Tre dei quattro soli (I, 1)

Verso la fine dell’anno scorso, grazie a una casuale e felicissima coincidenza, sono riuscito a recuperare un po’ di materiali (alcuni libri, qualche disco, una decina di quaderni) che credevo perduti per sempre. I quaderni, di quelli a righe con la copertina nera in uso nella scuola di un tempo, risalgono agli anni Ottanta e contengono testi di varia natura scritti nel corso di quel decennio. Parecchie pagine sono praticamente illeggibili o quasi (scoloritura dell’inchiostro, umidità, polvere, macchie più o meno estese di muffa), ma con molto impegno e tanta pazienza sto riuscendo lentamente a ricopiare alcune scritture.
Prevalentemente traduzioni. Allora (mi) traducevo per diletto, da dilettante (appunto: uno che si diletta) qualche testo o piccole opere che mi interessavano in modo particolare, per motivi di studio o, più frequentemente, per il piacere intellettuale e le suggestioni di varia natura che la lettura mi aveva dato e che avevo desiderio di approfondire utilizzando quello strumento particolare. Opere come quella che vado a presentarvi.
Con un’avvertenza: non ho attualmente, e non ho neanche potuto procurarmi, i testi originali sui quali avevo condotto le mie versioni che, in questo caso, risalenti con molta probabilità al biennio 1983-1984, avrebbero bisogno sicuramente di una completa revisione. Le pubblico come testimonianza, sperando che possano suscitare l’interesse dei lettori verso un autore le cui opere andrebbero lette, rilette, ripensate fuori dalla museificazione accademica e specialistica in cui sono da tempo confinate.
Il libro, come avete potuto capire dal titolo dell’articolo è Tre dei quattro soli, del poeta guatemalteco Miguel Ángel Asturias. Non so se sia mai stato tradotto, parzialmente o integralmente, in italiano; ho fatto a tale proposito delle ricerche in rete, ma senza nessun risultato.
L’opera fu pubblicata per la prima volta in lingua francese (Trois des quatre soleils), tradotta da Claude Couffon per le Edizioni Albert Skira, nella prestigiosa collana “Les sentiers de la création”, nel 1971; solo in seguito, se non ricordo male, fu pubblicata la prima edizione in lingua spagnola, Tres de cuatro soles. La mia traduzione, condotta inizialmente sul testo in francese, dopo qualche tempo proseguì confrontando contestualmente le due versioni. (fm)

 

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta

 

Primo sole

Tutte le cose ruppero il loro accordo con una intesa perfetta. Le sedie si lanciarono contro le sedie, i coltelli contro i coltelli, le forchette contro le forchette, i cucchiai contro i cucchiai, le salsiere contro le salsiere, i piatti contro i piatti, le tazze contro le tazze, i bicchieri contro i bicchieri, i tovaglioli contro i tovaglioli, gli stuzzicadenti contro gli stuzzicadenti, i posacenere contro i posacenere, i frutti delle nature morte contro i frutti naturali, i frutti naturali contro i frutti di cera, le posate per piccoli pesci con i loro piccoli coltelli e le loro piccole forchette contro le posate per grandi pesci, le bottiglie contro le bottiglie, le caraffe d’acqua contro le caraffe d’acqua, senza rumore… tutto senza rumore, senza rumore, senza rumore… una battaglia per fracassare tutto… frammenti di porcellana e frammenti di cristallo… vibrazione dei coltelli che si conficcavano con la lama nel tavolo attaccando altri coltelli… forchette che affondavano i loro denti le une nelle altre, come delle navicelle furiose su orditure nemiche… dei cucchiai che si ammaccavano le guance a grandi colpi… l’acqua… il vino… tutto rovesciato… rovesciati il sale, il pepe, la senape… rovesciato l’olio… oh! la macchia d’oro… e l’aceto… oh! la macchia di sangue e d’acqua mischiati… e senza rumore… senza rumore… e lontano… lontanissimo… rovesciate le persone che si dibattevano senza muoversi… senza muoversi, ancorate… corpi dai quali uscivano dei profili o delle ombre per colpire l’ombra o il profilo che era lì intorno, che era lì di fronte, e che era anche distante… le persone ancorate al tavolo, sedute al tavolo, ma le cui sagome, le ombre, i profili si battevano… senza rumore… senza fare rumore… e il lampadario di cristallo che si contorceva, in lotta con se stesso, piccoli bracci contro piccoli bracci che si scagliavano la cera delle candele, rovesciando la cera dall’alto dei soffitti… la cera contro il latte… il latte sparso sulla tovaglia come su un grembiule da balia… il crepitare delle candele dei lampadari in lotta contro quelle dei candelabri… e le persone immobili, che mangiavano, e di cui solo le ombre, le sagome, i profili si mescolavano in terribili e perfidi faccia a faccia, con le risate sulle labbra, con delle risate sulle unghie mentre si afferravano per i capelli… senza rumore… si afferravano per i capelli senza rumore… liberando cascate di capelli senza rumore… una cascata bianca, una cascata nera, una cascata bionda, una cascata castano scuro, una cascata castano chiaro, una cascata… e un’altra… un’altra ancòra, tutte cascate di capelli senza rumore… e non soltanto i capelli in lotta… le dita contro gli occhi… il desiderio di strapparsi gli occhi, di strapparsi a vicenda le orecchie… strapparsele… strapparsi la bocca con la risata e tutto il resto… uccidersi… distruggersi… vi si erano preparati tutta la vita… senza muovere il corpo, i loro corpi ancorati, saldi, che solfeggiavano i movimenti preparatori della bocca nel piatto… senza mettere i gomiti sui tavoli… i gomiti… i gomiti… i gomiti… ah! i gomiti… solo lui aveva il diritto di mettere i gomiti sul tavolo… perché, perché questo diritto… perché non lo si costringeva ad abbassare i gomiti… e a masticare in silenzio… come quando si prega… e non come masticava lui, così rumorosamente, assaporando e insalivando ogni boccone… perché loro soltanto… ah! quegli sguardi che si incrociano come pugnali… perché loro soltanto, quelle altre figure, le si obbligava a mangiare senza rumore… nonostante che dai loro corpi, ancorati, saldi, si staccassero i loro profili, le loro ombre, le loro sagome, i loro profili che masticavano, la bocca completamente spalancata, mostrando tra i loro denti particelle e residui… la buccia dei ceci sulle gengive… e a volte anche la gola… Sì, perché non lo si obbligava, lui, a chiudere e ad aprire le mascelle senza che il cibo rifluisse dagli angoli della bocca… il pane contro il pane… quali colpi terribili può portare un pane a un altro pane!… menzogna: il pane non è la pace, il grano non è il bene e non è nemmeno l’espressione della bontà… menzogna… bisognava vedere, e non per sentito dire, quali colpi il pane lievitato portava al pane tostato, il pane salato al pane zuccherato… e le gallette… quali colpi.. e l’arrosto, da cui sprizzava sangue quando si lanciava contro un altro arrosto… e i getti di brodo bollente, contro i sorbetti… e le patate contro le patate… e i carciofi guerrieri, ritti, nelle loro panoplie di piccoli pugnali, contro gli altri carciofi… ma non si poteva mangiare, come è possibile, non si poteva mangiare… suvvia, tutti stavano mangiando… le sagome, le effigi, le immagini, le ombre dai capelli grigi, dai capelli neri, dai capelli biondi, dai capelli castano chiaro e dai capelli castano scuro… mangiavano… sorridevano… sorridevano ancòra… parlavano… ma non si sentiva quello che dicevano… era più che altro il movimento delle loro labbra, quando si interrompeva il rito del mangiare senza rumore… senza mettere i gomiti sul tavolo… senza rigurgiti dagli angoli della bocca, la bocca chiusa, perché lui soltanto non era punito quando non abbassava i gomiti, mangiava a bocca piena e si inzuppava tutto… e la cameriera che annusava l’acqua della pozza… pelle zafferano… colore del rame… con dei piccolissimi occhi e delle corte trecce annodate lungo la schiena come due lucertole… in lotta, in lotta anche lei non appena entrava nella sala da pranzo… disintegrata… con un braccio che combatteva con l’altro… la testa che sbatteva contro le quattro mura… i suoi piedi che urtavano l’uno contro l’altro… soltanto i suoi indumenti fissi, fermi, senza una piega, senza una grinza, la camicetta bianca ben stirata, la gonna colorata a pieghe rigide, pieghe che somigliavano a una tubatura nella quale l’acqua invernale poteva scorrere senza sfiorarla, senza spruzzarla… e una catenina, sotto un cordoncino di amuleti, con una medaglietta della Vergine… che si batteva anch’essa, che si batteva contro il cordoncino con gli amuleti… tric trac trac tric… trac tric tric trac… si sentiva l’impatto della catenina e dello smalto rugginoso della medaglietta contro i denti di caimano difformi, male occultati, e gli artigli di tigre del cordoncino con gli amuleti… anche lei mangiava come lui.. in cucina, la cuoca, i domestici, tutti mangiavano come lui… stando a quanto dicevano, timidamente o con grandi grida o con smorfie di disgusto, atteggiamenti di compassione o di tristezza, o ancòra scuotendo la testa, quelle figure smunte, salde, fisse, le cui sagome, i cui desideri diventati pensieri si lanciavano in combattimento contro di lui e contro la sua bocca, quella che aveva già tra i denti e che le sue mascelle mostravano trasformata in polpetta color cioccolato, se si trattava di carne, o in una macchia di sangue, se si trattava di un’insalata di legumi e di barbabietole, o verdastra, se si trattava di lattuga… sì, sì, proprio loro, le capigliature, quelle dai capelli grigi, quelle dai capelli neri, e quelle dai capelli castano scuro e castano chiaro, contro la sua bocca che stava per ingurgitare, che non andava al di là della faringe, come il suo pomo d’Adamo, che saltava e si infossava mentre ingoiava… loro, contro ognuna delle sue bocche… perché… perché… ma quanto mangiava… quanto di quello che ingurgitava rimuovevano da ogni sua bocca… loro, contro il suo gomito sulla tovaglia… ah! il suo gomito, il suo gomito, il suo gomito… o quando inavvertitamente metteva il piede nella sputacchiera e la saliva di tutta la famiglia schizzava allora sulla tavola… la tavola da cui usciva il gatto che si stiracchiava con enormi scaracchi tra i mustacchi o sul suo pelo… o il cane zoppo che non si decideva a leccare quella saliva… sì, che ripulissero allora, che portassero via ogni boccone che ingurgitava… questo almeno era sicuro… ma non era sicuro… la capigliatura castano chiaro, dagli occhi chiari, anche castani, era quella che deplorava meno ogni boccone che lui inghiottiva… quella che non contava i suoi bocconi… un pezzetto di carne… in quanti bocconi si mangia un pezzetto di carne… in numerosi piccoli bocconi come quelli che loro tagliavano… lui soltanto tranciava dei grossi pezzi che gli entravano a fatica nella bocca e che restava là a rimestare, mezzo soffocato, tra i suoi denti… la sua sedia era esattamente di fronte alla capigliatura castano chiaro, dagli occhi chiari, anche castani… ma quella si divideva ulteriormente e si moltiplicava… la persona fissa, ancorata, che mangiava… la sagoma o l’ombra lanciata contro di lui, e un’altra più lontana… quell’altra… quell’altra, dove cominciava, in quale luogo dell’aria, dell’atmosfera della sala da pranzo si trovava, quell’altra che lo inondava di una sensazione vaga… quella vaga sensazione d’acqua che finiva per annegarlo in uno specchio in lotta con la luce?

1 commento su “Tre dei quattro soli (I, 1)”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.