Prosa di marzo

Pierre Tal Coat: Dans les champs, acquerello, 1959.

Ora, in questo virare dell’equinozio, la casa del poeta sarà ancora più loquace: guscio di pensiero.
È un guscio d’antichissima pietra, vertiginosa una scala conduce dal piano stradale alle camere superiori.
Ma la casa di un poeta non si lascia descrivere, entra invece nella scrittura con la finestrella che guarda la montagna, con la finestra della camera che scavalca il vicolo, con la terza finestra che guarda la strada lastricata: s’impadronisce della scrittura.
La grande parete sulla quale, posati i segni della sua sapienza, il giovane venuto da Koyo seppe far dono con l’eleganza semplice e naturale dell’amicizia, con la nobiltà d’antichissima civiltà, con lo slancio di chi porta la parola del vento dentro di sé, sbaraglia ogni parigina raffinatezza: e apre una fessura nella sicumera europea.
Una piccola stufa di ghisa, spenta da anni, sovraccarica di libri, accenna a inverni d’altre lunazioni, quando i rastrellamenti perpetuavano lo scempio e la violenza, ma anche quando la neve prometteva poi giorni a salire in montagna, la vera sapiente.
Il tavolo, d’antico legno, ospita la scrittura e i pasti, il caffè (nerissimo) e tacche, scalfitture, abrasioni che sono la storia di un andare: andare per ritornare.
E di là, nelle stanze accanto e in quelle al piano superiore, al suono dei pavimenti di legno che, si direbbe, sanno vivere di vita propria (il che è ben vero) il necessario sonno notturno apre la mattinata e il pomeriggio alla scrittura.
Nel variare della luce solare sui muri e i pavimenti, nella fragranza del pane sulla tavola per il desinare, nell’aprirsi e nel chiudersi delle porte, nell’odore degli acrilici e degl’inchiostri di china distesi sulle carte, nei segni d’Africa ovunque evidenti, nel gocciare dell’acqua dentro il lavello di pietra escavata la casa del poeta trova la sua verità.
E all’amico poeta, alla sua casa ospitale (ch’è la casa di pietra antichissima e ch’è la sua poesia), dono i versi, cercati e trovati, di un suo amico, anche lui grande poeta:

J’ai seulement des choses très simples
le soleil s’est découpé peu à peu comme
ma mère découpait le pain
nous mettons la soupe sur la table
(ces choses au-dehors qui tombent lentement,
le jasmin, la neige, l’enfance)
goût de piments rouges et de dents heureuses
nos corps nous tiennent encore chaud quelque temps
dans l’âge avancé de la nuit

Lorand Gaspar, in Sol absolu et autres textes, Paris, Gallimard, 2006, pag. 62

Non ho che cose semplicissime
il sole s’è piano piano ridotto a fette come
quando mia madre affettava il pane
mettiamo il pasto in tavola
(quelle cose fuori che cadono lente,
il gelsomino, la neve, l’infanzia)
sapore di peperoncini rossi e di denti felici
i nostri corpi ci mantengono ancora caldi per qualche tempo
nell’avanzata età della notte (traduzione A. D.)

Tegu dumno abada.

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