Domenico Brancale: Mal d’acqua

Mi scrive Domenico Brancale:

Quella della libreria Modo Infoshop è una delle realtà più interessanti in Italia. Una libreria che non fa rimpiangere il passato quando varcare la soglia del libro era prima di tutto porgere la mano al libraio, affidarsi al suo mondo, ritrovare il nostro. Il campo d’interesse è quello della cultura e delle arti contemporanee, dei nuovi media, dei movimenti sociali e delle controculture. Parte integrante del progetto è la programmazione a cadenza settimanale di incontri, letture, ascolti e performances musicali, proiezioni video, mostre e laboratori.
Editori di alcuni degli artisti più interessanti nel campo dell’illustrazione come Erica Il Cane, Blu, Guido Rossi e Virginia Mori, da qualche anno hanno inaugurato la collana fotocopie, oggi giunta al numero 27, con la presenza di autori che in qualche modo hanno instaurato una relazione con la libreria.

01 Giampiero Cane, D’unghie e altro (com’è che sono diventato quel Cane che sono)
02 Paolo Nori, A cosa servono i gatti
03 Franco Bifo Berardi, Neuro-totalitarismo in Tecnomaia
04 Raffaele K. Salinari, La favola di Ciao-Ciün
05 Andrea Rapino, Zagabria-Sarajevo solo ritorno
06 Paolo Morelli, Ridondanze
07 Lipperini – Manni, Tu stessa, per inseguirlo
08 CarusoDalmonte, Bestiario
09 Jadel Andreetto, Vuelvo al Sur
10 Ugo Cornia, Favole per badanti e vecchi disgraziati
11 Guglielmo Pispisa, Russia centrale in pedalò
12 Raffaele K. Salinari, Walter Benjamin ed il mistero del “Turco”
13 Alberto Ronchi, Catastrofi Naturali, Liriche 1997-2016
14 Stefano Colangelo, Break notes, 2008-2016
15 Vasco Rialzo, Il Diavolo beve spritz, Favola
16 Alberto Sebastiani, Stefano Tassinari. Frammenti di cronaca e critica
17 Oderso Rubini, A day in the life
18 Maurizio Corrado, Tre atti unici
19 Francesco Cusa, Amare, dolci pillole 
20 Massimiliano Chiamenti, Nel castello della prossima volta 
21 Emidio Clementi, Se tu no pensa, pennello va
22 Paolo Faccioli, Anarchia e Zen
23 Lorenzo Mari, Via Mascarella alta e bassa
24 Alberto Ronchi, Anni meravigliosi
25 Giancarlo Sissa, Francesca Serragnoli, Marco Montemaggi, La poesia non serve a niente
26    Luigi Lollini, L’ombra di Ratòc
27    Domenico Brancale, Mal d’acqua

 

Sto sulla soglia del non piccolo libriccino di Domenico (misura 10 cm x 15 e contiene un totale di 40 paginette) – e, ancora fermo su questa soglia, uso un paio di diminutivi-vezzeggiativi per suggerire invece, antifrasticamente, l’enormità e la serietà di Mal d’acqua:

Questo quaderno d’appunti è stato a lungo sott’acqua.
L’inchiostro ha trattenuto il respiro. A partire dalla parola
acqua gli scritti hanno assunto una forma diversa.
Ciò che mi ero prefisso non è stato raggiunto. Le parole
non sono mai il fine. Qualche cosa galleggia. Qualche
cosa affonda. Ce n’est pas fini la bête… (pag. 5)

La bête è il dolore, l’attesa, l’angoscia, la malattia, ma forse anche la lotta instancabile e instancata con il linguaggio per provare a dire l’indicibile (Scrivere è lottare con l’indicibile – pag. 8) (Stringere l’acqua tra le mani è scrivere. L’acqua è una realtà poetica – pag. 15) (Scrivere è vedere il tuo corpo – pag. 22) (La voce che affonda nella parola buia è acqua viva – pag. 32) (La parola che si pronuncia è spinta da una parola che non si sente – pag. 36). In Mal d’acqua la scienza del dolore si esprime per frammenti che si provano a dar corpo a una sapienza del dolore, pur rimanendo essi consapevoli dell’inanità del proprio sforzo: la ricerca della sapienzialità (ma insidiata dalla condizione umana estremamente fragile e profondamente ferita, da una contemporaneità condizionata nel profondo dalle cosiddette leggi del mercato e tutta tesa a celebrare un malinteso senso della bellezza e dell’eterna giovinezza) si chiama per Brancale mal d’acqua e si svolge per paradossi, ossimori, antinomie che non sono mai, si faccia attenzione, mai espedienti retorici o stilistici, ma toccano l’osso denudato del pensiero.
Il quadernetto brancaliano non è, allora, cronaca o diario, ma attraversamento, scaglia su scaglia, di una falesia stratificata perché l’acqua, che è contemporaneamente dentro e fuori la mente di questa scrittura, è veicolo del dolore, ma, pure, possibilità di vita, l’acqua sa essere, nel medesimo istante, sete e goccia per sedare la sete e l’acqua penetra in quella che chiamavo falesia e che potrei chiamare anche buio o anche inarrestata caduta in un vuoto a sua volta angosciante e prodigo di possibilità. (Anche l’ora di vivere non ha parola – pag. 13) (Scrivere dalla ferita a ciò che non è più, a ciò che non sarà mai – pag. 26) (Essere toccati dentro. Ancor prima di essere sfiorati. Da lontano. Da ciò che non è ancora – pag. 29) (Dalla comprensione non nasce nulla, è dalla non comprensione che nasce qualcosa – pag. 30) (Sei in un luogo che non riconosco. Sei immobile. Stai dove non sei – pag. 31).
Mal d’acqua dialoga in qualche modo con Mal di fuoco di Jonny Costantino, con la differenza che Brancale non racconta seguendo una trama, ma accumula i frammenti di una storia nella quale è totalmente immerso e dentro la quale il suo nuotare e bere e aver sete sono parola e difetto di parola, paura e coraggio, misura di un abisso e domanda la cui risposta è, probabilmente, un’altra domanda.
L’assetata insonnia di Alejandra Pizarnik chiude il libriccino:

«la mia sete di toccare, la mia sete animale è così
grande che soffro molto (o troppo, se vi fosse una misura)
per il semplice fatto di non potere, ad esempio,
bere la parola acqua.»

 

Propongo di seguito  i testi raccolti tra pagina 34 e pagina 36 (Mal d’acqua è diviso in capitoli intitolati La via della sete, Rimane la fuga, Acqua alta, Diario di un’ora, Derive del tu, Il bene necessario, Il territorio dell’acqua, Ate ca tu, Una crepa nera).

 

Ate ca tu

Credere all’asino che vola. Fino alla fine. Fino alla
voce.

La voce si coagula negli organi vitali, presso il polmone
e il cuore, nel diaframma lì dove l’alchimia dei
fluidi interni si genera.

La voce non è che l’avvenire del silenzio a se stesso.
Fai respiro. Fai voce. Diventa corpo.

Il corpo della scrittura è vuoto. Ragliaci dentro!

Il raglio è la voce della natura, la voce che giace sotto
il limo dell’essere umano, espressione di un’urgenza
irrimandabile, di una volontà di non tacere più dopo
aver troppo taciuto.

Intendere il raglio è l’esperienza del “non c’è niente
da dire, niente da fare”, e non c’è che questo niente
in cui credere e gettarsi, là dove la parola poetica
si dice e si scrive nel tremore di un fallimento, nella
luce smarrita di un corpo che muore e di un altro che
nasce. Intendere il raglio è riscoprire la propria iden35
tità nell’altro, scoprire nel volto umiliato della bestia
l’invisibile divino.

«Occorre prendere il reale in tutto il corpo prima di
portarlo alla voce. Prima che sia scrittura.»

Dialetto, scrivere in dialetto è tradire l’oralità. È trascrivere
il raglio, l’impossibile.

Bisogna rinnegarsi continuamente. Bisogna essere
fuori di sé. Dire l’esodo nei margini che irrompono.

«L’alfabetismo è il nemico di tutti i linguaggi spirituali:
ossia, in definitiva, della poesia» J. Bergamin

Bisognerebbe farla finita col pregiudizio dell’io. Farla
finita col pregiudizio dell’identità. Dove possiamo
stare senza? quale voce può farne a meno?

Sono stanco dell’identità. Se esiste un’identità, questa
è sempre in movimento, in farsi e disfarsi. Fuori
dalla narrazione. Scrivere l’identità. Scrivere al di là
della cronaca. Scrivere au de là parlando con l’aldilà.
Il dialogo, il vero dialogo nella poesia avviene con i
morti. Scrivere poesie è dialogare con i morti, con ciò
che deve ancora avvenire. I morti sono più vivi di noi.

Rimettere al centro del nostro sapere la santa igno-
ranza, farla convivere con tutto ciò che la eccede –
pilatismo e identità. Abbracciare il destino di ogni
nostra azione, di ogni parola sussurrata taciuta. Recuperare
l’analfabetismo.

Pilatismo, tutta la società odierna è fondata sul pilatismo,
sulla deresponsabilizzazione. Tutti se ne lavano
le mani. Noi stessi ogni mattino dinanzi allo specchio
ci laviamo le mani, ce ne laviamo le mani, per lavar
via il senso di colpa, un modo per pulirsi la coscienza
e scacciare via certi dubbi, declinando ogni propria
responsabilità in merito alle azioni che compiamo.

La parola che si pronuncia è spinta da una parola che
non si sente.

In qualche modo non dovremmo mai dimenticare che
dentro di noi esiste un Lazzaro pronto a ritornare.

 

1 commento su “Domenico Brancale: Mal d’acqua”

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