Su “Frattura composta di un nome” di Andrea Accardi

Con un’interessante scelta anche editoriale Andrea Accardi pubblica, alcuni mesi dopo Frattura composta di un luogo (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, settembre 2019), Frattura composta di un nome (ivi, febbraio 2020), una sorta di “riavvolgimento del nastro” del libro di poco precedente, mi scrive l’autore – lo stesso è detto nella quarta di copertina: l’autore riavvolge il nastro e ripercorre la stessa struttura (Il luogo – I nomi – Le voci) e lo stesso lasso di tempo (…). Stavolta però viene dato finalmente spazio alla ragazza scomparsa (e al suo nome) prima della sparizione.


Direi che Frattura composta di un nome conferma (ma anche sviluppa) una caratteristica fondamentale del libro precedente: stile e linguaggio impiegati. La felice scelta di Andrea Accardi è infatti quella d’impiegare una struttura tendenzialmente paratattica e un’espressione chiara strutturata in proposizioni spesso brevi, ma non ci si faccia ingannare, poiché proprio tale scelta espressivo-narrativa trasmette il senso di straniamento, di pericolo nascosto e continuamente in agguato, di falsa tranquillità che, invece, caratterizzano la cittadina senza nome dove si svolgono i fatti i quali, più che narrati, risultano da una strutturazione che chiamerei a mosaico dei singoli testi, intendendo dire che ogni singolo (breve) testo si legge, più che come il resoconto di un accadimento o di un sentimento o di uno o più pensieri, come un’allusione o un accenno a fatti, situazioni, reazioni psicologiche che è compito del lettore man mano che legge ricostruire e assemblare per provarsi a giungere a una conclusione. In tal senso il lettore può coincidere con l’autore il quale ultimo possiede, forse, tutte le chiavi dell’enigma (ché entrambi i libri ruotano attorno all’enigma della ragazza scomparsa, alle inquietanti apparizioni di un uccello blu e all’enigmatica figura di un monaco o della statua di un monaco), ma il quale (l’autore, dicevo) congegna anche quest’opera in modo da farci entrare in una dimensione d’inquietante e inquieta sospensione, di guardinga partecipazione, di rinnovato disorientamento. La diamantina chiarezza linguistica dimostra benissimo che la luce più tersa può celare l’inconfessabile e il minaccioso.
Non è affatto importante sapere se Accardi all’origine abbia scritto un solo libro che poi ha separato e pubblicato secondo la successione cui mi riferivo poc’anzi (sarebbe inoltre ipotizzabile che potrebbe esserci almeno un terzo libro ancora da pubblicare) o se Frattura composta di un luogo sia venuto alla luce davvero, in fase di stesura, prima di Frattura composta di un nome o se, magari, frammenti del secondo siano nati mentre veniva scritto il primo: voglio dire che quello che importa (e che dev’essere valorizzato) è il risultato finale, certamente frutto di una ponderata costruzione o, meglio ancora a me pare, montaggio dei singoli testi, loro modulazione e loro corrispondenza, ché non si trascuri il fatto (lo ribadisco) che molto spesso il singolo testo va messo in relazione con altri testi, che esiste una sorta di circolazione ininterrotta tra le tre parti dei due libri e tra i due libri stessi. Vedo in questo un’idea efficace e davvero moderna di letteratura, scorgo una vicinanza tra letteratura e arte cinematografica, individuo una buona strategia per raccontare i nostri spaesamenti contemporanei, le nostre angosce, il nostro essere gettati in un mondo all’apparenza ordinato (addirittura geometricamente ordinato), ma in realtà minato nel profondo da pulsioni, violenze, mancanze capaci di farsi dirompenti e orribili.
Non è allora un caso che L’inverno di Brueghel sia, fin dall’esergo di Cristiano Poletti (Ognuno di noi è stato / nell’eterno inverno di Bruegel), un motivo conduttore del libro, anche perché il solo nome del pittore fa pensare ad altri suoi dipinti nei quali il massacro, la morte, l’orrore esplodono innanzi agli occhi di chi guarda. Ma non meno indicativo è il secondo esergo, di Margaret Lanterman (Non mi pesa dirvi alcune cose. / Ci sono molte cose che non devo dire), la Signora Ceppo di Twin Peaks, per cui risultano definitivamente chiari e l’opera e i fatti e i luoghi che ispirano questi due libri di Andrea Accardi, in un congiungimento che continuo ad apprezzare tra arte cinematografica (e, nello specifico, rivolta al piccolo schermo) e letteratura, ché proprio la letteratura non può ormai ignorare quanto cinema e televisione abbiano influenzato e influenzino la nostra percezione e anche la nostra rappresentazione del reale.
Reale che permane spesso disturbante, insidiosamente angosciante; l’arrivo del filosofo che terrà una conferenza nell’università della cittadina è sospeso tra attesa messianica e scetticismo; le abitudini più banali sembrano sospendersi su un abisso dilatantesi di assurdo e insensato; il passare delle stagioni acuisce l’angoscia di qualcuno, il senso di noia di altri. E allora, avvicinandosi alla conclusione del libro, inseguendo un’ipotetica trama, si può immaginare che la ragazza scomparsa sia stata vittima di uno stupro o, più probabilmente, di un aborto clandestino e di un successivo occultamento del corpo, ma oserei dire che non è questo, propriamente, il punto, perché il punto è nel nucleo densissimo di male che si dà a vedere, nel senso più o meno forte di un fallimento psicologico e umano, nella solitudine che avviluppa tutti i personaggi del libro al di là delle apparenti relazioni di amicizia o di colleganza nello studio o di intesa sessuale ch’essi intrattengono tra di loro.
Prima di concludere torno a insistere sul linguaggio; nei capitoli VIII e XVII della prima parte s’intuisce che uno dei personaggi studia all’università della cittadina e che è straniero, che non possiede ancora del tutto la lingua locale – e allora, attraverso la raffinata citazione di Barthes (il brusio della lingua), Andrea Accardi esprime la tragica contraddizione che continuiamo a esperire tra il linguaggio traverso il quale tentiamo di dire e l’enigmatica, paurosa, abissale realtà dentro cui siamo immersi, illudendoci di “vedere il retro delle cose”.
Di seguito propongo alcuni passaggi dal libro; ho volutamente evitato di riportare quei testi nei quali è esplicitato il nome della ragazza scomparsa, anche perché è mio desiderio destare curiosità nei confronti di questo nuovo libro del caro Andrea Accardi.

Il luogo

Capitolo I
C’è tanta neve che pare di stare in un quadro di Brueghel. Gli studenti entrano ed escono da case tutte uguali. Giocano con la neve quasi per dovere, poi si lamentano del gelo alle dita.
Come in un quadro di Brueghel, si prepara forse un massacro, una festa. Oppure niente (pag. 9)

Capitolo VI
Per quanto ti sforzi, non riesci a ricordare la presenza di cani. A occhio non ci sono cartacce, e il selciato è lavato di notte.
L’illusione di un mondo asettico s’interrompe alla prima zaffata di piscio, accolta quasi con liberazione (pg. 14)

Capitolo VIII
Al cinema, a teatro e perfino a lezione non cogli sempre il senso del discorso.
All’inizio ti accontenti del brusio della lingua (pag. 16)

Capitolo XII
La piazza all’ora di pranzo è tutta luce e schiamazzi. Un rapace azzurro e silenzioso fa uno strano contrasto con il mondo di sotto. Lo diresti volare da fermo.
Un tipo si pulisce il naso fino in fondo, quasi gli prudesse l’intelletto (pag. 20)

Capitolo XVII
La lingua che non padroneggi ti sembra una pellicola che soffoca il mondo. Anche l’umorismo ha poche vie di uscita.
Ma quando guardi le parole scritte intorno, l’insegna di un negozio o il nome di una strada, ti sembra di vedere il retro delle cose (pag. 25)

Capitolo XXX
La maggioranza degli studenti sono già partiti. George fissa l’erba sereno come una vacca. In apparenza non c’è contrasto tra cattive notizie e mattinate terse.
Il cielo lontano fa lo zabaione (pag. 38)

I nomi

Capitolo VIII
Thomas guarda i colleghi a lezione, ne studia l’aria assorta e la testa che annuisce. La sera prima invece ha ballato a una festa, soprattutto con le gambe, col busto ancora poco. Sta imparando i trucchi del mestiere, dice.
Di quale mestiere si tratti non gli è ancora chiaro (pag. 48)

Capitolo XII
Fabien imita le voci di tutti.
Talvolta si dimentica la propria (pag. 52)

Capitolo XV
Spesso Vinicio di sera è ubriaco. E allora esce per sbaglio dal centro e non riconosce più il posto. Cammina male per un taglio sul piede. Scivola sull’asfalto bagnato e ride. Vede il rapace azzurro per terra, che si agita come un pollo. Il rapace vola di nuovo, e Vinicio lo insegue dietro una curva. Incontra il retro di un palazzo, senza finestre come una piramide.
Si appoggia a quella parete del mondo (pag. 55)

Capitolo XXV
Marie incontra per strada cappotti e vestiti leggeri, si volta e sorride. Pensa che non le piace il cambiamento.
Pensa che ognuno di noi si porta dietro ceppi invisibili (pag. 65)

Capitolo XXVII
Per il filosofo in aula magna non si riesce neanche a entrare. Thomas ha con sé il libro nello zaino e una borraccia di vetro. Spera che si capisca ma non tutto. Sabine sorride con i denti da una foto sul muro, sembra quasi saltar fuori e salutare. “Basta diventare vittime per essere innocenti?”, potrebbe essere una domanda. Thomas quasi trema se pensa che è scomparsa.
Prende Cristina per la mano (pag. 67)

Le voci

Capitolo III
…allora che hai deciso resti o non resti dai fuori sembra un quadro di Brueghel massacrano gli innocenti o ti prendi un raffreddore… io sto già cucinando vieni a vedere il sugo che fa le bolle… (pag. 75)

Capitolo V
…non devo perdere una parola neanche una tutto deve finire sul quaderno perché non provo piacere perché sento solo quest’ansia come se il tempo fosse sempre poco dovrei essere contento e non lo sono e invece imparerò a fingere farò questo e a forza di fingere scorderò il problema… (pag. 77)

Capitolo VII
…sabato prendiamo il treno e andiamo a vedere la capitale il palazzo reale il museo con i quadri di Bosch e i mostriciattoli e la suora maiale che lecca un dannato no forse quella è da un’altra parte io se mi impegno e mi gonfio e cammino in ginocchio sembro uscito da un quadro… vedrai le chiese gotiche e i palazzoni di vetro accanto e andiamo a bere alla morte immediata, un nome così… (pag. 79)

Capitolo XII
…un’ombra sfuggente sul bianco
il lato oscuro della luna
questo non è il ricordo di una voce
questo non è l’inganno della luce… (pag. 84)

Capitolo XIV
…nel sogno guidavo e mi spuntava davanti un gigante che sbatteva il cazzo sul parabrezza che si scheggiava e io uscivo dall’auto correndo e con il fiatone mi giravo e vedevo solo due gambe altissime… (pag. 86)

Capitolo XVIII
…la tristezza è pure per il tempo che piove di continuo e neanche si vede un pezzetto di cielo… che poi non è nulla mi hanno detto è come uno spillo che buca un pallone… (pag. 90)

Capitolo XXIII
…dormiva ma sembrava come morto ho aspettato di vedere il movimento del respiro e mi sono calmata tutto intorno aforismi e proverbi e una foto di oggi e una di chissà quando… fuori della finestra ho visto come un lampo azzurro… (pag. 95)

Capitolo XXV
…io la sento da sempre la colpa come un martello che mi colpisce le spalle… ora quel cretino ce lo ha davvero il fantasma… (pag. 97)

2 pensieri riguardo “Su “Frattura composta di un nome” di Andrea Accardi”

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