Il mestiere di cartografo

Yves Bergeret

Il mestiere di cartografo
Le Métier de cartographe

 

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

 

1

Non sarebbe sbagliato dire
che la sua forma è quella dell’aria.
L’aria che visita non senza tenerezza
i polmoni, un po’ dappertutto,
qui penetrando in due colline boscose
in pieno inverno, quando le foglie
credono di essere morte.

Avrebbe raccolto le strade del cielo
e gli ostelli dove i venti si riposano
prima di riattraversare l’oceano in senso opposto.

Egli è la memoria del cielo,
tutto ciò che le generazioni hanno appeso
alla volta, come dei pipistrelli,
il sapere, la speranza, il grande rito,
il racconto sanguinante
nelle sue tappe e nelle sue strade.

 

1

Il ne serait pas faux de dire
que sa forme est celle de l’air.
L’air visitant non sans quelque tendresse
des poumons, un peu partout,
ici pénétrant dans deux collines boisées
en plein hiver, quand les feuilles
croient être mortes.

Il aurait recueilli les routes du ciel
et les auberges où les vents se reposent
avant de retraverser l’océan dans l’autre sens.

Il est la mémoire du ciel,
tout ce que les générations ont suspendu
à la voûte, comme des chauves-souris,
le savoir, l’espoir, le grand rite,
le sanglant récit
en ses étapes et ses routes.

 

*

 

2

Procede lungo il margine.
Traccia il bordo delle falesie
e spinge nel vuoto la parte di malasorte
buona soltanto per nutrire pesci e granchi.
A volte spinge se stesso nel vuoto,
si frattura le gambe rimbalzando nel pendio
e resta agganciato a un arbusto.
I gabbiani mangiano il suo corpo
e ne sputano i pezzi di ossa nelle onde.
Così risponde al mormorio e al frastuono della risacca.

La sua mappa è irta di toponimi
perché tutto il bordo sussulta,
inebriato da ogni caduta nella cavità
della più piccola falesia,
selci, fossili, fibule umane
e tortuosi vangeli ai quali mai nessuno
ha creduto.

 

2

Il va par la lisière.
Il trace le bord des falaises
et pousse dans le vide la part de malheur
juste bonne à nourrir les poissons et les crabes.
Parfois il se pousse lui-même dans le vide,
se brise les jambes en rebondissant dans la pente
et reste accroché à un arbuste.
Les mouettes mangent son corps
et crachent dans les vagues ses bouts d’os.
Ainsi rebat-il le murmure et le vacarme du ressac.

Sa carte est hérissée de toponymes
car toute lisière tressaute,
enivrée de chaque chute sous l’aisselle
de la moindre falaise,
silex, fossiles, humaines fibules
et tortueux évangiles auxquels nul jamais
n’a cru.

 

*

 

3

Ma allora, perché riporta su
senza sosta pietre arancione dal fondo del fuoco?
Ricadono ogni volta sui suoi piedi.
Che prendono fuoco.
Sì, questo è quanto.
E continua a sollevare quelle pietre
le une sopra le altre.
A formare mura. Tra le quali
si contorcono minuscoli villaggi
attraversati da silenziosi semirimorchi
sovraccarichi di tronchi di quercia.

 

3

Mais enfin, pourquoi monte-t-il
sans fin des pierres oranges depuis le fond du feu?
Elles lui retombent sur les pieds.
Qui s’enflamment. Oui, mais c’est tout.
Et il remonte encore ces pierres
les unes par-dessus les autres.
Cela fait des murs. Entre eux
se tortillent des villages nains
traversés par des semi-remorques silencieux
surchargés de troncs de chêne.

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