Le anime morte a scuola

Pubblico per gentile concessione dell’autore e dell’editore alcune pagine tratte da Tutti assenti. Un anno di scuola in campagna, il romanzo di esordio di Davide Ruffini, un autore di assoluto talento che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare nel corso degli anni proprio sulle pagine di questo sito.

 

Brani tratti da:
Davide Ruffini
Tutti assenti. Un anno di scuola in campagna
Messina, Casa Editrice Mesogea, 2020

 

[…]

…… Così, dopo aver sorpassato in macchina lunghi trattori luccicanti che mi facevano vai con la mano, mi trovavo ormai da una buona mezz’ora presso l’abitazione di un antico zio di mia madre, il leggendario zì Dav’dd, che abitava una casa colonica del nostro selvatico entroterra – d’altronde non troppo distante dalla mia – e mi parlava di quanto fosse importante nella vita fallire e fumare.
…… Reduce della seconda guerra mondiale e prigioniero in Germania via Jugoslavia, durante i lavori forzati nei campi di concentramento aveva dovuto subire di tutto, compresa una perentoria caduta di un massiccio sacco di carbone che dalla bocca di una fornace si era schiantato, non so come, sul dito medio della sua mano destra. Il dito da quel momento aveva preso forma oblunga e ondulata e s’era irrigidito a mo’ di un ciocco di legno, rimanendo piantato lì in mezzo alla mano come un ammonimento solenne ai vivi e ai morti. Dietro le sbarre aveva poi dovuto ingurgitare qualsiasi brodaglia, perfino di topi e scorze di patate trafugate chissà come, al fine di tornare a casa da una moglie – zì Marìje – che doveva amare non poco ma a modo suo, si capisce, giacché pare la bastonasse regolare e la dominasse come un tiranno intrattabile. Non le faceva mancare mai però, si scusava quand’era di grugno buono, i ricchi prodotti del suo operato campagnolo, ché il mestiere suo, se si eccettua la stagione guerresca, sempre quello era stato: mezzadro incazzato, una volta sotto (contro) un padrone, una volta (contro) sotto un altro, finché l’ultimo gli aveva finalmente liquidato il tfr, dandogli quel casolare dove viveva e quelle poche terre che già lavorava da una ventina d’anni.
…… Bestemmiatore compulsivo e grande raschiatore su ogni superficie disponibile ad accogliere la sua catarrosa e spesso biliosa emittenza, riceveva assai volentieri le mie visitine, in particolar modo la mattina perché di mattina si sentiva più in forze. Andavo a trovarlo in memoria dei tempi piccini quando mi accompagnava da lui mio nonno (suo fratello) e stavamo là per lunghi pomeriggi (allora era giovane, si sentiva più in forze il pomeriggio). Altre volte era lui che veniva a casa con la scusa di salutare mio nonno e poi mi prendeva e mi portava in giro per campagne e paesi alla scoperta di non so che cosa, forse della libertà della vita attraverso il godimento del paesaggio.
…… Ricordo che ci teneva molto a farmi diventare libertario e girandolone come lui, probabilmente perché, non avendo avuto figli suoi, mi aveva individuato come il nipote tanto bellino che avrebbe voluto avere – l’unico, a ogni modo, tra gli ultimi nati del nostro casato, a portare lo stesso nome suo. Mia madre, però, chiamandomi come lui, non aveva voluto fargli nessun omaggio, né presentarlo a me come un modello di valori e virtù da imitare (ché anzi, pur volendogli bene, lo considerava abbastanza becero e impresentabile). Aveva solo assecondato, povera mamma, una normale preferenza per un nome, per altro molto comune, senza alcun intento di perpetuare i tratti della razza famigliare. Ma questo zì Dav’dd non aveva voluto capirlo fino all’ultimo.
…… Del resto, mi voleva bene anche per un’altra ragione: che gli dicevo la verità. Non per niente, da piccolino, sentivo tutti i famigliari parlare dei famigerati «topi di zì Dav’dd», quelli che si era dovuto sorbire in guerra, ma fui l’unico un giorno a chiedergli scrìo scrìo: «Zio, ma allora i topi di che sanno? So’ boni da magnà?». Mi rispose, ridacchiando a modo suo, che preferiva le salsicce di maiale e il cacio fresco.
…… E infatti lo andavo a trovare anche per fare una colazione dignitosamente rustica, a base di pane, pecorino o cacio fresco fatto in casa. Zì Marje allevava tre-quattro caprette e preparava pure la pizza dolce con tre dita di Alchermes, mentre lo zio era addetto ad arrostire a puntino le salsicce direttamente alla gola del loro ampio camino. Preparava deliziose sigarettine di tabacco arrotolate a mano, senza filtro di sorta, che fumavamo dopo mangiato, stravaccati davanti al fuoco lento.

(pg. 10-13)

 

*

 

[…]

…… Gastone era un personaggio prezioso. Ai tempi della scuola, quando lo conobbi, lui alla sua ultima o penultima stagione scolastica (sarebbe diventato beccamorto da lì a poco), io studente liceale svogliato e sonnolento al mio terzo-quarto anno, si stagliava nella piccola guardiola del bidello come una figura di indifferenza. Un fascio d’ossa, alto come un cipresso, la moglie che l’aveva lasciato per mettersi con un californiano che vestiva di bianco come un gelataio, Gastone era una vera incubatrice naturale di calma che infondeva con gesti, parole e visioni regalati al suo uditorio semplicemente stando fermo, seduto, quasi sdraiato sulla seggiola davanti al portone laterale del cimitero (o della scuola quando faceva servizio lì). Gli piaceva giocare a carte, è vero, anche fino a tarda notte. Ma a quale artista non piace?
…… Prima di iniziare le lezioni, spesso io e alcuni miei compagni d’allora passavamo da lui a scambiare due chiacchiere. Lo incontravamo spesso anche la domenica, allo stadio, in curva, zona laterale, a braccia conserte. Anche lì stava fermo, senza scomporsi mai. Ci metteva una calma addosso indescrivibile.
…… Gentile e spontaneo, Gastone ai tempi della scuola indossava una giacca stretta, color marrone. La sua figura si distingueva per un’eleganza povera e disperata, che è poi la vera eleganza, per come la vedo io.
…… Questo era Gastone. Ma non c’era.
…… Non c’era nemmeno il suo furgoncino da beccamorto.
…… Aveva saltato il funerale di Sciarra.
…… Allora ricordo che pensai: “Vuoi vedere che ha scioperato!”. E poi risi. Guardandolo avevo spesso ragionato su che cosa fosse meglio per un temperamento artistico: scioperare o essere scioperati? che cosa dovrebbe scegliere un artista? Si dà una scelta?

…… Uscii.

…… Ripassando per la strada che va al paese, davanti alla pompa di benzina che fa pure da bar, trovai posteggiato il suo furgoncino da beccamorto. E, a guardare bene, infilato al bar, infilato dentro la sua giacca, schermato davanti ai videopoker, Gastone in persona batteva sui pulsanti con l’aria lontana e distaccata di un principe infelice.
…… Parcheggiai.

(pg. 130-132)

 

*

 

[…]

…… Ci avevano detto che non sarebbero venuti molti genitori quel pomeriggio, ed era vero: i turni in fabbrica o in ufficio, la comunicazione poco tempestiva e poi, suvvia, era maggio! L’anno ormai era segnato da tempo.
…… Tutto remava a nostro favore ma dovevamo comunque restare lì fino al telegiornale. Non si discuteva. Di solito in breve tempo (diciamo un’ora e mezza) si smaltiscono quasi tutti i genitori. Dopo di che si resta per dovere di servizio, aspettando spesso invano il genitore con cui si avrebbe davvero bisogno di parlare. Nel mio caso avevo bisogno del babbo di Marta. Da qualche tempo infatti Marta non veniva quasi più a scuola. Avevo chiamato il padre chiedendogli di venire. Lui m’aveva detto: «Vabbè vabbè su, ho capito, vengo». Ancora non veniva. Speravo pertanto di incontrarlo quella sera.

…… Vedevo che alcuni abili colleghi, dopo la prima calda infornata di genitori, cominciavano a mettere la testolina fuori dalle aule. Sbirciavano le altre file dei genitori e a poco a poco si avvicinavano ai distributori. Cominciavano a parlare, a scherzare, a dire racconti sui figli, sui genitori paralizzati, sugli alunni e sulle gite scolastiche.
…… Per me era come se mi sparassero addosso. Non sapevo mai che cosa dire.
…… Se fossi un vero artista, un vero scrittore, mi rimproveravo tra me e me, forse pianterei tutto e andrei via, dimenticandomi il senso del dovere e gli stipendi. Volerei da qualche altra parte, non importa dove. Andrei insomma a leggere o a scrivere, o semplicemente a riposare, ché ormai riposavo talmente poco. Uno come Piero Ciampi, per esempio, mi veniva sempre in mente in quei momenti, non so nemmeno bene perché, come avrebbero potuto mai legarlo a un banco, a una cattedra, quando non finiva nemmeno i concertini per i quali lo avevano pagato. Si scazzava con il pubblico, diventava molesto, si ubriacava, capitava non cominciasse nemmeno a cantare.
…… Io invece stavo lì. Fisso. Facevo il professore giovane. Facevo ridere. In tutti i sensi.

(pg. 168-169)

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