Le mele di Michael Hamburger

Nel 2007 Tacita Dean gira un film in 16 mm della durata di 28 minuti il cui protagonista è il poeta e traduttore Michael Hamburger (Berlino / Charlottenburg, 1924 – Middleton / Suffolk, 2007).
Soltanto durante il montaggio, dichiara l’artista, le si appalesa il fatto che Michael Hamburger abbia parlato esclusivamente delle mele che coltiva nel suo frutteto e che raccoglie, mettendole a maturare e a riposare su tavolati all’interno della sua casa.
Inserendosi in un progetto a più voci che rifletta sul paesaggio e sulla storia della regione East-Anglia e che sia ispirato al libro di W. G. Sebald Gli anelli di Saturno, il lavoro di Tacita Dean sceglie Michael Hamburger perché gli è dedicato il settimo capitolo del libro.
Apparentemente Michael Hamburger parla esclusivamente del meleto ch’egli cura dietro la casa di Middleton e dei frutti che ne raccoglie, delle loro varietà e caratteristiche – lo sguardo di Tacita Dean indugia, lento e lirico, sui libri e sulle carte del poeta, sulle mani che sfogliano un manoscritto, sulle mele messe a maturare su dei ripiani, sui vetri delle finestre, sulle ombre nel frutteto; mai il poeta compare a figura intera, ma la sua voce e i fruscii di sottofondo accompagnano, unica colonna sonora, le immagini.
In realtà Michael Hamburger parla delle sue mele e vediamo i colori e le forme (ne immaginiamo i profumi) di quelle che popolano la casa perché in tal modo egli allude al mondo, al tempo, all’amicizia, all’arte: due meli sono nati (e hanno fruttificato) da semi donatigli dall’amico Ted Hughes e la varietà di mela in questione è molto rara in East-Anglia, possiede un particolare colore scuro, così che quei semi, quei due alberi e quelle mele sono la manifestazione concreta e visibile di un’amicizia che dura ben oltre la morte di Hughes, in memoria del quale Hamburger legge alcuni propri versi.
Come sempre accade Tacita Dean medita intorno al tempo e al transeunte; i semi, gli alberi, le mele che, ordinatamente disposte sui ripiani di legno a loro volta trascolorano raggiungendo la pienezza del proprio diventare ed essere mele, tutto questo è l’esistere stesso e, anche, ragione di poesia.
E ci sono le penne, lo scrittoio, i faldoni colmi di carte, gli strumenti di cancelleria; ci sono le stanze della casa; c’è un volume di poesie di Günter Grass tradotto in inglese dallo stesso Hamburger.

E penso a un altro film, pur diverso per impostazione e spirito, eppure per più di un verso affine: si chiama The Seasons in Quincy (2016) i cui protagonisti sono Tilda Swinton e John Berger (Swinton è anche regista di uno degli episodi).
Anche in questo caso viene raccontata l’intimità di una casa e di una vita, si vede John mentre fa il ritratto dell’amica carissima e Tilda mentre sbuccia le mele, ci sono una parete ricoperta di disegni e di riproduzioni di dipinti di varie epoche e scaffali traboccanti di libri, c’è la cucina della casa di Quincy, compare la motocicletta di John Berger.
Certo, in questo caso una forte amicizia lega John e Tilda, si percepisce una familiarità che trasforma il film nel documento di un incontro che si sarà ripetuto più volte nel tempo e nel corso dei quattro episodi di cui il film è composto i due affrontano diversi temi in un dialogo costante e serrato – qualcosa di simile (un dialogo, un confronto) era avvenuto, sempre nella cucina, tra John Berger e Sebastião Salgado (il film s’intitola The spectre of hope ed è del 2012).

Tacita Dean dipinge e scrive, tramite lo sguardo della cinepresa, il monologo di un uomo e di un artista che, nelle sue reticenze e nella sua scelta di parlare quasi esclusivamente delle mele, parla di esilio e di luoghi dove potersi fermare, della serietà del vivere e parla del tempo: ché Michael Hamburger, profugo già nel 1933 a nove anni e mezzo dalla Germania nazista, combattente nell’esercito britannico proprio contro le truppe tedesche, poeta in lingua inglese e traduttore, fra i molti, di Hölderlin, cerca di conciliare il suo presente e i fantasmi del suo passato: si leggano le straordinarie pagine dagli Anelli di Saturno nelle quali si racconta dell’ossessione di Hamburger per Hölderlin, della certezza che afferra Sebald di aver già soggiornato un tempo in quella casa e che ein paar Dutzend sehr kleine rotgoldene Äpfel auf dem Brett vor dem von einem Eibenbaum verdunkelten Fenster leuchteten, ja strahlten wie die Äpfel in dem biblischen Gleichnis (Die Ringe des Saturn, Frankfurt a. M., Fischer Taschenbuch Verlag, 1997, pag. 220) – si rifletta sulle immagini inserite da Sebald nel capitolo (lo scrittoio in mogano tra i pochi mobili salvati dall’appartamento berlinese e che si trova davanti all’ampia finestra di tre ante, la porta semidischiusa tra lo studio dov’è allogato lo scrittoio e una stanza che ospita faldoni traboccanti di carte, pagg. 218 e 219) le quali si materializzano anche in alcuni fotogrammi del film di Tacita Dean.
La casa è non solo presenza di una vita e di una storia, ma anche dipanarsi di luci e di forme, di uno scorrere che accoglie l’esistere umano e lo supera, che dice della pazienza e dell’attesa, del silenzio e del maturare delle stagioni.

1 commento su “Le mele di Michael Hamburger”

  1. Se lo sguardo del critico sa offrirci queste preziose scoperte, ritrovando nuove interrelazioni fra testi e cose e amici, vuol dire che esiste ancora un futuro per la curiosità umana e poetica. Grazie.

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