Interrotti, mai compiuti

Marco Ercolani

Interrotti, mai compiuti

[I testi citati sono tratti da Rifrazioni e altri scritti (Novi Ligure, Joker, 2017) e da altri frammenti (2017-2019) inediti in volume.]

……I frammenti di Giuseppe Zuccarino, i suoi marginalia (le rare pagine che egli scrive, non più di cinque nel corso di ogni anno) ci guidano verso una zona d’ombra della scrittura critica, dove il lettore ha occasione non tanto di ampliare la conoscenza di un testo quanto di seguire le “illuminazioni” che il critico dissemina – su autori, opere, destini – come un viaggiatore che, nell’attimo della frase scritta, raccoglie la scheggia suggestiva, l’annotazione di rilievo. Si tratta di un lavoro delicato e severo, da incisione o bassorilievo, che è lui stesso a descrivere: «La scrittura frammentaria è legata, in fin dei conti, alla maniera stessa che l’uomo ha di riflettere e di fissare le proprie idee sulla carta: “Non c’è pensiero che sia, per sua natura, l’ultimo pensiero possibile. Noi siamo sempre interrotti, mai compiuti” (Paul Valéry)». Questa “incompiutezza” determina il percorso dello scrittore di frammenti, ma non ne insidia il rigore, al contrario lo accentua, anche dove i temi sono spesso instabili, magmatici, traversati da ferite e da slanci. Scrive Zuccarino: «È giusto che il critico punti soprattutto sulla lucidità, ma deve farlo sapendo che potrà raggiungerla solo in parte. Essa, infatti, sarà sempre insidiata dal non-sapere, dall’incertezza, dai desideri, dai timori. Persino dalla follia, di cui Foucault (in una conferenza pubblicata postuma) dice che “è una funzione autonoma e costante del linguaggio nei riguardi di se stesso – come la critica – come la morte”». Se fra le funzioni del linguaggio dominano la follia e la morte, l’indagine del critico è razionale e irragionevole, dominata da un amore assoluto per la parola in cui si struttura ed esplode il linguaggio: «La scrittura frammentaria, in quanto si nutre di altri testi, rispecchia il meccanismo stesso della lettura». Il lettore di frammenti si trova così impegnato, iniziando la lettura, in un gioco di rifrazioni e di specchi che lo guida verso i libri amati, ma lo trascina anche dentro una sottile, anomala inquietudine. «I frammenti nascono talvolta in forma manoscritta, affidati al foglietto volante o al taccuino. Si tratta di un modo per suggerire il legame col corpo di chi scrive, ma al tempo stesso la loro apertura sull’imprevedibile».
……Chi cercasse in questa scrittura una traccia autobiografica resterebbe deluso: o meglio, dovrebbe capire che la biografia dell’autore è tutta racchiusa nei libri che sceglie di leggere o di cui gli piace scrivere. Non è una forma di pudore, ma una precisa volontà di rappresentare ossessioni a cui è estraneo il peso dell’io. «I frammenti sono radicalmente diversi dalle annotazioni diaristiche, dunque sarebbe vano cercare in essi aneddoti biografici o confidenze personali. Dell’esistenza di chi li scrive, essi registrano piuttosto gli intervalli, gli interstizi, le crepe. Ma, come osservava Canetti, ciò può essere di qualche interesse per il lettore: “Si direbbe che le crepe appartengano a tutti, così ciascuno può prendersi senza cerimonie la propria parte. Non c’è da dolersi per la perdita […] di una certa unitarietà immediatamente percepibile, poiché la vera unità di una vita è segreta ed è tanto più efficace là dove involontariamente si cela”». Il preciso invito di Zuccarino è quello ad uscire da sé: vedere il proprio mondo moltiplicarsi è una soluzione, felice e infelice, possibile in modo riflessivo attraverso la lettura e la scrittura dei libri.
……«Gli scrittori, tranne rare eccezioni, si affaccendano per se stessi o per nulla, giacché i libri che pubblicano sono destinati al più profondo oblio. Vale per loro la frase di Blanchot: “Scrivere è andare, attraverso il mondo delle tracce, verso la cancellazione delle tracce”». In questo frammento è racchiusa la poetica dell’autore: lavorare serenamente, senza inutili illusioni ma con estremo rigore, alla propria traccia scavata nella sabbia, che presto sarà cancellata. Non sarà mai fuori luogo parlare, per Zuccarino, di una scrittura sempre ostile alla vanità narcisistica che è un rischio implicito in ogni scrittura personale. Come scrive Edmond Jabès: «Per te, e solo per te, il dolore dei ceri, l’inno alla roccia, la carta inviolata del segno». In altre parole, la riservatezza del dolore e la necessità del silenzio. Di questo silenzio, il critico è uno dei massimi interpreti, sia sul piano dell’oralità che in quello della scrittura: «Discorso orale e scrittura sono situati su piani diversi, nel senso che risulta impossibile improvvisare a voce ciò che, in maniera più precisa e meditata, si fissa sulla carta. In tal senso, è esatta l’asserzione di Char (citata da Roger Laporte): “Ciò che scriviamo, non possiamo dirlo. Se potessimo dirlo, non lo scriveremmo”». Ma intorno a questo silenzio ricco di parole si continua a ragionare.
……In uno dei suoi frammenti più originali Zuccarino, citando Benjamin, arriva a formulare una delle sue principali dichiarazioni di poetica. Ascoltiamolo: «Nel 1934 Walter Benjamin si era sottoposto a uno dei suoi vari esperimenti con le droghe, nel caso specifico la mescalina. Sotto l’effetto di essa (secondo quanto riferito da un testimone, Fritz Fränkel), Benjamin aveva proposto “di variare l’interrogativo piuttosto irrilevante di Amleto, ‘Essere o non essere’, in ‘Rete o mantello’, questo è il problema”. In un certo senso, c’è del vero in tale frase. Noi infatti siamo di solito imbrigliati dalle necessità e abitudini della vita quotidiana come da una rete. È solo nei momenti migliori che riusciamo a dominarle, volgendole ad un fine diverso. Allora ci sembra che le circostanze si pieghino al nostro volere, e che possiamo avvolgerci sovranamente in esse come in un mantello». Ecco che il critico qui ci guida con nitidezza verso la mèta: se la scrittura è un’arte del segreto, da praticare nei confini di un foglio e di una stanza, dentro la propria immaginazione e il proprio pensiero, questo “segreto” non è un dolore subito e tormentoso, ma una possibilità da sviluppare, una speranza dispiegata nella non-speranza, una forma di magia che la scrittura, nelle sue volontarie e involontarie metamorfosi, pratica di continuo, così come si onora una promessa formulata a se stessi.
……«Nella pratica dei frammenti non si può in alcun modo seguire una traccia prefissata o prevedere quel che verrà dopo. Viene da pensare alle parole del narratore in un romanzo di Auster: “Devo inventarmi la via a ogni passo, e ciò significa che non sono mai sicuro di dove mi trovo”». Zuccarino non è mai sicuro di dove si trova, ma è sempre sicuro di essere pronto a testimoniare per la propria libertà di scrittore: «È ovvio che la fissazione sul fatto di scrivere non costituisce, di per sé, una garanzia sulla qualità dei testi prodotti. Ma in molti casi, invece di costituire un difetto di cui sarebbe preferibile sbarazzarsi, è proprio l’opposto. Come diceva il critico d’arte Carl Einstein, “l’ossessione rappresenta una piccola chance di libertà”». Direi non piccola, se ha permesso a Zuccarino di attraversare decenni di scrittura restando vicino ai prediletti compagni d’arte, e rendendo sopportabile a se stesso la temibile e mediocre realtà, tanto avversata da Čechov. «Proust osservava saggiamente che “siamo tutti costretti, per rendere sopportabile la realtà, a coltivare in noi qualche piccola pazzia”. Forse scrivere è una pazzia non piccola, ma proprio per questo può rivelarsi tanto più efficace». E scrivere è raggiungere una propria idea di bellezza, attraverso l’ironica arte di parlare nel tacere, ironica ma eversiva, perché giudica con severa indifferenza le ipertrofie del linguaggio. Osserva Nietzsche: «La bellezza ha qualcosa da dirci, per questo restiamo in silenzio».

2 pensieri riguardo “Interrotti, mai compiuti”

  1. Grazie a tutti gli amici per la presenza di questo breve testo, nato sulla scia dei frammenti che Giuseppe ha l’abitudine di inviarmi, come dono rituale, alla fine di ogni anno.

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