Su “Tecniche di liberazione” di Mariangela Guatteri

Tecniche di liberazione di Mariangela Guatteri (Benway Series, 2017) non è libro pensato per una lettura diciamo così tradizionale, ma, nell’ambito di una reale scrittura di ricerca (voglio dire non millantata, non pretesa, non di maniera – perché esiste anche una scrittura sedicente di ricerca, ma manierata e conformata su risultati ormai datati), questo lavoro vuole superare in modo risoluto la convenzionalità del contenuto e della stessa forma-libro.


Si tratta di un volume bilingue (la versione originale in italiano è stata volta in francese da Michele Zaffarano) e anche in questo caso si va ben oltre il “testo a fronte” usuale: se apro la copertina di un bel grigio-argento recante il nome dell’autrice e il titolo italiano, mi ritrovo a sfogliare e a leggere, fino a pagina 76, un’opera costituita da brevi e brevissimi enunciati (talvolta ellittici del verbo) che scaturiscono dalle o si continuano nelle fotografie in bianco e nero (spiegherò meglio più avanti che cosa intendo dire); ma, giunto a pagina 76, devo letteralmente rovesciare il volume di 180° e, andando rapidissimamente a ritroso, raggiungere la prima pagina che, ovviamente, si trova immediatamente dopo la copertina che reca il nome dell’autrice, il titolo in francese (Techniques de libération) e il nome del traduttore: questo significa che, dal punto di vista del suo formato, il libro ha due prime di copertina e nessuna quarta di copertina (lo stesso dicasi del suo dorso che mostra, perfettamente allineati, ma rovesciati l’uno rispetto all’altro, i due titoli – quello italiano e quello francese).
Non si tratta di un giuoco gratuito, ma del senso stesso (e intendo qui senso come significato e come direzione) di quest’opera, dal momento che le tecniche di liberazione del titolo sono ed esigono di essere itinerari che scardinino la percezione abituale (indotta) del reale, che facciano piazza pulita di idées reçues e atteggiamenti pregiudiziali, che vadano ben oltre la scrittura stricto sensu.
Si entra nel libro traverso una citazione dall’opera Haṭhapradīpikā di Svātmārāma relativa alla Siddhāsana, la “posizione perfetta” per praticare la meditazione e un’altra da René Daumal (Orbene le scienze del linguaggio sono prime tra i mezzi di liberazione) – una prima direzione è, dunque, quella indicata dalle pratiche di Haṭha Yoga e quella di Daumal desunta dai suoi studi sulla lingua sanscrita e l’universo culturale, religioso, filosofico, storico da quella lingua veicolato; una seconda direzione, capace di biforcarsi e di moltiplicarsi nel corso dell’opera la quale è, anche, un processo esperenziale e una quête filosofica, un taccuino e un mosaico, una seconda direzione è, scrivevo, la scansione quadripartita del libro (Il loro suicidio, La modalità vegetale, La propria grandezza, La grammatica) e, all’interno di ogni parte, ecco strutturarsi le proposizioni in relazione strettissima con le fotografie, sia dal punto di vista concettuale che visivo e spaziale, ché il posizionamento degli elementi verbali e iconografici all’interno delle pagine hanno sensi e scopi precisi: le fotografie NON SONO affatto esornative o esplicative, ma si pongono sullo stesso piano dell’elemento verbale – e completo qui quanto avevo lasciato in sospeso poco prima: Tecniche di liberazione è, dal punto di vista formale e compositivo, la sperimentazione di una possibilità di andare oltre la scrittura alfabetica, inarcando la proposizione nell’immagine fotografica e, di rimando, montando le fotografie (di formati variabili) così che si costituiscano a loro volta in proposizioni non alfabetiche e non verbali, ma iconografiche e spaziali: se pro-posizione è essere posto innanzi, allora (mi si passi l’espressione) le diverse proposizioni fotografiche o iconografiche non conoscono soluzione di continuità con le proposizioni verbali, ma tutte si accampano sulla pagina (e ci sono pagine recanti una sola foto, per esempio) costituendo un testo completo che è il libro stesso e un testo che è, pure, ritmato non solo a livello strettamente linguistico (accenti, punteggiatura, a capo…), ma anche a livello visuale (posizionamento delle parole rispetto alle foto, posizionamento delle foto sulla pagina, loro rapporto con il bianco stesso della pagina).
E ho voluto dire di Tecniche di liberazione anche come di un taccuino e di un mosaico: l’opera, creata tra il 2013 e il 2017, appare infatti anche come una serie di appunti (precisi, luminosi) scaturiti da una ricerca sul linguaggio, sull’immagine e, non lo si trascuri, sul corpo e la sensazione molto netta è che questo libro sia tappa di un progetto più ampio e di più lunga durata; il mosaico è quello costituito dalle parole, dagli spazi bianchi nelle pagine e dalle fotografie delle quali ultime dirò adesso in modo più diretto: scattate da Mariangela Guatteri e da Barbara Ferretti a Montericco tra il gennaio e il marzo 2013, esse mostrano o luoghi il più delle volte innevati (boschi, radure, alberi, sentieri) o riprese anche molto ravvicinate di un corpo che esercita l’arte e la sapienza dello yoga; può succedere che nella medesima sequenza siano presenti immagini del corpo e del paesaggio, oppure soltanto dell’uno o dell’altro, benché (e questa è altra caratteristica determinante e originale del libro) un paesaggio coperto dalla neve (quindi meditante e assorto, trasfigurato e del tutto aperto alle interpretazioni e al senso), una schiena concentratissima che mostra ogni suo muscolo o gli arti piegati in un determinato āsana o i tendini visibili sotto la pelle, un giro tesissimo di frase appartengano alla stessa sfera cognitiva, intuitiva, rappresentativa e allusiva; la neve muta i tratti del paesaggio, trasfigurandolo lo traghetta in una dimensione altra e inusuale, quindi aperta e liberata (ben lo sa il Cartesio di Durs Grünbein, per esempio); il corpo affinato dalla meditazione e da esercizi molto precisi e rigorosi, capace di rinunce e di autodisciplina, il corpo mai disgiunto dalla mente (e totalmente nudo) (ma mai fotografato nella sua interezza) si offre, a sua volta, come trasfigurato paesaggio da contemplare e sul quale meditare, vettore di un’energia (non solo fisica o biologica) che lo rende affine ai tronchi degli alberi affioranti dalla neve, come loro rasciugato e armonioso, forte e pure abbandonato al flusso ininterrotto dell’esistere; i muscoli e i tendini e le vertebre del linguaggio (delle proposizioni che si dispongono sulla pagina, prima o dopo le fotografie, tra le fotografie) corrispondono e rispondono ai muscoli e ai tendini e alle vertebre del corpo e ai tronchi degli alberi o agli esilissimi sterpi affioranti dalla neve o alle chiome denudate delle foglie e somiglianti a scritture asemiche profilate contro il cielo.

Hanno origine nella memoria. È una continua scarica.
Forme di azione e di pensiero create dal gioco.
È doloroso.

Così recita la prima proposizione a pagina 10 – ed ecco la versione francese: Leur origine est dans la mémoire. C’est une décharge continue.
Formes d’action et de pensée créées par le jeu.
C’est douloureux.

Non rendo però giustizia all’opera, perché la citazione è incompleta senza la fotografia con cui essa è in relazione e perché non si fa esperienza del fatto che il testo verbale è tutto raccolto nei primi tre righi in cima a pagina 10 (il resto è, quindi, totalmente, bianco) e che nella pagina a fronte il primo quarto in alto è bianco, mentre tutti i restanti tre quarti sono occupati dalla fotografia che mostra, sfocatissimo, parte di un corpo a testa in giù impegnato, sembra, in un movimento oscillatorio – oppure si potrebbe pensare che la foto sia stata rovesciata e il corpo sia, in realtà, in movimento, ma disteso su di un pavimento o su di una stuoia… Ovviamente non mi attarderò in ulteriori descrizioni (francamente impossibili e inutili), ma desideravo almeno suggerire la concezione e l’indubbio interesse di quest’opera che davvero sperimenta e attua un modo di usare il linguaggio (ma, ribadisco, verbale e spaziale e prossemico e iconografico) che innova e apre nuovi fronti di ricerca.
Revocando in dubbio i concetti di sopra e sotto, alto e basso le fotografie del corpo se da un lato negano (ma non è affatto una novità) un preteso status di “verità” al medium fotografico, dall’altro ne esprimono il sottile e cercato equilibrio tra moto e stasi, tra inarrestabile movimento vitale e concentrazione del pensiero; gli alberi, i sentieri, le radure, gli sterpi, i solchi e le impronte nella neve, i pali della linea elettrica si costituiscono a loro volta come alfabeti e ideogrammi d’uno spazio che, nel libro, è in relazione con lo spazio chiuso del luogo in cui il corpo nudo esegue quelli che con termine inappropriato e assai approssimativo si possono definire “esercizi di yoga”, visto che l’intera opera si pone come un’esplorazione del reale, come un’indagine sulle possibilità di liberare sia il corpo che la mente dai condizionamenti del reale stesso e che Mariangela Guatteri propone un modo di leggere non convenzionale: l’espressione verbale non si esaurisce in sé stessa, ma (l’ho già scritto) si continua nelle immagini fotografiche o da esse scaturisce e ci sono pagine totalmente bianche o che presentano solo l’immagine (o più immagini): lo sguardo legge dunque anche il bianco (il silenzio, la pausa, la stasi) e legge l’immagine che possiede la medesima dignità e la medesima capacità espressiva del segno alfabetico.

Vogliono uscire in piena luce. Un istinto di liberazione nell’orizzonte. (pag.18)
Traduce Michele Zaffarano: Ils veulent sortir en pleine lumière. Un instinct de libération à l’horizon.
Ecco un esempio interessante: la chiarezza cartesiana del francese esige che sia esplicitato il pronome soggetto (in questo caso il maschile plurale), là dove l’italiano può sottintenderlo, lasciando però un’ambiguità (essi o esse?): ovviamente le fotografie con le quali le due proposizioni sono legate dovrebbero guidare il lettore, il quale ha appena letto, alla pagina precedente, Uscire dal circuito è dolorosoSortir du circuit c’est douloureux e anche in questi casi lo sguardo che dalle parole stampate trapassa alle immagini non può e non deve scivolare più o meno frettolosamente su quelle stesse immagini, ma, mantenendo la concentrazione già necessaria nella lettura dei segni alfabetici, legge le immagini, talvolta si chiede se l’immagine non sia da capovolgere per poterla meglio decifrare – l’atto del capovolgere il libro si conferma, dunque, coessenziale alla lettura tradizionale da sinistra a destra, dal primo rigo della pagina all’ultimo, anche se non sono rari i casi di una stessa proposizione strutturata sulle due pagine affrontate: coerenza mi vien fatto di pensare geometrica con le posizioni del corpo che flettendosi o adagiandosi o capovolgendosi o tendendosi esplora la propria collocazione nello spazio, rompe le posture abitudinarie (e costringenti, liberticide) per trovare vie al respiro e al pensiero (così fa la parola, così fa l’obiettivo fotografico che, aggirandosi nei boschi innevati, cerca la luce che filtra tra i rami, il tronco che emerge dalla neve, il nuovo sentiero aperto dalla coltre bianca in luoghi in precedenza impraticabili per il passo dell’uomo).

Un’altra modalità di esistenza (la posizione, il primo passo) (pag. 37) – Une autre modalité d’existence (la position, le premier pas).

Un modo di essere nuovo e paradossale (pag. 50) (metodo che comporta molteplici tecniche);
caratteristiche antiumane; confino del respiro. Liberazione. (pag. 51)
Une manière d’être nouvelle et paradoxale – (la méthode implique de nombreuses techniques);
les caractères antihumains; le confinement du souffle. Libération.

Il linguaggio verbale è, lo si sarà compreso, rasciugato e quasi aforistico, lo si potrebbe definire concentrato e laconico, corrisponde ai muscoli del corpo vivissimi e come percorsi da un’energia che non è fatica o sforzo (anche se il punto di partenza è un doloroso tentativo di liberazione perché doloroso è il condizionamento del reale sul corpo e sulla mente), corrisponde all’armonioso silenzio dei tronchi e dei rami innevati.

Il funzionamento delle parole nelle convenzioni: un valore relativo (pag. 60) illusioni; una potenza limitata. Modalità del linguaggio: piani, livelli (pag. 61).
Esattezza, osservazione precisa; riflessione (la geometria). (ibidem)
Le fonctionnement des mots dans les conventions: une valeur relative, – illusions; une puissance limitée. Les modalités du langage: plans, niveaux.
Exactitude, observation précise; réflexion (la géométrie).

Il linguaggio verbale non può trovare liberazione se non attraverso sé stesso, letteralmente lavorando su sé stesso ed esso costituisce la formulazione del pensiero che si origina nella mente, inscindibile quest’ultima dal corpo e il corpo non può trovare liberazione, a sua volta, se non tramite sé stesso e riorientando il proprio posizionamento dentro il reale, abolendo qualsiasi atteggiamento pregiudiziale.
Così si dipana il senso e si dipanano i sensi di Tecniche di liberazione / Techniques de libération, opera che sa andare oltre la costruzione e l’uso del libro come tradizionalmente lo conosciamo e intendiamo.

Il corpo fatto di versetti (al di là della chiarezza e delle tenebre); (pag. 70) i poteri delle idee riassorbiti nella parola; ogni ordine di successione sparito (pag. 71)
Le corps constitué de versets (au-delà de la clarté et des ténèbres); – les pouvoirs des idées résorbés dans les mots; tout ordre de succession disparu

2 pensieri riguardo “Su “Tecniche di liberazione” di Mariangela Guatteri”

  1. L’articolo è più che interessante. Il libro dev’essere oltremodo interessante. Credo lo ordinerò.

    Poche volte càpita che la presentazione di un libro su un blog sia così partecipata e precisa, e che vada oltre (ben oltre) la pura considerazione personale dettata dal gusto dell’articolista.

    Mi ha molto colpito la frase “il linguaggio verbale è, lo si sarà compreso, rasciugato e quasi aforistico, lo si potrebbe definire concentrato e laconico, corrisponde ai muscoli del corpo vivissimi e come percorsi da un’energia che non è fatica o sforzo…”, che mi sembra supporre un utilizzo, nella scrittura, della “concentrazione deconcentrata”.

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