Con stilo chiaro

di Marco Ercolani

nota di lettura a
Anna Maria Curci
Nei giorni per versi
(Arcipelago Itaca, 2019)

Nei giorni per versi (Arcipelago Itaca, 2019) è il titolo ironico di questa raccolta poetica che nulla ha a che fare con la perversione (dei temi o del linguaggio) ma che sottolinea, proprio nelle assonanze del titolo, lo scorrere quotidiano del tempo passato “per versi”, in compagnia della poesia. La ricerca di Anna Maria è materica, spoglia, antilirica, immersa in un coro di voci. Realizza un libro di 173 quartine, numerate in numeri romani, scandite in esatti endecasillabi, che si propongono come hortus conclusus, un recinto rigoroso di civiltà contro le informi invasioni della barbarie. Leggiamo sentenze, commenti, riflessioni, epigrammi, spunti filosofici, pensieri: un diario della pietas umana, familiare e civile, che sembra provenire da un passato inattuale in cui i valori di libertà e di giustizia erano ancora moneta corrente, e non misconosciuti reperti. Curci lotta testardamente a favore della libertà dell’uomo, vuole impedire con gli strumenti della poesia il suo definitivo smarrimento morale. E come realizza questo progetto chimerico? Nei modi più semplici. Discorsivamente. Poeticamente.
Ora si abbandona ad antichi ricordi, ma in toni allusivi:

A fine luglio, nei giorni di pioggia,
giocavamo a Monopoli e a Carriere.
Meteo e tempo ci erano propizi.
Mai più sarebbe stato come allora.

Ora accenna alle felici consolazioni della filosofia:

Ma noi abbiamo verità e bellezza
o almeno ci illudiamo, costeggiando
increspature, balze, lidi altrui,
d’essere immuni dalla perdizione.

Ora predilige il rischio e il piacere della lettura:

È un viaggio nella notte la lettura,
non si ferma, testarda, per le buche,
mette in conto i sobbalzi e le visioni,
alla cautela mescola l’azzardo.

Ora invece apre il suo sguardo a visioni d’incubo:

Quando accediamo, gli occhi dilaniati,
alla stanza che ripara il mistero,
è già tutto perduto. Lo sapeva
il reduce dall’eterna penombra.

In tutti i casi Anna Maria mantiene, come pietra d’inciampo a ogni disordine e confusione espressivi, il rigore ferreo della quartina, la “vocazione etica dei versi” (Patrizia Sardisco), che vogliono conoscere il potere di perdersi e quello di guarire. Scrive il Paul Celan da lei tradotto (in L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan, a cura di Marco Ercolani, Edizioni Carteggi Letterari):

UNA VOLTA,
ecco che lo sentii,
lavava il mondo,
non visto, nottetempo,
per davvero

Un misterioso individuo lava il mondo dal male. Lo lava non visto. E, se pensiamo alla tragica morte per acqua di Celan, siamo ancora più vicini a questo atto misterioso che purifica.
Scrive Anna Maria, alludendo a due personaggi del tolstoiano Guerra e pace:

Essere entrambi I fratelli Bolkonskij,
Andrej e Maria, il rigore e il perdono,
perdersi risoluti e abbandonarsi
all’amore più folle, nonostante.

Perdersi nonostante. Perdersi risoluti. Parafrasando Camus, mantenere la misura nella dismisura. Mi sembra questo il viaggio che il libro di Anna Maria ci invita a percorrere: un viaggio vissuto nell’attesa e nell’allarme, dentro una notte non oscura ma munita degli strumenti di maturazione che la giusta natura umana sa opporre contro l’ottuso mondo.

Lo so che questo è il tempo dell’attesa,
ma sento sempre urlare la sirena.
Non è nel gorgo d’acque favolose,
è l’allarme perpetuo e ignorato.

Il lavoro della poesia, sempre attento, in Anna Maria è lucido e scrupoloso, ricco di speranza e di tragedia.

E se per una parte c’è attrattiva
per l’altra soffia sorda delusione.
“Puntella le rovine di frammenti”
la cerca, sete antica e insoddisfatta

Sfonda la mano la cortina torva
si aggrappa a quel prodigio inconsistente
la forma fragilissima e tenace
di arrendersi ed esistere. Disfatta.

Curci è qui, nella “forma fragilissima e tenace / di arrendersi ed esistere. Disfatta”. Dove l’essere disfatti non è visto né umanamente come sconfitta né linguisticamente come deriva manieristica. L’accettazione etica del non essere appagati è alla base di questa ricerca. E lo studium non manca di essere sottolineato come funzione fondamentale, come connettivo dell’organismo vivente:

Arrivano così, le note liete,
novelle di attenzione e tenacia.
Legge qualcuno, e studia, e si ricorda
che tradurre e formare vanno insieme.

La voce del poeta traduce Die Niemandsrose (La Rosa di Nessuno) con timbro chiaro e leggero, quasi che la tragedia imminente fosse ancora lontana:

Un Niente
eravamo, siamo,
rimarremo, fiorendo:
la Rosa di niente, la
Rosa di nessuno.

Con
lo stilo chiaro d’animo
il filamento orrido di cielo
la corolla rossa
per la parola di porpora che cantammo
oltre oh oltre
la spina

Anna Maria sempre difenderà quello “stilo chiaro d’animo”, il proseguire incessante della parola:

Da giorni attesa, scomoda compagna,
parlotta con il suo interlocutore.
Tendi l’orecchio o scuoti i tuoi calzari.
Inganni, Sherazade, o sei ingannata?

TESTI

XX

Puoi scambiare stupore con sgomento
se è l’orizzonte a venirti incontro.
Quando riprende il volo la speranza
cocciutamente sai che non è fuga

XL

Qui lasciami sostare ancora un poco
(ti dico, e mento, non ti chiedo altro)
a stormire con l’opaco e il brillante
gradazioni munte e senza peso.

XLI

In nera sobrietà mi riconsegno
alla gogna che avete preparato
e non per me senza sconti di pena.
Pago come Mersault, ché non ho pianto.

XLVI

Quando risalirai il corso dei nomi
(è la lama di dentro che ti spinge)
in faccia al marmo e ai fiori rinsecchiti
saprai che la tua casa non è il mondo.

XLVII

Mettiti in guardia sempre dal sussiego,
da chi ti dice: sai, ne ho viste tante.
Tu guarda, leggi, passo dopo passo
non ti spaventi polvere né sete.

LVI

Appronti con fervore il fortilizio,
scavi fossati, piombi fenditure.
Mai più conoscerai l’amore immenso,
la gratuità sublime dell’idiota.

LXII

Buon compleanno a te, pallida madre,
Medusa familiare e rifuggita.
Diseredi i tuoi figli dissidenti
e noi, pavidi sosia, ti scansiamo.

LXIII

Davanti a quella porta, mascherata,
sta l’insipienza mia, aspetta e chiede.
Ma confonde i quesiti e gli argomenti
e il tipo allo sportello è a fine turno.

LXIX

Accetta, caro, questa mia romanza,
antico adagio dello smarrimento.
Tra i cubi che il bambino ricombina
ho scovato la a, alfa e amore.

LXXVII

Lasciami essere Antigone, ti prego,
se ancora questo gioco vuoi giocare.
Io raccolgo le spoglie abbandonate.
A te lascio i trofei da conciatore.

LXXXI

È un viaggio nella notte, la lettura,
non si ferma, testarda, per le biche.
Mette in conto i sobbalzi e le visioni,
alla cautela mescola l’azzardo.

LXXXIV

Ai solipsismi in posa da autoscatto
alle vesti stracciate sadducee
rispondi con il solo tuo strumento,
il controcanto terza o quinta sotto.

4 pensieri riguardo “Con stilo chiaro”

  1. Leggo con grande riconoscenza l’itinerario interpretativo disegnato “con stilo chiaro” da Marco Ercolani. Ringrazio Marco Ercolani per la sua preziosa nota, Antonio Devicienti e la redazione tutta della “Dimora del tempo sospeso, ringrazio coloro che si sono soffermati qui. La loro lettura mi è cara.

  2. Leggo qui per la prima volta le quartine in endecasillabi di Anna Maria Curci. Ne apprezzo la sobrietà, la purezza del verso e di aver fatto della “contrainte” un punto di forza.

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