(Pittorici idiomi) “Panorama da Lejre” di Vilhelm Hammershøi

Vilhelm Hammershøi, “Panorama da Lejre”, 1905, olio su tela, Nationalmuseum, Stoccolma

di  Marco  Furia

Vilhelm Hammershøi, 1905

Nel 1905, Vilhelm Hammershøi dipinse “Panorama da Lejre”.
Si tratta di una tela occupata per circa due terzi della sua superficie da un cielo in cui sono presenti candide nuvolette e, per la restante parte, da un manto erboso coronato da tre gruppi di alberi.
La sequenza delle nubi sembra quasi costituire un alto pentagramma sul quale è tracciata una non udibile musica celeste.
Fanno da contrappunto, più sotto, le tre macchie arboree che, anch’esse, sembrano porre in essere una frammentata partitura.
Due diverse melodie si distinguono, specchiandosi l’una nell’altra.
La canzone del cielo è certamente diversa da quella della terra, tuttavia l’insieme presenta un aspetto omogeneo, privo di contrasti, dimostrando come la differenza non sia, necessariamente, opposizione.
Si respira una delicata atmosfera di persistente tranquillità.
Lo sguardo, dopo essersi soffermato su cielo, nuvole, alberi ed erba, comincia a vibrare seguendo una tacita sinfonia.
Osservando il dipinto ci sentiamo coinvolti in un garbo non inerte: la serenità non è certo pigrizia.
Tutto è silenzio, eppure parla o, meglio, canta.
Il paesaggio si mostra senza nulla chiedere o pretendere: nondimeno, quella raffigurazione è opera di un uomo ed è proposta all’attenzione di altri uomini.
La natura, dunque, esiste di per sé, per chi la guarda e, soprattutto, per chi la sa guardare, ossia per chi è in grado di cogliere nei suoi comuni lineamenti un quid che evoca un esistere specifico quanto universale.
Sentirsi partecipi di qualcosa di molto più grande genera fecondi sentimenti di sicurezza capaci di proiettare l’individualità in uno spazio – tempo molto ampio e quasi eterno.
Qualcuno, con ragione, parlerà di pittura metafisica, ma io preferisco pensare a un artista affascinato da un usuale incanto in maniera talmente vivida da non poter fare a meno di dipingere proprio quel paesaggio.
Il quadro in esame non offre soltanto una veduta, istruisce.
È un po’ come se un maestro ci insegnasse una grammatica del vedere che è anche sintassi dell’essere.
In siffatta immagine, così, riusciamo a leggere la nostra vita in modo rinnovato, scoprendo un fuori che è anche un dentro, un’intima fisionomia.
Non si tratta di rendere nullo il confine tra soggetto e oggetto (d’altronde come potremmo riuscire in simile impresa?), bensì di trovare la via di un’esperienza meno ristretta.
Il mondo vive assieme a noi, influisce su di noi, fa parte di noi e ci modifica.
Il reticolato grammaticale è necessario, ma simile trama non è (tirannicamente) unica, è, piuttosto, un aspetto di quell’immenso campo del possibile in cui consiste il nostro esistere.
È, insomma, anche un affascinante dipinto leggibile come pentagramma esistenziale, come musica pittorica che, diffondendosi, attira la nostra attenzione e che, pur non essendo sonora, è avvertibile nei suoi delicati ritmi.
Una musica mai estranea, con cui tendiamo a identificarci.
La serenità di “Panorama da Lejre”, davvero, non è per nulla inerte.

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