Heinrich Heine (forse anche Alberto Giacometti)

Un’altra dose di morfina, più forte. E non basta. Eppure dura la scrittura, pretende di venire fino alla superficie di luce della lampada accostata al capezzale.
Parigi che stai oltre la parete cieca e mi sei casa e officina di pensieri, di parole.
Affondato in questo materasso paralitico ti vengo incontro senza posa e scalpello figure come combuste al furore della conoscenza, della visione, nel nodo scorsoio della malattia, nel sottoscala di rifugiato.
Spargo sul pavimento pallottole di fogli vergati in una lingua tripla, bella perché creola di tedesco, di francese e di rivolta e se cercando la brocca dell’acqua trovo sotto il letto frammenti di volti, di gambe e di braccia come combusti dalla forza furibonda d’una mente instancata mi chiedo se sono io o un altro (che non conosco, che sogno ogni notte nel dormiveglia).
Poi alle labbra m’affiora un verso che vorrebbe dire di donne veneziane che vanno varcando l’acqua e la luna, che vanno rasciugate di materia e fatte forma, ma confondo la Laguna, la Senna e il Reno e ti ascolto, mia Parigi, mia acqua dove a rinascere avrei poemi (e quanti!) (ancora) da scrivere.