“Accoglimento” di Nanni Cagnone

Mi fa molto piacere annunciare l’imminente uscita di un’altra opera in poesia di Nanni Cagnone: si chiama Accoglimento e sarà pubblicata dalla Finestra Editrice di Marco Albertazzi  nella  Collana Contemporaneamente.

Unico vanto, aver resistito lungamente a me stesso. Nel disadorno ovunque e nel fulgore che raramente, ne l’affamato strepito del giorno e notturno scivolare, io con quel lui ch’ognor m’impiglia.
Ogniqualvolta mi trovo a citare parole sue, devo convenire che il me che parla dorme cammina non è colui che scrive, e scrivendo sfugge agli scricchiolii del palcoscenico quotidiano. Siamo in due, e incerti i legami: storico io, metastorico lui. Miei i fastidi le fatiche i malanni, suo l’arrovellar parole. Benché spesso inquieta o rissosa, tale residenza lo pone altrove, in salvo dalle cattive notizie, dalla ripetizione e dai minimi orrori a cui la normalità non può sfuggire. Non so pensare in quel suo modo estraneo. Ha forma diversa la sua necessità.
Non sto alludendo a una scissione dell’Io, né all’esistenza d’un sosia, spettro o alterego che sia ispirato o eletto. Sto dicendo che la prima persona, quella che non scrive, deve scomparire, e la storicità farsi da parte.
Dubito che lui sia un soggetto. In certo modo, sembra dipendere. In pratica, io posso parlare di lui, ma lui non può far altrettanto. Non sa cosa stia scrivendo, e ancor meno qual senso possa avere ciò che scrive. Secondo me, ogni volta non sa piú quel che credeva di sapere, e altro non impara. Quando fa ritorno, quando si ricongiunge, devo affrontare una perdita. La banalità di tale condizione sembra insuperabile.
Ero stato piú chiaro – o meno noioso – molti anni fa: «La poesia è un’opera estranea, cosa che il sonno insegnerebbe al risveglio».

1 commento su ““Accoglimento” di Nanni Cagnone”

  1. Nanni Cagnone è uno dei pochi poeti viventi che apprezzo; tra l’altro condivido altamente la sua scelta di vivere appartato, nonostante sia già parte d’una illustre storia letteraria, senza cercare i pulpiti e i pupilli, le cattedre altisonanti, gli schermi sordidi su cui fa volentieri rimbalzare il narcisismo ebete e i peti imprecisi lo pseudopoeta di turno. Preferisco immaginarlo come un cavaliere silente nella sua cittadella atemporale, Bomarzo, a un passo dal parco che celebra una suggestiva carrellata di mostri. E cosa c’è al mondo di più mostruoso del poeta, con le mani a pala per scavare dove gli altri camminano e il volto girato verso l’interno come la pelle ritorta di un animale scuoiato.

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