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Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

C’è una presenza luminosa e feconda nella ricerca (non soltanto figurativa) di questi nostri anni ed è quella del magistero etico e artistico di Giorgio Morandi.
Tacita Dean gira nel 2009 nello studio bolognese del pittore due film, Day for Night e Still life: il primo, in 16 mm della durata di 10 minuti, è muto, il secondo, anch’esso in 16 mm, muto, dura 5′ 30”.

Tacita Dean letteralmente dipinge e scrive con il medium filmico, o meglio, la pellicola e il silenzio sono pittura e scrittura in atto, si danno mentre avvengono ed esse avvengono mentre interrogano il fare (facere) e il fatto (factum) dei Maestri: da qui nascono i film (eccezionali, di rara originalità e bellezza, capaci di porsi oltre il mezzo puramente cinematografico) dedicati a Mario Merz, a Merce Cunningham, a Michael Hamburger…

Day for Night indugia tra gli oggetti che Morandi dipinse per tutta una vita: Tacita Dean non li tocca, ma li percorre con lo sguardo (uno sguardo che si compone del suo occhio che vede, dell’obiettivo della cinepresa che riprende e, non lo si dimentichi, del montaggio finale), si addentra negli spazi tra quegli oggetti, indugia sulle ombre, sul variare delle prospettive e della luce: bottiglie, scatole, ciotole che chi ama Morandi presume di conoscere e di riconoscere, ma Tacita Dean, che guarda con una pazienza e un’attenzione (una cura) che possono essere considerate tra le eresie più alte del nostro tempo, dipinge e scrive di un soffermarsi, di un considerare, di un contemplare e interrogare, di un lento muoversi che vuole capire e conoscere – e in questo senso si potrebbe parlare anche della creazione di un’opera d’arte originale e modernissima capace di riconoscere la presenza del Maestro e da tale presenza partire per le proprie successive ricerche.

Still life indugia, sguardo affascinato e ammirato, sui segni di matita che Giorgio Morandi tracciava sul grande foglio di carta ch’egli fissava sul piano del tavolo sopra il quale avrebbe disposto gli oggetti: il Maestro ne studiava minuziosamente la posizione che avrebbe poi dipinto per le sue nature morte (non dimentichiamo che le composizioni morandiane consistono non soltanto degli oggetti ritratti, ma anche della loro posizione e dei nessi spaziali e luministici), con matematico-geometrica precisione concepiva variazioni e rapporti, prospettive e teoremi delle luci e delle ombre. Emerge così una scrittura che rimanda alla composizione degli oggetti scelti, un sovrapporsi di strati scrittori che sono pure il tempo nel suo stratificarsi, ma anche bellezza della precisione e della traslazione, della stasi e del moto.

Anche Luigi Ghirri era stato attratto da questi studi morandiani, li aveva fotografati non quali reperti dal retrobottega dell’artista, ma quali segni visibili del pensiero agente e creatore.

Tacita Dean sembra inverare un’affermazione di Giorgio Agamben, il quale, discutendo la dottrina averroista circa l’intelletto, scrive: Si rifletta sul termine adeptio, acquisizione, che implica un’appropriazione, da parte del singolo, dell’atto del pensiero che gli avviene in qualche modo dall’esterno, cioè da un’«illuminazione» operata dall’intelletto agente. Non è facile per una mente moderna, abituata a localizzare soltanto nel proprio cervello il processo della conoscenza, comprendere una concezione del pensiero che ne fa una realtà affatto esteriore all’uomo, di cui questi partecipa attraverso le proprie immaginazioni e i propri desideri. (…) perché l’intellezione sia «acquisita» e fatta propria dal singolo non basta (…) che le forme siano immaginate, è necessario ch’esse siano desiderate e volute. (…) Jacques Lacan ha scritto una volta che le fantasme fait le plaisir propre au désir. Parafrasando questa limpida tesi, si può dire che secondo Averroè e i poeti d’amore le fantasme par le désir fait l’intelligible propre au sujet. Il pensiero mi appartiene, perché è stato immaginato e desiderato (Giorgio Agamben, Jean-Baptiste Brenet, Intelletto d’amore, Macerata, Quodlibet, 2020, pagg. 42 e 43).

Lo sguardo di Tacita Dean immagina e desidera e indaga il momento, silenzioso e sublime, in cui la natura morta morandiana si dà quale atto visibile del pensiero, quando essa è fantasma nel senso d’immagine non soltanto generata dalla fantasia, ma proprio da un processo che, desiderando l’attualizzarsi del pensiero, conduce alla realizzazione del piacere che ne deriva, là dove e nel momento in cui l’atto estetico è, anche, atto intellettivo.

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