Pietre focaie / messe sulle soglie (su “Il sogno di Giuseppe” di Stefano Raimondi)

Con quest’opera, poemetto articolato in una prima e in una seconda parte e costituito da 39 brevi testi in versi, Stefano Raimondi si confronta in maniera diretta e coraggiosa con la parola poetica, il suo farsi e il suo darsi all’ascolto e alla lettura.
Parlo di coraggio perché occorre essere coraggiosi per assumersi il rischio di tematizzare la poesia stessa e il linguaggio della poesia, bisogna possedere un profondissimo senso etico per volere domandarsi come la poesia nasca e quale ruolo essa abbia per chi la compone e per chi la legge o ascolta.
Non appaia però a senso unico questo mio attraversamento del libro Il sogno di Giuseppe (Amos Edizioni, 2019) il quale, in verità, si sviluppa anche secondo altre linee tematiche che cercherò di mettere in evidenza.


Il fatto è che l’impianto dell’opera, il suo sviluppo, la sua stoffa concettuale mi sembrano una ricapitolazione dei come e dei perché dei libri precedenti di Stefano Raimondi, che Il sogno di Giuseppe è una tessitura estremamente coerente dal punto di vista concettuale, convincente dal punto di vista linguistico e stilistico, del tutto priva di sbavature sentimentalistiche e retoriche – quest’opera è, insomma, affermazione e riaffermazione del dire in poesia capace di trovare in sé stesso, nella sua forza argomentativa e immaginifica, nella sua bellezza verbale e ritmica le ragioni del proprio esistere.
Se, infatti, il sogno e il Giuseppe del titolo e del poemetto fanno esplicitamente riferimento al personaggio di Genesi 37-50 e alla sua capacità d’interpretare i sogni – Giuseppe giace al fondo della cisterna come in un regressus ad uterum. Chiamate le ginocchia al petto, disteso su un fianco, il figlio più amato di Giacobbe è colto da indefiniti terrori e sogni di fuga (vi si accampano con sicuro effetto i migranti di oggi): sono le visioni e divinazioni per cui il faraone lo richiede del suo aiuto si legge, tra l’altro, in quarta di copertina – il dipanarsi dell’opera s’inchiavarda nel nostro oggi, in un equilibrio perfetto tra il recupero di una memoria mitica (Giuseppe e il faraone, i Patriarchi e Israele, popolo migrante alla ricerca di una patria) e il nostro stare nelle metropoli contemporanee e in un tempo spesso antiumano.
Senza cascami romanticheggianti o irrazionalistici il poeta sta, a sua volta, rannicchiato in una cisterna che, pensata prigione da chi ve l’ha gettato, è, invece, luogo e tempo di un contatto molteplice e vivissimo con il mondo, con le genti in transito, con il visibile e con l’invisibile, con la cosiddetta storia e con l’inapparente: ché sta tutta nella forza della parola la libertà da conquistare e difendere, sta tutta raccolta come in statu nascendi, come un necessario rinnovato dover tornare all’alba della parola stessa sta il dire per scrostarlo, liberarlo, riscattarlo dall’usura e dall’offesa, dal suo essere stato abbassato a sola funzione comunicativa o, peggio, impositiva.

Il sogno di Giuseppe
diventò di pietra: divenne
cisterna, poi casa e fondale.
A fuggire sarebbe riuscito solo
il corpo sottile di sabbia.
Le sue caviglie erano portali
soglie, dove liberare fratelli e padri.
La casa era sempre più vicina al sogno:
sarebbe crollata con il giorno
con il suo ritorno, indietro, nelle stanze.

La cisterna si fece casa, pelle
voragine di ascolti. Entrarci
era sognare, partire (pag. 15).

Abbiamo davanti a noi due interpretazioni etimologiche del vocabolo cisterna, non necessariamente in conflitto tra di loro, ritengo: ci si può riferire al sintagma cis terram (sotto terra se si attribuisce alla preposizione cis anche il significato sotto) oppure al sostantivo cista (cesta interrata, quindi), così che il luogo chiuso e interrato è posto nel ventre stesso della terra e può farsi casa, poi fondale (marino, molto probabilmente, ma anche psichico se inteso come profondità dell’interiorità sia individuale che collettiva). Occorre infatti un corpo sottile di sabbia per fuggire (non si dimentichi che la parola non può essere disgiunta dal corpo che la pensa e la pronuncia) e le caviglie che portano quel corpo hanno valenza di portale e di soglia: riaffiorerà subito più avanti durante questo mio attraversamento il nome di Paul Celan (presenza assai significativa già in un altro, splendido lavoro di Stefano Raimondi che si chiama Portatori di silenzio) perché la soglia (la Schwelle) è il punto difficile e rischioso in cui la parola si dà a vedere e a udire – e, inseparabile dalla soglia (traverso la quale si entra o si esce) ecco la casa che è anche pelle e (magnifica espressione!) voragine di ascolti: la cisterna si conquista, così, una valenza positiva, di liberazione addirittura, la cisterna coincide perfettamente con il sogno stesso, il sogno è a sua volta casa, pelle, corpo, mente, sutura tra io e mondo.

Qui non c’è nessuno che diventi testimone
delle pareti, delle urla senza spavento.
Sapeva come non svegliarsi mai, come
raccontare la salvezza. Diceva
che il due sarebbe accaduto ancora
come in una genesi.
E un altro pozzo nascondeva
lini e sangue, garze e buio
come quando i padri hanno
anche loro paura (pag. 18).

Se infatti è proprio Celan a chiedersi angosciato chi testimonierà per il testimone, Raimondi, di questo cosciente, sembra affisare la propria attenzione sul saper fare (che, qui, vale saper dire, raccontare – forse anche sulla scia di Giuliano Mesa e del suo Tiresia), cioè su di una sapienza che ha contemporaneamente natura artigianale e tecnica, teorica e pratica, ricevuta e coltivata: la capacità di creare continuamente una genesi, di far coincidere sonno (sogno) e realtà perché Sopra le cisterne passano i mercanti / e i sogni devono essere raccontati / per salvarsi (pag. 19).
In un mondo ridotto e distorto a mercato

………………………………….Si fanno piccole le stelle.
………………………………….Anche le più lontane tremano:
………………………………….chiedono aiuto al buio.

Sono mute le parole lasciate
fuori dai porti, dalle barricate.

Le ho sentite da qui le grida
le suppliche delle terre e viste
le mani unghiare le barche
i bordi delle spiagge, da qui
dove sono recluso, tenuto chiuso.

L’aria fa rumore col silenzio.
Da qui sotto, è il rimbombo
la certezza del vero (pag. 22).

Se si cercano e si leggono molte pagine di Per restare fedeli (Massa, Transeuropa, 2013) si riconosce la medesima tensione etica che sottende e sostiene, incoraggia e giustifica la scrittura di Stefano Raimondi affinché le parole non restino mute, le grida e le suppliche inudite: il poeta, apparentemente rinchiuso nella cisterna-prigione-reclusione-utero, in realtà ostenso, in virtù della sua sapienza nel sognare (cioè nel vedere-e-dire) al dolore e al richiamo delle vittime, è l’esiliato che non tace, l’orecchio permeabile alle voci imploranti:

È un’altra frase sulle pareti
incise, di questa cisterna
che mi tiene come una preghiera, come
una maledizione che non smetto
di ascoltare. E sono loro ancora
a gridare dai rifiuti, loro
le voci che non approdano
che fanno paura; loro
i lasciti, i lasciati stare
che tengono a bada l’umano
che tolgono bende; che sono il taglio
e la guarigione insieme.

La sentinella diventa un’ombra;
da qui sembra la faccia conosciuta
di qualcuno (pag. 23).

………………………………….Le madri che amano davvero sanno
………………………………….farci rinascere sempre.

Sentire le corde bagnarsi da qui
è come trovare l’inizio di un silenzio.
Le terre si spostano
dove nessuno ci riconosce più.

Giuseppe sognava così.
Sentiva l’acqua arrivargli dappertutto;
aveva anche lui paura dei fondali
come le cose cadute nelle grate
dei tombini: spariscono
come uno quando è solo.

Anche il mare gridava
e le voci erano schiume.

Ma c’erano le madri tra loro (pag. 24).

Il motivo conduttore dei tombini (indimenticabile sentiero traverso i libri precedenti) riaffiora anche qui perché il ventre della terra può racchiudere in sé la morte, la dispersione totalmente e angosciosamente solitaria di sé stessi dentro un oscuro labirinto, ma essere anche l’elemento femminile e materno che permette una nuova nascita; la cisterna dentro la quale Giuseppe giace è camera ricolma e risonante di echi, antenna puntata verso il Mediterraneo e verso qualunque mare rimbombi di grida e di terrore, ma anche di speranza. Chissà, forse l’Odissea di Franco Piavoli, così risonante di voci delle molte lingue, così agitata da onde e cicli di marea, così feconda di femminili presenze potrebbe accoppiarsi a queste pagine del Sogno di Giuseppe.

Ma se Nessuna parola tiene più / a galla i corpi (pag. 25) perché accade che la poesia non salvi dalla morte, che voci (…) / complici dei complici o assassine (pag. 26) sembrino soverchiare,

Bastava raccontare un sogno
che sembrasse vero per farsi risparmiare;
una storia che durasse fino all’alba
detta con lo stesso suo colore.

Era questo il mio perdono:
la forza di una porta
la bellezza dei cardini (pag. 28): la poesia resta una soglia da attraversare finché c’è un Giuseppe in fondo alla cisterna. E perché

Ci sono giorni di poca importanza
da tenerci svegli, consumati come
la paglia fa col fuoco, l’acqua
con le mani sulle palpebre.
Si tengono tutte vicine le ore buone
quelle tolte ai silenzi, agli insonni
come fossero brani di un foglio infinito:
parole tolte da un amore (pag. 30).

Inestricabile risulta essere l’esperienza di Giuseppe in fondo alla cisterna e il suo sognare, cioè dire:

Dal vuoto del pozzo ho sognato
la piena e con una barca sola
ho attraversato il primo racconto
che ho incontrato (pag. 34).

Si chiude ora la prima parte del poema (Ognuno ha la sua tana, il suo rifugio nero / dove il fiato si contorce alle paure: la mia / è stata una spinta di fratelli, scavata / come un vuoto intorno, in fondo / a un buio con un sogno dentro – pag. 37 – e si notino, come già nei testi precedenti, i ricorrenti enjambement che, creando sospensione e inarcatura da verso in verso, restituiscono l’idea di una caduta continua nel sogno e nella parola, ma anche di un soprassalto del ritmo e del respiro, di un canto modulato su virate di respiro e si noti la scansione affidata a variazioni tipografiche (carattere corsivo o tondo, oppure allineato verso destra) come se il testo dovesse essere anche una partitura dentro la quale distinguere la voce di Giuseppe (in corsivo) da una voce che parla di Giuseppe pur non smarrendone l’orizzonte, ma, anzi, ulteriormente chiarendolo e oggettivandolo: il poema è, in ultima analisi, una riflessione sulla voce (sulle voci) della poesia la quale, forse fatalmente monologante, vuole accogliere in sé anche le voci altrui – non si dimentichi che Raimondi è anche l’autore di Soltanto vive. 59 monologhi (Sesto San Giovanni, Mimesis, 2016), brevi testi per il teatro in ognuno dei quali una voce femminile monologante racconta esperienze e attese e violenze subite; intendo dire che siamo innanzi a una scrittura che rifiuta risolutamente l’intimismo e il ripiegamento soggettivo e che, per virtù di linguaggio e di stile, si assume l’onere e la responsabilità di parlare anche per chi non può o non sa parlare, il che è l’ardua prova davanti cui è messa la poesia contemporanea.

Infatti, già a inizio della seconda parte, Giuseppe si conferma in una condizione di esilio raccolto in silenzio (pag. 41) dal momento che soltanto il silenzio rende possibile l’ascolto e, di conseguenza, la parola (Era dal silenzio che sentivo / la luce scavarmi dal basso. Da qui / ripetevo parole salvate / tre volte dal nulla – pag. 45), un esilio che può avere anche nome di abbandono: Lasciare che l’abbandono faccia doni / è quello che mi resta (pag. 43) e in tal senso anche Il sogno di Giuseppe s’inserisce nel Leitmotiv raimondiano dell’abbandono, devastante esperienza sia personale che esistenziale, sia storica che collettiva e che, pure, sa dar vita a questo sogno, là dove sogno è un nome possibile per poesia.

(…)

Erano fatti così i sogni:
li contava con frasi di terra
e acqua, con pietre focaie
messe sulle soglie.

Lo so che da qui non si passa
che non è semplice lo sguardo.
Il buio chiama tra le radici i destini.

Le grammatiche corrodono
fanno trasparenze: lasciapassare (pag. 46).

Sono gli abbandoni a restare
più a lungo nei sogni – diceva mio padre –
sono gli insonni a trattenere i loro ricordi.

Da lì le ombre facevano
spazio alle luci, cercavano
gentilezze (pag. 50).

Si rifletta ora sulla nascita di quest’opera raccontata dall’autore nella nota in chiusura: La matrice originaria di questo poemetto (dieci testi scritti ai margini di un libro) è stata redatta tra il 29 settembre e il 13 ottobre 2003. Il suo fortuito ritrovamento risale al 13 luglio 2016; da qui la riscrittura, il montaggio attuale e la sua continuazione. Milano, 20 gennaio 2019 (pag. 59).
C’è, dunque, una matrice scritta in margine a un libro che, riemergendo casualmente dall’oblio, si è fatta opera conchiusa, a riprova del fatto che occorre sempre sapienza e mestiere per sognare (id est poetare: Iniziava così Giuseppe / quando voleva sognare: fin da bambino sapeva / come spingere le nuvole da solo / senza domandare, senza aspettare – pag. 20), che Sono delle ombre le scritture: lasciti / di luce colati dalle balze. // Facevano raccolte incolori / e gli avvoltoi giravano / sulle parole dette male (pag. 45), che Teneva tra sé ciò che sapeva. // Continuava a sognare / come uno straniero (pag. 48), che Il mio sogno è un paesaggio: passarlo / è tenere le mappe a memoria / felice di dimenticarle (pag. 49).
E non è un caso che l’Indicazione premessa all’intero poemetto rechi un particolare della Mappa della città di Milano cui seguono le informazioni bibliografiche riguardanti Stefano Raimondi e che Giuseppe dica, meditante:

Non ho mai visto bene il retro delle case.
È come se restasse sempre nascosto;
è come la frase che finisce prima
quella con le parole rotolate in fondo
alla voce, alle cantine.

Qui restano sole le cose scontornate
dalle luci, quelle raccontate,
dalle ringhiere, dai ballatoi
sospesi sulle labbra delle facciate
piantate tra i cortili (pag. 52).

Facciate, finestre, ringhiere, balconi, ballatoi, cantine: sono questi infatti altri motivi conduttori che uniscono tra di loro i diversi libri del poeta milanese e che qui uniscono la cisterna di Giuseppe alla metropoli a noi contemporanea, in un un’interessante riproposizione di elementi del mito (in questo caso specifico biblico) capaci di continuare a parlare a noi e di noi.

………………………………….Non ha saputo che svegliarsi
………………………………….tra gli angoli di una storia
………………………………….di un’inquadratura.

Sono disadorno.
Nudo sono solo.
Mi hanno chiesto del sogno del re…

………………………………….Chiude la cisterna la luce.
………………………………….Chiude la cisterna il buio (pag. 56).

Nella sua nudità e solitudine Giuseppe si ritrova a chiudere il poemetto dalla struttura circolare: apertosi con la citazione da Genesi 41, 15 (il faraone chiede a Giuseppe d’interpretare un suo sogno), esso si chiude proprio con l’anafora della voce verbale chiude e con l’accenno al sogno del re perché questa riflessione in versi intorno alla poesia portata a contatto con la materia tragica dei naufragi e dei respingimenti constata la fragilità della poesia stessa, soverchiata dal potere e dalla sua violenza, il saper sognare di Giuseppe sembra vano, cisterna-prigione che, come apertasi con l’inizio e lo svilupparsi del poemetto, torna a chiudersi sul suo finire. Quella di Stefano Raimondi non è, però, una resa o l’ennesima constatazione del cosiddetto ruolo marginale della poesia, sì, invece, lucida assunzione di responsabilità, scelta in favore della parola che dice e significa e si ritma armoniosa perché radicata nell’umano, perché opposta al banausico utilitarismo. Il poeta migrante, il poeta in esilio, il poeta che, rannicchiato nella cisterna, sente il buio della terra e le voci dal mare si ostina a sfregare le molte pietre focaie del linguaggio.

4 pensieri riguardo “Pietre focaie / messe sulle soglie (su “Il sogno di Giuseppe” di Stefano Raimondi)”

  1. “.Le madri che amano davvero sanno
    ………………………………….farci rinascere sempre”.

    ***

    “Era questo il mio perdono:
    la forza di una porta
    la bellezza dei cardini”

    ***

    “Da lì le ombre facevano
    spazio alle luci, cercavano
    gentilezze”

    ***

    Una sottolineatura a questi versi profondi e incantevoli…

    R.S.

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