di restare bello / e Io mi sento più completa / se mi sistemi le ossa di catrame caldo, / senza fare alcun rumore. // Vieni, non fermarti. Adesso sono innocente e non più prigioniera». Le ossa “sistemate” in un ammasso vivo, non più solo vertebre statiche, parlano di una potenza strutturale dell’essere, che scioglie da ogni prigionia. Ed è una poesia “liberante” quella che chiude questo primo libro, matrice essenziale delle ricerche successive.

 

TESTI

 

Non ci sono più unghie che abitano la pelle
solo l’erba disegna ancora giardini sulle ossa.

Qui una volta c’era un fiume
e la tristezza era un’eco di falena
che rendeva pazzi i cani.

Se ci siete fate un cenno, respirate.
La bellezza è un’ingiunzione.

Scrivo che è sera
prima c’era la luce, era mattina.
La luce si inceppava dentro la pancia
di piccole finestre feritoie.

*

I balconi di ringhiera
e l’infanzia ritratta
intorno a un filo di promesse
nella ghiaia dell’estate.

Tra I denti il malinteso
di una corsa spalancata
nel vuoto, con I sorrisi tutti uguali
di noi creature di fiume.

Sapevamo di terra e di pioggia
con l’istinto del lupo
a farci bambine selvatiche.

C’era il balzo della vita a divorarci
e l’aria che in faccia scendeva
a imitare il gesto dell’acqua.

*

Il destino deciso in quell’istante
gli occhi e il sonno, nonostante.
Ci aveva messo poco a orientarsi
il cielo non nasconde l’origine
di quello che chiama a raccolta.

Le cose possono restare indietro,
può succedere, anche solo una volta.

L’ironia di chi crede il contrario
è un passo falso, un’ubriachezza molesta,
una malattia che guarisce solo
dopo innumerevoli anni.

*

È una concezione del male meno sottile quella che proponi,
le parole che dici un incantesimo, la notte poi lo sai che arriva
ma i conti non tornano anche quando sono in eccesso.

L’esilio è una prova di resistenza.

Tutto sopravvive a una possibilità di traduzione.
Tutto sopravvive a un altrove.

*

Questo bianco non mi trattiene più.
Gli eventi con anticipo hanno fatto un balzo
perché la storia è fronde e voci.

Bisognerà farsi neve, ingoiare il sale,
prendere forma – come uno strumento,
un fiato, una nota che ha trovato la propria intonazione.

*

Parlavamo la lingua dei dimenticati
senza che il respiro ne avesse memoria.
Mettevamo a fuoco una mancanza.
La consapevolezza di essere sopravvissuti
a tutti gli aggiustamenti posteriori
ci rendeva forti, ci faceva credere
che una giustizia potesse
incredibilmente esistere ancora.

*

Fare pace con la misura tra le cose mai dette
che non sanno la parola andare.
Trovarsi è poi forse questo e noi lo sappiamo.
Sulla linea d’orizzonte il gesto traduce una parola.
Ti chiedo di aspettare,
di mettere da parte il tempo,
di diventare forma.
Dobbiamo imparare la resistenza del bianco,
la sua capacità di dire.

Dobbiamo raccontarci le vite precedenti
e dirci che mancano le cose viste insieme.

3 pensieri riguardo “Versi di confine”

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