Breve saggio su di una bottiglia blu (per un omaggio ad Avigdor Arikha)

Osservando i dipinti e i disegni di Avigdor Arikha si affacciano alla mente la parola preservare e l’espressione avere cura: prima ancora che analitico (o realista) lo sguardo dell’artista è pietoso e amorevole.

Nello studio dell’appartamento parigino di Samuel Beckett (Boulevard Saint Jacques, 38) una bottiglia blu piena di acqua minerale, oppure di pigmento blu, oppure semplicemente vuota o di piccole dimensioni e colma d’inchiostro stilografico non sarebbe stata incongrua: Beckett e Arikha che conversano, Beckett che osserva, concentratissimo, i disegni dell’amico, Arikha che gli parla di Velázquez.

Una bottiglia blu capace di varcare i confini (artificiali) tra astratto e figurativo: bottiglia non morandiana, perché quella di Arikha non è presenza del tempo che, stratificandosi, si dà a vedere, ma fenomenologia dello spazio mentre accade.

…………………………………………………………..ci sono ancora gli oggetti,
ancora altri oggetti per questo. altri ancora
Marco Giovenale, camera di Albrecht, da in rebus (Pieve al Toppo, Editrice Zona, 2012), pag. 73: gli obiecta (le cose posteci innanzi) non solo modificano lo spazio della percezione, ma condizionano le relazioni all’interno dello spazio stesso il quale è fisico e mentale, percettivo e speculativo – alcuni li chiamerò totem e sono manufacta di Avigdor Arikha, risultanze e risonanze di contemplazioni della materia che l’artista plasma, colora, pone come monoliti tra i quali ci si muove riconoscendo l’alba del fare e la chiamata a presenza dei totem-oggetti attualizza quell’alba: sempre la disposizione delle cose (Dinge, choses, things, πράγματα) o le irregolarità delle superfici rammentano o suggeriscono il lavorio nei giorni dell’esistere umano.

Avigdor Arikha scrive lo spazio ritmandolo nella forma dello Stillleben (non natura morta, infatti, ma vita silente) e la bottiglia blu trasparente, l’etichetta ben presente ma illeggibile, il tappo color dell’argento che suggerisce essere fatto di materia tenerissima, la bottiglia solitaria sullo sfondo color avorio si libra in uno spazio che è quello della mente che guarda.

Si libra rimanendo ben ferma alla percezione – essa proviene dal XX Secolo, lo indica e lo supera. È blu per allusione ai cieli di Giotto e di Cosmè Tura, al mare di Tel Aviv, al lapislazzuli preziosissimo delle miniature e dei dipinti antichi, ma è anche maculata di blu, come se sulle sue pareti interne fosse rimasto dell’inchiostro o del materiale pittorico rappresosi: perché essa è la pittura che narra sé stessa, è il colore che, usato per dipingere la bottiglia, s’è fatto bottiglia mentre la vuotava di sé stesso.

2 pensieri riguardo “Breve saggio su di una bottiglia blu (per un omaggio ad Avigdor Arikha)”

  1. Ho conosciuto Avigdor Arikha (e Anna Atik, naturalmente). Lui un grande pittore, ma anche un maestro nel contemplare la pittura e i disegni altrui, maestro della luce e del guardare

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