Maldestro vivere

Stefanie Golisch

Maldestro vivere

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Testi tratti da:
L’affresco del maldestro vivere
(inedito, 2019)
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Senza titolo

Abbiamo mangiato e bevuto a più non posso, eppure
non eravamo ancora sazi e non ancora abbastanza
ubriachi e così siamo andati sempre avanti e non
bastava mai e questa storia non ha una fine precisa
e nemmeno un titolo, non è bella e non insegna nulla,
ma va raccontata lo stesso nel nome di chi non ha altro
da buttare nel fuoco che la sua fame, la sua fame

 

*

 

Breve romanzo russo

Tutti i protagonisti sono infelici: c’è chi trasforma la
propria infelicità in febbrile allegria e c’è chi tace per
il resto del romanzo davanti a una tazza di tè che non
si svuota mai, intanto succede la nostra vita in lettere
cirilliche, impossibile ricordare tutti gli intrecci, ma la
pioggia che penetra attraverso le fessure del tetto
difettoso di una vecchia dacia cade dritto nella mia
stanza, distratta sento lo strisciare di una sottoveste
di pizzo pallido sul pavimento ancora bagnato

 

*

 

Little Hope

Eine mitten an einem Sommertag allein niederfallende
Schneeflocke war sie.

Robert Musil, Tonka

Il suo posto è all’ingresso del mercato del pesce,
i suoi prezzi sono buoni, sorride a tutti quelli che
passano, ubriachi già all’alba, Little Hope non dice
mai di no e non smette mai di sorridere, se avesse le
parole, potrebbe dire qualche cosa come, cosa vuoi,
questo è il mio mestiere
, nelle sue viscere ogni uomo
è benvenuto nel modo in cui lo desidera, quando il
mercato chiude, il suo corpo è un reame perduto
e ritrovato, come una bambina cade nel sonno, fiocco
di neve in una giornata d’agosto, pura come l’occhio
morto del pesce luna, capitata nella rete per sbaglio

 

*

 

Vivere!

Datemi una estate soltanto, così, più o meno, recita
una poesia di Hölderlin, a lui fu data l’estate dopo
la morte della moglie: una badante russa in calzoncini
rosa, una vacanza sulla riviera adriatica, piaceri erotici
inauditi, poi, l’autunno, la malattia, l’abbandono della
russa, la rabbia dei figli, la morte all’ospedale, fine della
poesia

 

*

 

Il gobbo del quinto piano

A modo suo il gobbo del quinto piano è un uomo
felice quando pensa a quel bacio successo nei
giardinetti sotto casa sua un secolo fa, la bambina
non aveva fatto caso della sua vergogna e lui non
si era nemmeno accorto che lei era senza capelli,
in un lungo pomeriggio d’infanzia, la vita si era
completata senza alcuno sforzo prima di tornare
come prima per sempre

 

*

 

Sera di ottobre, dall’autobus

Breve storia di una finestra illuminata con gatto
sdraiato pigramente sul davanzale, a cena si mangia
con le mani aperte a coppa, sotto il tavolo, gambe e
piedi se ne fregano della decenza, ognuno parla per
conto suo e a un certo punto si accendono le luci e
c’è chi all’improvviso sembra più bello e chi sparisce
dietro gli specchi, anche tu sei cresciuto in questo
vicolo cieco all’odore di verdure cotte e mele al forno,
uno, a occhi chiusi, comincia a fischiare e uno si gratta
la schiena con la matita, cerchiamo di essere sempre
noi stessi, recita una voce da vecchio, ma la saggezza
non è di tutti, si sa, a letto si va sempre alla stessa ora:
chi è già nato e chi, impaziente di venire al mondo,
attende ancora, tutti insieme ci infiliamo sotto le
coperte pesanti di notti altrui come se il destino fosse
uno soltanto

 

*

 

Foto di famiglia

A lui mancano i due denti incisivi e lei pesa almeno
un quintale, i due bambini portano nomi da telenovelas,
niente lavoro, niente soldi, niente sogni, si vive così,
tra un oggi e l’altro, solo una volta sono stati felici
tutti insieme quando qualcuno aveva regalato loro un
biglietto-famiglia per il circo, con quattro magri cavalli,
due vecchi lillipuziani e una trapezista senza ali in quella
domenica pomeriggio il piccolo circo ambulante aveva
fatto del suo meglio a fare da circo vero, e loro a fare da
famiglia vera, a fine spettacolo, erano tutti esauriti, i
cavalli, i lillipuziani, la trapezista con il rossetto sbavato
e loro quattro, perché vivere stanca, sporca e promette
senza tregua, senza tregua

 

*

 

The Ballad of the Sad Café

Tra un gratta e vinci e l’altro ci stanno giusto un caffè
ristretto e una sigaretta, cazzo, mio figlio mi ha rotto le
palle, è uguale a suo padre, stronzi tutti e due, vieni da
me questa sera bella bionda, dice il padrone del bar, e lei
risponde: neanche morta, davanti alla porta d’ingresso
un corvo mangiucchia un piccione morto in questo
pomeriggio di primo autunno che proprio non fa rima,
la vita fa schifo, dice la donna dalle mani ruvide e dalle
occhiaie di mascara sbavato prima di andarsene senza
un saluto, il bar sulla provinciale Monza-Saronno si
chiama Jolly, il mese ottobre, lei non si sa

 

*

 

La badante

Ha dormito in tutti i modi: sul divano, in un lettino
da campeggio, nel letto matrimoniale, al posto di
lui, al posto di lei, ha dormito abbastanza bene, ha
dormito male, non ha dormito per niente, una volta
aveva dormito molto bene e quando si era svegliata,
il nonno non respirava più, non doveva nemmeno
chiudergli gli occhi, visto che erano già chiusi, che
fortuna morire nel sonno, se lo augurano tutti, ma
quasi nessuno riesce poi, prima di chiamare la figlia,
si era lavata i denti e la faccia e si era truccata un
poco, alla fine del mese mancavano due settimane
di marzo piovoso, nel cuore della vita abitava la
morte, da subito, ma non c’era da spaventarsi, solo
i corvi vivevano cento anni, si diceva nel suo paese,
ma lei non sapeva se era vero

 

*

 

Blinder Fleck

Nella mia cittadina natia, la donna più sporca si
chiamava Hunde-Martha, viveva con i suoi cani
non si sapeva dove, di pomeriggio, quando non
c’era qualcosa di meglio da fare, si cercava di
scoprire questo luogo, ma naturalmente non fu
mai trovato, a Monza, l’uomo più sporco, invece,
è piccolo e peloso, vestito di carità cittadina, non
so nulla di lui, così come allora non sapevo nulla
di lei, quelli come loro ci sono e, a un certo punto
non ci sono più e quando ci si accorge improvvisa-
mente, non c’è nessuno a cui chiedere delle loro
sorti, manca qualcosa o qualcuno da disprezzare
senza sentirsi in colpa che presto sarà rimpiazzato
da qualcosa o qualcuno altrettanto disprezzabile

 

*

 

Canicola

Quando ti dicono che questa sarà la tua ultima estate,
cosa fai? Come si può pensare la parola ultima quando
l’aria vibra di luce e dalla finestra giunge il brusio del
mercato del sabato? Presto tu non ci sarai più, ma il
mercato sì, il caldo insopportabile e il chiacchiericcio
di fondo che non tace mai, mancherà soltanto una voce
in quell’oggi futuro che non ha nulla a che fare con il tu
oggi, quello che abiti con il tuo corpo ridotto male ma
che ancora si vuole alzare, ancora si vuole lavare,
tagliarsi i baffetti e vestirsi come si vestivano i vecchi
quando eri bambino tu, più tardi scenderai, andrai al bar
a prendere un caffè, darai la solita occhiata ai titoli del
Corriere della sera, mentre le ragazze che passano sfidano
i tuoi sguardi, ti verrebbe da levarti il cappello davanti a
tanto inganno, ma non c’è nessun cappello, solo il solito
cane del padrone che abbaia sempre e, quando chiudi gli
occhi, delle immagini che non narrano una storia
compiuta

8 pensieri riguardo “Maldestro vivere”

  1. tracce di vita che le parole rendono visibili come pennellate su tele piccole ma intense. Ringrazio per questa proposta che non solo ho gradito molto ma mi sento di condividere.:

  2. Vite drammatiche raccontate in punta di matita, nessuna “lezione morale” da fare agli altri ma un sottile “mea culpa” che chiunque può fare
    quando si mette a fuoco chi e come sta e vive ai margini dell’indifferenza.
    Ho apprezzato molto questo modo sottotono di raccontare attraverso versi dimessi ma mai banali che tratteggiano “il quadro” con scarni particolari che alla fine rivelano la prospettiva.
    Rosanna Spina

  3. La prosecuzione letteraria della monografia fotografica di Anders Petersen, i randagi del Cafè Lehmitz. Una scrittura fotografica e chirurgica nei dettagli. Bellissima.
    Grazie
    Nino

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