Le cose del mondo e il loro oblio

un saggio di Paolo Ottaviani
su Le cose del mondo
di Paolo Ruffilli
(Milano, Lo Specchio Mondadori, 2020)

(Mi fa enormemente piacere ospitare quest’intervento di Paolo Ottaviani, poeta di grande qualità e sensibile studioso di poesia, con uno spiccato interesse per quello che si va pubblicando in questi anni, sia in Italia che altrove. Il saggio che segue dimostra bene quanto ho appena affermato e comprova quanto necessario sia, per ogni poeta, leggere gli altri poeti, studiarli, imparare da loro – in un ambiente spesso avvelenato dal sospetto e dall’invidia l’ammirazione per il lavoro serio di altri poeti e scrittori è salutare esercizio e luminoso ampliamento di orizzonti.  A. D.)

Un’incantevole, ad un tempo chiara ed enigmatica, illustrazione di copertina, ideata dalla ricercatrice d’immagine della Mondadori Noemi Sorze, tutta giocata su un perfetto, sinuoso equilibro tra due soli colori – il bianco e il rosso – il primo come a simboleggiare una fiduciosa, incontaminata spiritualità che attraverso un sentiero attraversa e divide il rosso delle energie vitali, poi idealmente le ricompone e infine riprende il suo cammino verso l’infinito, oltre il margine fisico del libro, quest’immagine riposante per l’occhio ed inquietante per la mente è davvero un gran bel viatico alla lettura di questa nuova raccolta – Le cose del mondo (Mondadori, gennaio 2020) – di Paolo Ruffilli.
“Un’avventura poetica ed esistenziale” che si snoda lungo tutto un quarantennio (1978-2019) e “prende il via con la metafora del viaggio e degli incontri che il viaggio offre, della quotidianità onirica e a volte sgradevole di chi comunque si trova «straniero tra la gente». Fino al ritorno, dal quale riparte la meditazione turbata sul senso delle cose e della vita”. Così si legge, tra l’altro, sulle bandelle di copertina, in una assai perspicace presentazione, a un tempo sintetica e minuziosa, che Maurizio Cucchi, giustamente ringraziato per la sua preziosa collaborazione a questa nuova impresa editoriale dello Specchio, con atto di generosa eleganza non firma.
Vi è in effetti un turbamento meditativo che percorre l’intera opera divisa e unita, per stare alla metafora iniziale del viaggio, da sei stazioni: Nell’atto di partire, Morale della favola, La Notte bianca, Le cose del mondo, Atlante anatomico e Lingua di fuoco.
Lo stesso Ruffilli, in una breve avvertenza, ci dice che è sempre stato mosso dal desiderio e dalla necessità di “perlustrare il concreto mondo” con cui si è dovuta misurare la sua esperienza di uomo e di poeta e che questo libro costituisce una tappa “fondamentale” della sua esplorazione.
Perlustrare. Ecco una prima chiave che ci viene fornita. E diciamo subito che potrebbe essere, soprattutto per la poesia, una chiave fuorviante, non adatta allo scopo. L’atto del “perlustrare” infatti presuppone e dà per scontato che già è stato commesso un delitto o lo si sta per compiere. I dizionari ci ricordano che quell’atto si addice soprattutto a chi “percorrere un luogo con circospezione, lentamente e sistematicamente, nell’ambito di azioni aventi lo scopo di tutelare l’ordine pubblico, di scoprire persone pericolose o nemiche, di studiarne le intenzioni e prevenirne i movimenti”. Si va dunque alla ricerca di una colpa che nel nostro caso è già stata commessa. Si tratta infatti di una mancanza, di una caduta dalla memoria. Si è dimenticato – ed è un oblio che riguarda tutta la contemporanea civiltà occidentale – che l’atto sorgivo, universale di ogni poetare consiste nell’insorgere, involontario e gratuito, della meraviglia dell’uomo di fronte all’infinito, incessante palesarsi del misterioso splendore degli universi, micro o macro cosmici che essi siano. “Perlustrare il concreto mondo” invece presuppone una pervicace volontà, se non di capire, almeno di tentare di comprendere il tutto. Nulla più di gratuito. Più nessun dono per grazia ricevuto. Annientata ogni meraviglia. Così, dopo che l’originario incantamento è stato dimenticato e sepolto, resta solo la fatica dell’impresa, pur colma di dignità e di fascino ma per certi versi estranea al poetare, di “perlustrare” il mondo. Eppure, vedremo come, nonostante questo errore iniziale di intendimenti e di prospettive, quell’originario, ineffabile sbalordimento dell’uomo, non sappiamo se contro, di nascosto o per insorta diversa volontà dell’autore, riesca pur sempre ad insinuarsi tra le crepe dei versi, a tornare in vita e a commuoverci. E miracolo vuole che ciò accada fin da subito, nei versi d’apertura del libro:

Che stato di piacere
quello in cui, da fermi,
si segue con lo sguardo
qualcuno in movimento
più lontano.

Lo stato di piacere è grazia gratuita e la meraviglia si perpetua all’infinito in quel più lontano che solo apparentemente, come in un segreto incantamento, chiude la breve lirica.
Ma chi vuole perlustrare il mondo non può non vestire i panni del matematico e del fisico. Ecco allora un luminoso, originale compendio della teoria della relatività di Eistein:

È proprio andando che si capisce
qual è il rovesciamento di ogni prospettiva.
Perché, restando fermi, sfuggiva in pieno
che è una questione del tutto relativa.
Avanti e indietro… qui e là… più o meno,
ma sui riferimenti sempre circostanti.
È il movimento a darci in dote la speranza
mettendo in relazione noi stessi con le cose
e fa presenti a un tratto le ignote e le distanti,
rendendo le vicine subito vacanti.

Anche qui però sfugge una parola che rivela la distanza tra le osservazioni intuitive e sperimentali dello scienziato e le indagini del poeta ed è la parola speranza. E ancora attenzione. Non si tratta di una speranza per… o di… È infatti il solo movimento a metterci in relazione con le cose. La speranza resta irrelata, assoluta come una dea e proprio per questo vitale.
Il viaggio continua; la seconda stazione è tutta dedicata, con profondo, quasi gridato affetto paterno, alla propria figliuola. E qui, tra gli affetti familiari, Ruffilli incontra il suo Virgilio, l’amatissimo Maestro Lao Tzu. E noi ancora una volta siamo assaliti dal dubbio che non tutti gli insegnamenti del grande filosofo cinese siano stati accolti. Sulla porta della seconda stazione infatti leggiamo:

La cosa fastidiosa
è che tutto accada
anche quando non ci siamo
o, presi intanto
dentro un’altra storia,
non ce ne accorgiamo.

È il fastidio di chi, anche se solo per momentanea distrazione, ha però dimenticato il fondamentale insegnamento del Tao:
“Ho solo tre cose da insegnare: semplicità, pazienza, compassione. Questi sono i tre tuoi più grandi tesori. Semplicemente nelle azioni e nei pensieri, tu ritorni alla fonte dell’essere”.
Se si fosse davvero ritornati, con le azioni e con i pensieri, alla freschissima, incontaminata “fonte dell’essere” la quale è capace di donare anche una sorta di atemporale ubiquità, allora ogni fastidio sarebbe stato se non proprio abolito, certo sublimato.
Sarà però lo straripante amore paterno a rimettere le cose a posto. Ecco come, prodigo di consigli, il poeta si rivolge alla figlia, donandole una vera perla di amorevole saggezza e di sana dissennatezza:

Finché pretenderai di dominare
con la ragione tutti i sentimenti,
continuerai a pensare dell’amore
che è un’occasione di continui cedimenti
sopra a tutto fastidiosa e uno, anche,
dei più vani effetti del cuore sulla testa,
il ritratto intero dell’intera debolezza…
E non potrai affondare per davvero
le tue mani nella vita con l’ebbrezza
e gustare la festa in tutta la fastosa
sua impensabile grandezza.

Una lunga notte insonne, densa di capitali domande e bianca per l’assenza di risposte convincenti e definitive, nella terza stazione è l’occasione di vaste riflessioni sulla natura dell’uomo, sull’universo e il suo “infinito esplodere continuo”, sull’”accendersi e lo spegnersi (per caso?) della vita”, sulla felicità che sempre “si confonde con la dissolvenza”, sulla ragione – lo stesso “perlustrare”? – che sognando di non contraddirsi annega ogni verità. Ma in prossimità dell’alba, quando le tenebre iniziano a disfarsi nella luce e leopardianamente ci si riduce “dal mondo falso nel vero”, il pensiero ritorna inesorabile sulla propria personale condizione:

Quanti deserti ho attraversato…
Mai, per un attimo neppure,
arreso all’evidenza della mia ferita.
Io, partito debole e incerto sui bersagli
senza vera meta e senza una ragione,
capace invece contro la mia attesa
di trarre l’energia dal vuoto e dal dolore
destinato ad imparare tardi e come
analfabeta molti dei segreti dell’amore,
al buio senza previsione e senza meta
diventato con sorpresa (strana, mi dico,
la mia sorte) via via più forte per la vita
avanzando e avvicinandomi alla morte.

Sorprende in questi sorvegliatissimi versi – ossessivamente accurata è tutta la lingua poetica di Ruffilli – quella ripetizione “senza vera meta” “e senza una meta” che rintocca a distanza come oscuro presagio del secondo emistichio dell’ultimo verso.
Dice bene Maurizio Cucchi. Tutto è osservato e descritto con “concretezza maniacale”. E tuttavia proprio questa ardente meticolosità crea e nasconde una difficile ma coinvolgente armonia. Sembrerebbe che la musica sia nelle cose osservate, non nella lingua del poeta. Ed è allora facile cadere nell’abbaglio di ritenere che gli oggetti in qualche modo risentano della nostra presenza, quando invece, assai più verosimilmente, essi restano inerti e indifferenti. Eppure Le cose del mondo, la quarta stazione eponima del libro, induce a pensare che le cose possano dialogare con noi. Ne è un classico esempio l’Anello che, pur dichiarato “muto”, in effetti proclama e sancisce il “patto più prezioso”:

L’unione che non cessa mai al mondo
avvolge e stringe nel patto più prezioso,
nel sacro vincolo di vanità,
nel tratto tondo a specchio di infinito
ogni promessa e fedeltà rinchiuse
nel circolo incantato e colorito.
Imperioso ed ostinato nel suo stare muto
attorno al dito, il segno lucido dell’oro,
involuto nel riposo: magnetico potere
di suggello, la forza di catena dell’anello.

Pur di illuderci che le cose ci parlino Ruffilli, con indiscutibile, sapiente maestria, ricorre ai più antichi, classici artifici che soprattutto le lingue romanze conoscano: le assonanze e le rime. I suoni che producono le parole oro e riposo e poi suggello e anello in apertura e chiusura dell’ultimo verso ci confondono la mente fino a farci credere che sia proprio il piccolo, comune oggetto fisico chiamato anello a proclamare il suo “sacro vincolo”. Svelare o occultare l’inganno? Nella quinta stazione Atlante anatomico le cose si complicano ulteriormente. Qui è il corpo umano, o meglio, le sue parti isolate, smembrate come in una primigenia, leonardesca vivisezione a parlare: le ascelle, la bocca, i capelli, la caviglia, ecc. Non mancano neppure gli organi interni come il cervello e il cuore o semi-interni quali la lingua e i denti ma paradossalmente non ci sono le corde vocali e quindi non c’è quella fascinosa emissione sonora emessa dal corpo dell’uomo chiamata voce! L’astrazione estrema e la raffinatissima intellettualizzazione di ogni cosa produce questa grave omissione: la cancellazione dell’unico “organo” che davvero può raccontare dal vivo, hic et nunc, il mistero dell’esistenza dell’universo. Grandezza e limite di questo poetare che si era proposto la perlustrazione del “concreto mondo”. Eppure una lingua di fuoco, privata di voce umana ma traboccante d’immagini e di pensieri, riesce nell’ultima stazione miracolosamente a pronunciare “la parola”, testimoniando così ancora una volta che la Poesia vola sempre un poco più in alto d’ogni umano desiderio d’afferrare la sfuggente “tuttità”:

Ha filamenti lunghi la parola,
radiche chiare e barbe nere
che pescano nell’utero del tempo
tra le melme di quel limo viscerale
che ha dato soffio e corpo musicale
alle cose ancora sconosciute
richiamandole come fuori da se stesse
dentro il ritmo franto cadenzato
di quel tutto tuttità che è strabordante
fuoco liquido eruttato dentro ognuna
riplasmata e singola entità.

3 pensieri riguardo “Le cose del mondo e il loro oblio”

    1. Signor Bernardino, la inviterei ad argomentare le sue opinioni. Penso non ci si debba limitare ad affermazioni che, mi auguro, abbiano il sostegno di idee non banali, non superficiali, non deficienti, non ipocrite: lo esige la correttezza e la buona educazione.
      Antonio Devicienti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.