Scritto 23

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Tess Jaray : Versailles : perché Versailles? perché l’epicentro di ogni testo è il nome e le opere di Jaray sono texturae di geometrie e di colori (testi concrezionati di ritmo e di spazio, di vibrazioni della luce e di rigorose campiture) : si addentra lo sguardo, allora, in una versailles di rettilinei sentieri, di prospettive incrociate (diresti che l’ottagono irregolare suggerisca la pianta di Parigi, speculum in aenigmate, mise en abîme, in questa versailles di Tess Jaray, di giardini, di boschi, di labirinti, di una città percorsa dalla mente non per attraversamenti dello spazio, ma di tempo) : il nome è, contemporaneamente, evocazione e presenza, versailles / Versailles reggia giardino e spazio materiato di tempo.

Versailles alle porte di Parigi, una versailles per perdersi nei percorsi furibondi del pensiero, un montaggio di specchi a moltiplicare e dilatare l’adesso dell’occhio che osserva, della mano che tesse linee e colori sulla tela, dell’orecchio al cui orizzonte si affacciano altri nomi (Charlottenburg? Boboli? Capodimonte? Schönbrunn?)
Vista da qui Versailles ha nome d’orizzonte che si dilata, udita da qui Versailles ha forma di reticolo intessuto per percorsi di scienza della memoria.

Scritto 22

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Egon Schiele è felice mentre dipinge gli edifici di Krumau (materno borgo rannicchiato nell’ansa protettiva della Moldava) | li dipinge o li disegna (mente contemplante, sguardo aperto su finestre e facciate a graticcio, pagliai, legnaie, verande di legno, balconate, tetti spioventi, displuvi) | il testo si ritma così: per cadenze di finestre, porte, angoli, pareti verticali o leggermente inclinate | (ricordi la Reclusa di Amherst? I dwell in Possibility – a fairer House than Prose – more numerous of Windows – superior – for Doors – eccolo il senso di disegnare e dipingere più e più volte lo stesso borgo, perché le finestre e i tetti della lingua e della scrittura si fanno casa permeabile al mondo, attraversata dal mondo) | Krumau, Continua a leggere Scritto 22

Per chi dice che la poesia…

… per chi dice che la poesia è scollata dal reale, un’illusione di anime belle (leggasi ingenue, se non stupide), per chi è sempre pronto a insegnarti come si vive, per chi nega che la poesia sia anche atto politico, per chi neanche immagina che la poesia possa essere portata sui muri dei nostri edifici e delle nostre vite:

parcours lustral aux nouveaux Thermes di Yves Bergeret

Interrotti, mai compiuti

Marco Ercolani

Interrotti, mai compiuti

[I testi citati sono tratti da Rifrazioni e altri scritti (Novi Ligure, Joker, 2017) e da altri frammenti (2017-2019) inediti in volume.]

……I frammenti di Giuseppe Zuccarino, i suoi marginalia (le rare pagine che egli scrive, non più di cinque nel corso di ogni anno) ci guidano verso una zona d’ombra della scrittura critica, dove il lettore ha occasione non tanto di ampliare la conoscenza di un testo quanto di seguire le “illuminazioni” che il critico dissemina – su autori, opere, destini – come un viaggiatore che, nell’attimo della frase scritta, raccoglie la scheggia suggestiva, l’annotazione di rilievo. Si tratta di un lavoro delicato e severo, da incisione o bassorilievo, che è lui stesso a descrivere: «La scrittura frammentaria è legata, in fin dei conti, alla maniera stessa che l’uomo ha di riflettere e di fissare le proprie idee sulla carta: “Non c’è pensiero che sia, per sua natura, l’ultimo pensiero possibile. Noi siamo sempre interrotti, mai compiuti” (Paul Valéry)». Continua a leggere Interrotti, mai compiuti

Non siete altro che degli imbecilli?

Raoul Vaneigem

Nel 1898, Zo d’Axa, indignato per la stupidità dominante, scrisse un libello che intitolò: “Siete soltanto degli imbecilli!”. La constatazione, ahimè, non ha perso nulla della sua pertinenza ed è solamente la preoccupazione di non dare adito né al disprezzo né alla generalizzazione che mi esorta a dargli una forma interrogativa. Non conviene esasperare coloro che il rincoglionimento mediatico non è riuscito a scalfire perché hanno conservato il gusto di vivere, e per i quali l’intelligenza sensibile prevale sul calcolo economico. Si può giudicare sconvolgente lo spettacolo di intere popolazioni rassegnate a putrefarsi da vive nella palude finanziaria che prolifera ovunque, sterilizza i suoli, inghiotte le conquiste sociali. Ma la funzione dello spettacolo non è proprio quella di intrattenere, agghindando con divertenti volgarità la disperazione, la paura e la rassegnazione, che sono i migliori sostegni dell’oppressione statale e mafiosa?

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Certo, come no!

… no, sai, è perché noi abbiamo… sì… una linea editoriale… capisci? … cioè, voglio dire… un indirizzo… capisci? opere, come dire?… cioè, mi spiego, come poesia civile, capisci?… sì, poesia onesta… cioè, mi spiego… ecco… che affronta i problemi… civile… democratica, capisci?… cioè, voglio dire… capisci, no?

Scritto 21

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Carla Accardi : tende : il testo che si fa, addirittura, casa : casa nomade e luminosa : segni sulle sue pareti leggere eppure protettive (dormire tra i segni, svegliarsi e guardarli, compiere le abluzioni mattutine, fare colazione, vedersi riflesse sulle mani e sugli abiti le forme di quei segni che il sole, provenendo dall’esterno, proietta).
Tende di Carla Accardi : il testo generoso di segni che invita a entrare, che circonda e accoglie, che invita a dimorare (etimologicamente: tardare, indugiare, attendere).

Luciano Fabro: habitat : linee pulitissime : rendere visibili le direzioni del guardare e del pensare : stare nel rigore della linea di sottilissimo acciaio che per geometrie d’intersezioni e di appena percettibili vibrazioni scrive (o de-scrive) poemi d’uno spazio ritmato da velature che lasciano filtrare la luce.

Ritmi dello svanire

Antonio Devicienti

La coppia dei paraventi che costituiscono l’opera Shōrin-zu byōbu di Hasegawa Tōhaku non è una rappresentazione o, peggio, una raffigurazione di un bosco di pini avvolto dalla nebbia e dalla pioggia, ma una scrittura ritmata di pieni e di vuoti, di visibile e di non visibile, di presenze e di assenze consegnata a un uso apparentemente prosaico (decorare un paravento): il bosco di pini ritma, invece, gli spazi della casa e chiama l’occhio (presenza della mente aperta sul mondo) a soffermarsi sull’apparire e sullo scomparire, sull’illusorio e sul transeunte. Chiama la mente a pensarsi illusoria e transeunte. […]

(Continua a leggere su Antinomie)

Foucault e il grammatico fantastico

Giuseppe Zuccarino

Una fotografia raffigura Jean-Pierre Brisset mentre, il 13 aprile 1913, stando di fronte al basamento della celebre statua di Rodin Le penseur (allora situata di fronte al Panthéon, a Parigi), si rivolge alla folla. L’occasione è data del fatto che, pochi giorni prima, un gruppo di scrittori burloni (tra cui Jules Romains, Georges Duhamel e Max Jacob) ha avuto l’idea di conferirgli il titolo di Principe dei Pensatori, organizzando festeggiamenti in suo onore. Brisset, però, non ha colto l’intento scherzoso dei promotori dell’iniziativa. Nella foto, ci appare come un piccolo uomo anziano, dalla barba bianca, che indossa un paltò e ha un cappello a cilindro sul capo. Gli astanti lo osservano incuriositi e, a giudicare dall’espressione di alcuni di essi, con divertito stupore. Ne hanno motivo, visto il carattere alquanto bizzarro delle idee esposte da questo singolare linguista autodidatta. […]

(Continua a leggere su Philosophy Kitchen)

Scritto 20

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Carla Accardi : coni : non importa se in ceramica o in sicofoil : mi si materializza innanzi il sogno (e il desiderio) di un testo non vergato su di una superficie orizzontale e rettangolare (al limite quadrata) e unidimensionale (tendenzialmente bianca), ma di un testo (asemico, in sovrappiù, liberato dalla tirannia spesso patriarcale e maschilista – fascista, insomma – del significato, ritmato in segni e colori e spazi-tra-i-segni) emancipato anche dal suo stesso apparire, in questo preciso momento, su di uno schermo in scorrimento dall’alto verso il basso : i coni di Carla Accardi : il cono nobilissima figura geometrica, generatrice, per intersezione di piani, dell’ellisse, dell’iperbole e della parabola, memoria della grande geometria ellenistica : testi da leggersi girando intorno al cono, passando tra i coni disposti sul pavimento : leggere? – Continua a leggere Scritto 20

Lungo la linea

Antonio Pibiri

Lungo la linea

La stazione centrale dà fondo
per lasciarsi lontano in partenze.
La tua angoscia è terribile, Rodha.
La bicicletta con cigolii blu
a spruzzi di vernice. – Hauptbahnhof,
scheletro veloce su zampe,
e prospettico cavi, rotaie,
potrebbe coprire intero il pianeta,
trattenere sotto le reti la geodinamica.
In realtà da qui nessuno parte, nessuno resta.
Come fate a vivere città operaie,
ai tragitti? D’infuso rientro penetra i sobborghi
a sera, i bambini con occhi profondi. Continua a leggere Lungo la linea

Selezione da “L’Impero che si tace” di Ilaria Seclì

Avevo chiesto a Ilaria Seclì alcuni testi tratti dalla sua opera più recente L’Impero che si tace (Giuliano Ladolfi Editore); ecco la sua scelta – un grazie a Ilaria da parte della Dimora del Tempo sospeso che ha già avuto la gioia di ospitare la sua scrittura.

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Scritto 19

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

C’è l’ossessione del proprio nome, la persecutoria ossessione di voler vedere il proprio nome ripetersi eco della propria eco.
Trionfa la tirannia dell’io, il trascinante impulso a dire, ribadire, riaffermare: io ne avevo già scritto, io ne ho già parlato.
Dilaga il non saper scomparire, non saper eclissarsi dietro l’indubitabile bellezza di un testo altrui.
S’impone il non saper essere, semplicemente, umile lettore di chi, molto meglio, ha saputo invece scrivere e dire.

Occorre apprendere, al contrario, in rigorosa umiltà, l’industrioso silenzio del chiosatore, del copista, dell’amanuense che non firmava le sue glosse, le sue copie.
Nella ciarla pornografica che impera e soverchia voler ritrarsi – e continuare a studiare.
Silenzio raggiunto nell’esercizio della parola che non sia chiacchiera, ma ferita, ma spalancato abisso opposto al levigato maquillage di questo tempo (troppo di frequente) senza pensiero.

Atene

(a Massimiliano Damaggio, Nino Iacovella, Evangelia Polymou, Christian Tito, Francesco Tomada. A Francesco Marotta).

Pochi anni addietro ricevetti il dono di poter leggere i versi seguenti quand’erano ancora inediti – sarebbero poi entrati nel volume di Massimiliano Damaggio Edifici pericolanti edito da Fabrizio Bianchi per i tipi di dot.com press nel 2017 (ne riporto la versione a stampa – quella ancora inedita era solo leggermente diversa):

Θα υπάρχει πάντα ένας, κάποιος
που θα κατεβαίνει τη Θεμιστοκλέους
στο χλιαρό αεράκι, κάτω από
τα σύντομα φύλλα της σιωπής
στο φως του μεσημεριού,
……………………………………κάποιος
θα κατεβαίνει τα σκαλιά, κομμένα στα δυο
από την κίτρινη σκιά των λύχνων
και θα πέφτει, όπως έπεσα τη νύχτα αυτή εγώ
στη ζεστή αγκαλιά μιας ασφάλτου

Continua a leggere Atene

Albrecht Dürer si appresta al viaggio

( …ma potrebbe essere anche Gustav von Aschenbach o Dirk Bogarde… )

La felicità lo possiede quando (il calamo tra le dita e il foglio sul tavolo) disegna. Non copia ciò che vede: lo disegna.
La lepre, certo, e il rinoceronte e le mani della madre.

Mentre guardo il mondo l’occhio si prolunga braccio e mano e calamo e linea sul foglio: verranno poi l’acquerello oppure l’incisione o la pittura a olio.

La luce del Nord s’impiglia su cuspidi di torri e granai – e la memoria vede la luce dalmatica salire avvolgente le cupole di San Marco.
È tempo dunque di un altro viaggio. Lo sguardo si spinge fino a Venezia.

Scritto 18

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Quando nel gennaio del 2001 Charles Lloyd e Billy Higgins incidono nella casa del primo il doppio cd Wich Way is East (prodotto dalla ECM nel 2004) il secondo sa che potrebbe avere davanti a sé ancora poco tempo di vita; nel booklet allegato ci sono le foto in bianco e nero dei due musicisti e delle stanze della casa di Lloyd con gli strumenti musicali, nonché un lungo dialogo tra i due amici; sul finire Billy Higgins dice: …this might be the last time we do this. It made me understand a lot of what I’m trying to do… but for us to be able to do it at the right time, in the right space…
Tempo e spazio giusti (la justesse di cui mi parla spesso il carissimo Yves Bergeret), l’arduo coincidere di diversi elementi capaci di suggerire che quel momento in quel luogo è compiuto, preciso, addirittura necessario.
Questo è del comporre e dell’eseguire la musica, così come del disegnare e del dipingere, dello scrivere: una lunga, implacabile disciplina, un diuturno studio, amore per la vita, gioia e piacere nell’applicare disciplina e studio, concentrazione, volontà di cercare l’accordo con il respirare e con lo scorrere.
Non sono luttuose le parole di Higgins, al contrario: esse esaltano la preziosità di ogni attimo di vita e l’irrinunciabilità di progetti che sfidano le capacità dell’artista.
Il rischio sta nel cercare il tempo e lo spazio giusti e di fallire nell’impresa: ma l’eventuale fallimento non distoglie dal voler rischiare.
Higgins capisce sé stesso proprio nel fare e il suo fare è cercare e trovare l’esattezza (la giustezza: la compiutezza: la precisione: la necessità).