La parola e le nuove terme

Yves Bergeret

La parola e le nuove terme

La Parole et les nouveaux Thermes,
tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.
Qui la presentazione del progetto.

Le analisi che qui propongo servono da base antropologica e poetica alla progettazione di un nuovo complesso termale insieme all’architetto Dario Lo Bello, nel contesto di una tesi presso la facoltà di Architettura dell’Università di Venezia. Il complesso sarà realizzato a Termini Imerese, sulla costa settentrionale della Sicilia Le nostre prime sedute di lavoro, nel novembre del 2019, si sono concentrate principalmente sul rinnovamento profondo della concezione del futuro stabilimento. Da allora, la dimensione antropologica e poetica di queste analisi ritorna costantemente nel nostro lavoro. Si possono visualizzare a questo indirizzo il resoconto delle più recenti sedute di lavoro a Venezia nel mese di gennaio 2020 e i primi modelli.

Quando in Europa, verso la fine dell’Ottocento, la fiducia entusiasta nella scienza e nel “progresso” che avrebbe verosimilmente comportato ha prodotto un forte sviluppo della medicina, sono state prese in considerazione le acque con capacità terapeutiche: i bagni di mare e il loro iodio, e ancora (dopo l’Antichità) le sorgenti minerali e le loro virtù meno chiaramente determinate. Splendide stazioni termali sono state costruite nello stile storico dell’epoca, come Vichy, Evian, Aix-les-Bains, Karlovy Vary, Marienbad, ecc. Sono stati costruiti degli stabilimenti balneari. Sulla costa della Manica, il nuovissimo Grand Hôtel de Cabourg diventa immediatamente, grazie alla magia di Proust, il Grand Hôtel di Balbec. Accade però che nelle Terme che stiamo progettando si verifichi uno spostamento e addirittura un superamento della prassi terapeutica.

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Il “colloquio individuale”

Nella medicina razionalista occidentale la cura si basa, tranne che in epidemiologia, sul singolo. Lo specialista di una scienza peraltro sempre più complessa e raffinata ascolta nel chiuso del suo ambulatorio il fluttuante resoconto orale della persona sofferente. Ascolto / oralità. Nel pudore irriducibile dell’educazione europea, che puritanamente condanna la nudità (la Genesi stabilisce, nel momento dell’espulsione di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, la vergogna da provare), è nel chiuso del gabinetto medico che la nudità è neutra. L’atto medico segue un rituale rigoroso che i dottori chiamano talvolta “colloquio individuale”: il medico ascolta attentamente, completando molto spesso l’ascolto con una palpazione e una auscultazione, che è ancora ascolto – poi siede dall’altro lato della sua scrivania e stila in forma scritta un referto come percorso di guarigione: tale la malattia / tale la lista di cure. In realtà non si tratta di una conversazione tra due persone isolate, come indurrebbe a pensare il significato dell’espressione “colloquio individuale”. E’ oralità sofferente di fronte alla scrittura di un’autorità decisionale e, talvolta, un veloce ritorno a un breve dialogo orale per qualche spiegazione. I termini sono molto chiari: il medico “prescrive” e “ordina” su una “ricetta” redatta spesso ai limiti della leggibilità, come se non dovesse condividere il sapere e la sua autorità. Dopo qualche settimana la sofferenza è scomparsa.

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L’animismo

La cura termale non pratica questo rituale. Nemmeno al tempo dello scientismo trionfante degli inizi del Novecento, quando è facilmente accertabile come, al di là di ogni reale sofferenza fisica, una classe sociale ricca e stanca venisse, a gruppi, a «curarsi con le acque» per rimettersi in sesto nei grandi alberghi termali. Con i suoi specifici parametri, la medicina razionalista convalida solo con estrema cautela il termalismo. Eppure, dall’inizio del secolo precedente, non cessa di essere praticato. Perché la cura termale appartiene ad uno degli strati più profondi e universali delle pratiche umane. Si colloca nell’indelebile animismo. L’animismo è concezione empirica del mondo e del modo di relazione incessante della persona col mondo. Senza alcun bisogno di una trascendenza demiurgica che comporti distanza e separazione, l’animismo pensa e vive nell’immanenza un continuum di interazioni. Questo continuum rende secondario il confine tra interno ed esterno, privato e pubblico, visibile e invisibile; al contrario, in modo particolarmente fertile e moderno, prende in considerazione interazioni molto efficaci e incessanti, in ogni senso. La sostanza del mondo, di cui la persona è un elemento tra gli altri, è una turbolenza permanente i cui eventuali squilibri, finanche le crisi, si riarmonizzano con riti, in particolare sacrifici. I politeismi greco e romano lo mostrano molto bene. Anche quello di Koyo. La stragrande maggioranza dei popoli hanno sviluppato e sviluppano le loro civiltà in questo animismo attivo e sempre performativo.

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Il percorso lustrale

A differenza del «colloquio individuale» e della sua estensione nella medicina ospedaliera a letto con terapia meccanica, chirurgica o chimica, la cura termale non ha luogo (espressione verbale statica) nel chiuso di uno studio medico o di una camera d’ospedale. Si svolge (verbo in dinamismo spaziale) in un edificio vasto, spesso circondato da un giardino: si cammina, anche con un handicap ci si muove. La cura è lunga, parecchie pratiche al giorno per molti giorni. Si percorre uno spazio rituale di confermata intensità, quasi sacro. Con altri pazienti e alcuni accompagnatori si dà vita a una processione lustrale fino al colonnato del «tèmenos» e poi fino al «nàos» che può anche essere un «bosco sacro» o, appunto, la fonte mitizzata. Si cammina insieme, insieme si compie il personale percorso rigenerante, proprio come la comunità che porta fuori una volta all’anno le reliquie del suo santo patrono per purificare attraverso le celebrazioni il quartiere e perfino la città dai ricorrenti tracolli. Così a ogni inizio di febbraio Catania in Sicilia si ripulisce e per tre giorni di enorme follia popolare, con decine di migliaia di fedeli, compie lunghi tratti di strada con enormi statue di legno, ceri pesantissimi e l’urna delle reliquie di Sant’Agata, per concludere questo rito profondamente animista nella piazza più alta della città vecchia, di cui tutti significativamente si riappropriano chiamandola «piazza borgo», di fronte all’Etna, il mostro dall’imprevedibile e sacra violenza vulcanica.

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Lo spazio tattile

Nel vasto edificio termale, la seminudità è ordinaria e non neutra per segreto sospensivo di una porta chiusa. Essa è anche sacralizzante: all’antica, certamente, e soprattutto insieme nelle diverse vasche di acqua curativa e altre sale umide. Tutta la pelle è interessata dall’arrivo e dall’azione dei vapori, dell’umidità, dei gocciolamenti, del fango, dei getti e dei vortici dell’acqua. Perché il continuum animista è sonoro e tattile, prima di tutto; mentre la visione ha bisogno di distanza per non «vedere sfocato», ha quindi bisogno di separazione e di emersione di ciò che sarebbe trascendente.

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Parlare insieme

Nell’edificio termale, la comunità dei pazienti in cammino esce dalla porta chiusa individualista, parla prima timidamente e poi con fiducia, soffre insieme, sperimenta gradualmente un maggiore benessere. La cura è talvolta lunga: i tempi d’attesa, i giorni lenti permettono inoltre di aprirsi insieme a qualche frivolezza orale, a qualche labile conversazione già meno frivola in cui si riscopre la fluidità ribelle delle «veglie» e dove si riaccende la fiamma di una parola animista che può anche essere intensa, come magistralmente la mostra Dostoevskij nel suo Giocatore.

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Toccare col soffio della bocca, toccare con la pianta dei piedi

Così si opera a poco a poco nello svolgimento spaziale e temporale della cura termale una riscrittura o addirittura una descrittura di sé: si esce a tutti gli effetti dal sepolcro muto dello scritto e della «prescrizione» medica per unirsi all’oralità atavica, attraverso un’immersione nel continuum animista del mondo. Ricordo quanto sia importante nel rituale dell’ortodossia baciare, muovendosi dall’una all’altra, alcune icone dell’iconostasi: le labbra toccano sensualmente e affettuosamente il palpito sacro accessibile proprio là, attraverso lo strato di pittura posato sul legno come un velo leggero; gesto profondamente animista in un monoteismo tuttavia esigente. Ricordo anche quanto sia significativo il calpestare. L’iniziato del vudù calpesta fino a cancellarli i disegni simbolici tracciati su uno strato di farina sparsa sul pavimento del recinto sacro, il tempio; ogni disegno simbolico, per quanto simmetricamente geometrico sia, appartiene ad un Loa particolare, uno spirito invisibile dalla specifica capacità. Quando il calpestio ha operato la cancellazione, dopo il sacrificio di un pollo e vari gesti e incantesimi, il Loa si impadronisce del corpo e della gola dell’iniziato che entra in trance e propone alle domande inquiete dei partecipanti le risposte curative dello Spirito. Allo stesso modo sono sempre stupito dell’abbondanza di immagini da calpestare nei mosaici sul suolo dei Greci e dei Romani. La pianta dei piedi è anche un orecchio per ascoltare l’arrivo degli esseri invisibili sotterranei, è anche una bocca per bere l’acqua soprannaturale, potrei dire la linfa, che sgorga inesauribile dagli spazi sotterranei.

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Filo narrativo corale

Nell’edificio della cura termale si cammina sulla diversità vitalizzante del mondo, sulla gioia complice dell’energia di vivere. Nel percorso lustrale si ritrova il brusio del mondo che vive, il lungo mormorio della vita. Infatti il percorso lustrale della cura è nella vicinanza discreta ma indefettibile di un canto corale e di una litania performativa. Lo svolgimento del percorso è intrinsecamente quello di una lunga frase, di un racconto ampio e profondo, ovviamente animista. Mentre la volontà di guarire o soffrire di meno sospinge, e uso intenzionalmente questo verbo, il paziente verso la cura, è bene che in alcuni luoghi di questo percorso-canto profondo, sia possibile ascoltare un accento epico; o che, almeno, una formulazione performativa di questa parola si lasci intendere. È bene anche che, giocando sulle contraddizioni dello statuto della scrittura, questo percorso-canto sia leggibile dall’inizio alla fine sulle pareti in una sequenza progressiva di alcuni aforismi poetici naturalmente performativi: spingendosi anche più lontano rispetto allo Gnothi seauton, «Conosci te stesso», iscritto all’ingresso del tempio di Delfi in un modo forse troppo predittivo, mentre il percorso lustrale della cura richiede come contrappunto una parola progressiva nella drammaturgia di una guarigione sperata.

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Il «bosco sacro», la sorgente

Allo stesso modo, per evitare ogni monotonia in questo lento e progressivo ritorno, difficile per un Occidentale, alla parola del continuum, sono da prevedere nel percorso dei momenti di sospensione del movimento corale della parola. Ma una sospensione positiva e creativa. È la funzione del «bosco sacro» che deve essere riprodotta dall’architetto e rispettata da tutti. In questa «foresta delle maschere», in questo «lucus», in questo «dawin» come quello di Koyo, il respiro è sospeso. Non nel vuoto! Perché il filo narrativo vi si moltiplica, perché la densità sacra animista è così alta che è poco percepibile dall’orecchio umano; un luogo di estrema «purezza», dove si entra solo raramente, ma che si ammira, intorno al quale si cammina respirandone la pace profonda: che irradia una luce d’oro, forse onirica. Lo stabilimento termale offre, deve offrire questo «bosco sacro» in tutta visibilità e tuttavia inaccessibile. Analogamente la sorgente termale è il centro di una polifonia il cui mormorio e le cui voci si lasciavano udire poco a poco nel percorso preliminare: per esempio, la sorgente sgorga sul fondo di una grotta dopo vari passaggi attraverso l’ombra e attraverso la luce.

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Le vedute lontane

Verso la fine del percorso lustrale, e solamente verso la sua fine, mi sembra opportuno che questa rigenerazione della salute e della pace interiore si apra, come in un visionario viaggio sciamanico, verso una o più lontananze visibili, certamente distanti ma nuovamente desiderabili, fuori da ogni porta sbarrata, da un corpo meno o anche per niente depresso: un orizzonte marino, un’alta montagna.

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Nel mondo

Queste considerazioni generali derivano dalle mie osservazioni in Europa per ciò che è dato comprendere dei Culti Misterici, in particolare quelli di Eleusi, per ciò che si coglie nettamente grazie a Virgilio nel sesto canto dell’Eneide, quando uno sgomento Enea penetra nel profondo antro dove delira la Sibilla; per quello che si può capire nelle processioni di festa patronale e nei pellegrinaggi a dimensione terapeutica come quello di Lourdes. Provengono ancor più dalle mie molteplici osservazioni fuori dall’Europa, dove l’animismo e l’oralità sono molto meno oppressi: i canti della mola della donna che macina accompagnando con un canto la rotazione della trituratrice sulla pietra dormiente, in modo che la farina mescolata alla parola cantata e la parola cantata mescolata alla farina diventino ciò che nutre efficacemente il bambino che cresce e la famiglia. Presso molti popoli, i Pigmei Aka così come gli Huli della Nuova Guinea o i Toro nomu di Koyo e, naturalmente, le giovani madri dell’Europa occidentale: i canti protettivi di lavaggio del neonato da parte della madre, attenta a che l’acqua mescolata alla parola e la parola mescolata all’acqua proteggano e curino il bambino. Osservazioni degli svariati riti terapeutici per il ristabilimento dell’ordine inavvertitamente incrinato del mondo animista, che crea quindi sofferenza: oltre agli innumerevoli riti di possessione attraverso la trance, questo riequilibrio avviene con un atto di ricomposizione, scritto o per immagine, del «capitolo» danneggiato del racconto del mondo: su un grande rotolo di cuoio nell’Etiopia animista; per terra con sabbie colorate nei territori Navajo; con mandala o tanka, al suolo o su tessuto, nell’Himalaya. Nelle loro culture di appartenenza queste terapie per il tramite della narrazione mostrano la loro efficacia: il racconto performativo lenisce, allevia, guarisce. E’ poesia in atto.

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