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Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

È vero che si abita sempre uno status transitorio e di esilio – o forse è la derivazione da habere (avere, possedere) che induce a commettere un errore concettuale e non solo: abitare come tentativo di possedere o come habitus, consuetudine e costume (e tutto questo non è, ai miei occhi, un fatto esclusivamente linguistico).

Diversamente, forse, accadrebbe se, in una lingua non indoeuropea, potessi esprimere il concetto con qualcosa che fosse possibile tradurre come “mi viene a essere, mi sopraggiunge lo stare / il ritrovarmi / il fermarmi qui”.

In tal modo l’esilio assumerebbe, forse, fattezze più dolci e accoglienti, perderebbe l’estraneità e la violenza dell’aggressione, del malcelato essere sopportati e/o tollerati. L’abitare non avrebbe (appunto!) la sua preoccupante tendenza a essere possesso ed esclusione, aggressione e affermazione di un confine.