(Pittorici idiomi) “Panorama da Lejre” di Vilhelm Hammershøi

Vilhelm Hammershøi, “Panorama da Lejre”, 1905, olio su tela, Nationalmuseum, Stoccolma

di  Marco  Furia

Vilhelm Hammershøi, 1905

Nel 1905, Vilhelm Hammershøi dipinse “Panorama da Lejre”.
Si tratta di una tela occupata per circa due terzi della sua superficie da un cielo in cui sono presenti candide nuvolette e, per la restante parte, da un manto erboso coronato da tre gruppi di alberi.
La sequenza delle nubi sembra quasi costituire un alto pentagramma sul quale è tracciata una non udibile musica celeste. Continua a leggere (Pittorici idiomi) “Panorama da Lejre” di Vilhelm Hammershøi

La parola eterna di Ilaria Seclì. La potenza evocativa dell’ “Impero che si tace”

Mi fa grandissimo piacere poter ospitare sulla Dimora del Tempo sospeso quest’intervento critico di Annalucia Cudazzo; il lettore curioso e interessato ad approfondire può trovare notizie relative alla studiosa salentina alla fine di questo suo studio articolato e appassionato; ringrazio Ilaria Seclì per aver fatto da tramite tra Annalucia e me e saluto un’altra persona “complice” di quest’incontro, vale a dire Simone Giorgino.

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Bitches brew


(Cliccando sull’immagine si può ascoltare “Sanctuary”)

Mezzo secolo fa Miles Davis pubblicava Bitches brew, un’opera collettiva, senza tempo, che spazzava via per sempre i confini e le barriere tra i generi musicali. Il messaggio era chiaro allora e lo è ancora di più oggi, non solo per quello che riguarda la musica e l’arte in generale: le radici del futuro, dell’unico futuro ancora possibile, sono in Africa.

Su “Frattura composta di un nome” di Andrea Accardi

Con un’interessante scelta anche editoriale Andrea Accardi pubblica, alcuni mesi dopo Frattura composta di un luogo (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, settembre 2019), Frattura composta di un nome (ivi, febbraio 2020), una sorta di “riavvolgimento del nastro” del libro di poco precedente, mi scrive l’autore – lo stesso è detto nella quarta di copertina: l’autore riavvolge il nastro e ripercorre la stessa struttura (Il luogo – I nomi – Le voci) e lo stesso lasso di tempo (…). Stavolta però viene dato finalmente spazio alla ragazza scomparsa (e al suo nome) prima della sparizione.

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Mario Benedetti (1955-2020)


Mario Benedetti

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per potere essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

(da Tersa morte, 2013)

(Immagine: Mario Benedetti,
foto di Dino Ignani)

Io sono la letteratura

Stefanie Golisch

Io sono la letteratura

Non amo la letteratura, sono la letteratura, aveva risposto Kafka alla sua fidanzata Felice Bauer, donna pratica che aveva cercato invano di comprendere la natura misteriosa di questo uomo che lei amava, ma non poteva conoscere.
Parliamo di una situazione kafkiana quando ci troviamo in circostanze paradossali, quando ci sfugge il senso di un incontro, un avvenimento, quando non siamo più in grado di orientarci secondo le solide regole che strutturano la nostra vita quotidiana. Entrare nel mondo di Kafka significa lasciare alle spalle tutto quello che crediamo di essere e che il mondo sia. Il messaggio di Kafka è il dubbio: E se tutto quello che vediamo, viviamo, crediamo fosse solo una illusione? Continua a leggere Io sono la letteratura

Giacomo Andreola e i flauti di Leonardo Da Vinci

Ho il piacere di segnalare il seguente spazio web: Da Vinci fissure flute.
Il maestro Giacomo Andreola, stimato costruttore di flauti secondo tecniche artigianali antiche e raffinate, ha realizzato dei flauti seguendo scrupolosamente i progetti di Leonardo Da Vinci; quei flauti sono poi protagonisti di una serie di iniziative culturali e di concerti che fanno trovare alla musica una dimensione legata anche alla materia (il legno) e alla sua lavorazione, affinché grazie a quest’ultima venga alla luce lo strumento capace di esprimere pura bellezza e di ricordare l’intimo legame esistente tra la mente che concepisce o esegue musica e il mondo che la circonda, mondo rappresentato, appunto, dai legni di cui è sostanziato lo strumento; ma esiste pure una connessione profonda tra quella stessa mente musicante e le mani-mente dell’artista-artigiano.

Prosa di marzo

Pierre Tal Coat: Dans les champs, acquerello, 1959.

Ora, in questo virare dell’equinozio, la casa del poeta sarà ancora più loquace: guscio di pensiero.
È un guscio d’antichissima pietra, vertiginosa una scala conduce dal piano stradale alle camere superiori.
Ma la casa di un poeta non si lascia descrivere, entra invece nella scrittura con la finestrella che guarda la montagna, con la finestra della camera che scavalca il vicolo, con la terza finestra che guarda la strada lastricata: s’impadronisce della scrittura.
La grande parete sulla quale, posati i segni della sua sapienza, il giovane venuto da Koyo seppe far dono con l’eleganza semplice e naturale dell’amicizia, con la nobiltà d’antichissima civiltà, con lo slancio di chi porta la parola del vento dentro di sé, sbaraglia ogni parigina raffinatezza: e apre una fessura nella sicumera europea. Continua a leggere Prosa di marzo

Memoria dell’oggi: Pierre Tal Coat / André du Bouchet

Pierre Tal Coat: Du côté de la Drôme, 1979 huile sur panneau 25.5 x 30 cm.

 

J’écris toujours pour me rendre digne du poème qui n’est pas encore écrit. / Sans espoir

André du BouchetUne lampe dans la lumière aride / Carnets 1949-1955, Editions Le bruit du temps, 2011, pag. 194

A casa si sta così

Estrai la freccia
non rimproverare nessuno
ma stenditi
come fa la bestia ferita
con il cielo
e non pregare nemmeno
solo conta
conta i respiri
come fossero monete
per passare oltre te,
l’orizzonte opaco
del nome.
Non anticipare
niente, non essere
a proposito, abìtuati
all’improvvisazione musicale,
a farti invisibile
nota tra le note,
vuoto capace
di urlo, di riconoscimento:
ecco, a casa
si sta così.

(Livia Candiani, Fatti vivo, 2017
da qui)

Studio sul “Gioco del diabolo” (1955)

(Massimo Campigli: nel ritmo e nell’allusione – devo a una recente conversazione con il carissimo Pasquale Fracasso l’idea di studiare un dipinto di Campigli; tra le numerose opere dedicate dal pittore al gioco del diabolo ne ho scelta una provandomi in una lettura ritmica che, al di là del caso specifico, vorrebbe riflettere sull’importanza determinante e significante del ritmo e dell’allusione).
Tralascerò ogni riferimento biografico, psicoanalitico o simbolico e studierò questo dipinto di Massimo Campigli (Il gioco del diabolo, 1955, olio su tela 37,5 x 53,5 cm) da una prospettiva puramente ritmica, come si trattasse di un fraseggio in poesia o di un testo in prosa poetica; farò così perché mi colpisce la coincidenza, che mi sembra di scorgere qui, tra stasi e moto, perché la fissità delle figure è capace di ritmo e lo spazio si crea per la sola presenza delle figure, così come il testo scritto è un movimento alluso dalla stasi delle parole stampate (il testo è anche uno spartito musicale) e il suo spazio è l’armonioso disporsi dei segni.

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