I grani neri


“les trois montagnes se relèvent de la poussière
et l’eau bondit à nouveau des trois sources
et chante de cascade en cascade
le dur drame et la force des hommes libres”

Yves Bergeret

 

I grani neri
Les Grains noirs

Il testo originale si legge su Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

 

Nato fra tre montagne più alte del cielo
ha bevuto l’acqua di tre sorgenti,
l’acqua dei tre pilastri dell’Asia,
l’acqua che corre, l’acqua gialla, l’acqua nera.
Così facendo ha bevuto alla radice degli oceani
anch’essi figli delle tre montagne.
Quieti solo all’apparenza,
non disponendo più di erba e genziane
sono partiti; tra collera e sofferenza,
si infuriano perché hanno solo plancton
e sale da mangiare.

Non appena ha bevuto quelle tre acque,
ha avuto un presentimento:
il suo cuore ha tremato
e gli ha suggerito di andarsene senza indugi
di lottare lungo il cammino ventoso delle tempeste
cercando di non perdere mai i grani neri
raccolti fra le tre montagne
nel vuoto-pieno dove i mondi dormono
sempre sul filo della collera
accarezzati dalle labbra delle donne
sognando l’origine dei popoli
per poi svegliarsi sospirando dopo una nuova nascita
oltre le guerre, i possessi e i massacri.

Nel suo viaggio sul sentiero dei venti
i grani sono sbiancati
quasi desiderassero diventare dei segni.
C’era gente che, a ogni sosta, con sicurezza
pretendeva di definirne la natura,
ma invano, nessuna parola chiariva la consistenza
del vuoto-pieno fra le tre montagne
e lui era figlio delle tre montagne.

Anche se molto giovane, ha camminato
ha camminato e camminato, ha varcato le frontiere
e questo non gli viene perdonato
dai tiranni che nelle pianure
spuntano come funghi velenosi;
ha spostato i versanti che separano le acque
e questa sua libertà gliel’hanno voluta strozzare
come un segreto pericoloso.
Ma lui sa respirare
e i giovani pesci dell’acqua nera, le alghe
dell’acqua gialla e le stelle dell’acqua che corre
danno ai suoi polmoni l’aria che gli serve
per non soffocare. Il segreto non è pericoloso,
è umano, così umano che i tiranni delle pianure
fanno di tutto per continuare l’oppressione,
per ridurre in polvere i grani neri del vuoto-pieno
e trasformare la testa di ognuno
in una massa di sabbia alluvionale grigia.

Al di sopra degli alberi e al di sopra
dei tetti delle città, al di sopra delle torri
degli altiforni e al di sopra delle gru
degli scali per container, al di sopra dei saperi
votati al dominio e dell’avidità ripugnante delle scuole
di commercio, e nonostante gli anni che
passando coprono ogni cosa come fosse disdicevole
egli sente continuamente al di sopra degli alberi
e al di sopra dei tetti l’immensa parola umana
che canta, piange e danza nel nero vuoto-pieno
nel cielo fra le tre montagne.

 

*

 

L’incessante movimento, il grande mormorio
dell’oscuro vuoto-pieno che gli passa tra le costole
e le clavicole, fa precipitare davanti a lui
un cavallo dalla criniera rossa.
Il cavallo fissa gli oceani,
è rosso. Il cavallo si gira e lo guarda.
Le sue quattro zampe sono nere
e scalpitano, ma senza furia.
E’ suo padre.

Come un toro del Sahel
il cavallo colpisce il suolo con la sua zampa sinistra.
Un’immensa nuvola di polvere
si alza e si disperde.
Abbassate, le tre montagne si sono abbassate.
Le tre sorgenti brillano.
I tre torrenti corrono impetuosi,
ingrossati, e gli argini hanno paura.

I tiranni della pianura hanno ucciso suo padre.
Suo padre gli parla.
Nella polvere delle tre montagne
il cavallo è suo padre
che gli dice di non rinunciare mai
alla parola umana che ha bevuto.
Il cavallo gli dice:
i tiranni vogliono sbarrare il corso dei tre fiumi
convogliandoli in laghi senza memoria.
Questi tiranni vogliono prosciugare i laghi
e gli uomini sarebbero considerati ancora meno
delle pecore alla mangiatoia.
Ma il cavallo rosso che è saltato fuori
dal suo petto e dalla sua indomabile memoria
gli parla chiaro.

Poi con la sua gamba sinistra il cavallo
colpisce ancora il suolo
e le tre montagne si rialzano dalla polvere
e l’acqua zampilla di nuovo dalle tre sorgenti
e canta di cascata in cascata
il duro dramma e la forza degli uomini liberi.

 

*

 

Chi beve alle tre sorgenti
è trascinato dalle loro acque come paglia e petalo
fino al luogo dove si vedono i mondi
nel loro sembiante di dolore
e la scalinata dei loro mille racconti.

Chi nasce fra le tre montagne
più alte del cielo
indossa una cintura di scaglie,
di spine e di fuscelli
che tintinnano al minimo accenno di speranza,
che si ritraggono al minimo latrato delle iene.

I tre torrenti gettandosi nel vuoto,
i tre fiumi precipitando tra le gole,
tutti gli oceani frangendo contro le terre
fioriscono nel cielo,
seguono la fioritura del cielo
che va per la scalinata dei mille racconti.

Chi ha bevuto alle tre sorgenti
più alte del cielo
fa paura perché ha visto troppo.

Se il fragore dei torrenti e delle cascate
tra le cavità dei crepacci
e le gole dalle pareti verticali
copre il rumore dei suoi passi e l’eco,
la strana eco degli zoccoli del cavalo rosso,
lui che ha visto sarà visto,
non sarà mai più nascosto.

E allora va, attraverso strade polverose
e moli grigi. Tira fuori dal fondo della sua bisaccia
i grani neri. Li posa su una stele,
un altro su una soglia, uno su un davanzale,
sul labbro di un racconto che sta per nascere.

Perché tutt’intorno alla triplice montagna
e anche intorno alla sua base
nessuno ha ancora veramente trovato
la sua cintura di spine, di diamanti e di scaglie,
ognuno la cerca, la cerca.
E’ possibile che alcuni grani neri
contengano la chiave del grande racconto.

2 pensieri riguardo “I grani neri”

  1. Grazie Francesco Marotta per aver tradotto un’ennesima bella chicca del viaggiatore perennemente in cammino che è Yves Bergeret. Confesso che sono sempre da questo (e non solo da questo) spazio rapita. Con voi ascolto la musica delle distanze! Lunga vita alla Dimora e buon 2020 a Francesco e a tutti voi.

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