Breve nota su “A ritroso” di Nanni Cagnone

La Casa Editrice nottetempo offre all’attenzione di un pubblico più vasto dell’usuale quella che alcuni chiamerebbero l’autoantologia di Nanni Cagnone, vale a dire una scelta dei testi pubblicati lungo gli anni effettuata dall’autore stesso; Nanni Cagnone ha intitolato A ritroso (2020 – 1975) questo elegante volumetto dalla copertina sobriamente bianca e, nella nota finale, sottolinea di aver escluso da tale scelta quei suoi libri che posseggono già una forma poematica compatta e ch’egli non voleva smembrare tradendone così la loro natura originaria.
Spiego subito perché ho accennato all’idea di “un pubblico più vasto dell’usuale”: molte delle pubblicazioni precedenti di Cagnone sono apparse presso Case Editrici appartate o conosciute ai pochi fedeli lettori di poesia (è il caso, per esempio, della notevolissima La Finestra Editrice di Lavis voluta e guidata con passione e generosità rare da Marco Albertazzi, ma anche di quell’esperienza irripetibile che fu Coliseum fondata e diretta da Cagnone stesso e, in parte, della Camera Verde); il “pubblico” della poesia è già di per sé ridottissimo, ma certamente un volume a marchio nottetempo ha ottime possibilità di rendersi maggiormente visibile e di attrarre più lettori, anche se voglio cogliere quest’occasione per sottolineare come la poesia di Cagnone sappia essere tra le rare oggi in Italia capace di uscire dalla nicchia dei lettori abituali di poesia e proporsi quale interessante esperienza anche per chi, abitualmente, non legge o non acquista questo genere letterario. Coniugando infatti la sua grande sapienza lessicale, stilistica e compositiva con l’ironia, con l’incursione lirica, con la fulminea sentenziosità, con la tagliente lucidità di giudizio, con l’accensione memoriale, il poeta ligure ha costruito negli anni un percorso di scrittura che è anche esistenziale e di pensiero capace di esprimersi in tutta naturalezza in versi, dando vita a qualcosa che poteva apparire impossibile nella nostra contemporaneità, ma che abbiamo davanti anche in questo libro: un dire sé stesso, il mondo, l’amore, la storia, la natura necessariamente in versi, ovviamente in versi, come sussistesse il grave pericolo che qualsiasi altra forma di scrittura avrebbe invece indebolito o banalizzato un discorso che deve rimanere, al contrario, sempre ritmicamente teso e vivo, sempre concettualmente coeso e alto, sempre architettonicamente elegante, complesso, marezzato pur nell’apparente sua semplicità e immediatezza.
Questi testi di Nanni Cagnone sembrano inverare la tesi che Giorgio Agamben sostiene nel trattato omonimo leggibile in Idea della prosa (Macerata, Quodlibet, 2002), vale a dire che sia l’enjambement a determinare, nel medesimo tempo, la differenziazione tra discorso in prosa e discorso in versi e la loro tendenza a un reciproco avvicinamento – è ovvio che sia nella riflessione agambeniana che nella poesia di Nanni Cagnone l’enjambement vada considerato ben oltre il dato meramente tecnico, ché esso viene a essere un portato ritmico e concettuale decisivo nella distinzione tra un discorso piattamente cronachistico o descrittivo, che sia esclusivamente prorsus (che proceda soltanto diritto, appunto) e un discorso che sia versus, che s’inarchi e “precipiti” nel verso successivo, nello stesso tempo affermandosi e negandosi come verso, abbandonando e poi recuperando la coincidenza tra sintassi e ritmo, donando alla lettura (che sia ad alta voce o interiore non importa) quell’andamento inconfondibile e indimenticabile. Questo è uno dei motivi per cui scrivevo di una sorta di necessità per la scrittura di Nanni Cagnone a configurarsi in segmenti e poi sezioni ritmiche (e i testi di Discorde, di Parmenides remastered, le traduzioni da Eschilo, da Hopkins sono nello stesso solco), vale a dire in cadenze e ritmi che strappino il dire alla volgarità e alla banalità del parlare comune, che risolvano l’equivoco (deleterio) di una poesia che “restituisca il parlato” o “si adegui alla realtà”: qui è questione di scelta e si deve scegliere tra la supina accettazione di un parlato o di una realtà (definirei un tale atteggiamento “resa senza condizioni”) che non è poi detto siano riferimenti assoluti e inoppugnabili e il pervicace continuare ad andare per regioni della lingua e del pensiero che puntualmente s’oppongano alla volgarità e alla banalità, che portino continuamente alla luce l’essenza metrica del linguaggio, la sua sonora significanza.
Si configurano così paesaggi linguistici e ritmici di totale indipendenza rispetto alle tendenze più diffuse tra Novecento e nuovo secolo; profondo conoscitore delle ricerche artistiche di questi decenni, amico e sodale di figure come Emilio Villa e Amelia Rosselli, dotato di uno sguardo che va ben al di là della provincia italica, Nanni Cagnone persegue una sua idea di scrittura senza compromessi né con mode né con scuole e il libro edito da nottetempo lo comprova benissimo; si tratta di una poesia priva di sentimentalismi, sempre sorvegliata e rivolta all’intelligenza del lettore, non alla sua emotività, coltissima senza pavoneggiarsi, derivata da un incessante rapporto della mente con il mondo, forma necessaria e naturale del pensiero.

 

 

Non guarderò
prima che nuvole e zolle
si raggiungano.
Armi senza insegne,
lontanate
prima che acqua
colpisca l’orlo del vaso.
Quale sarà
il profitto dell’attesa?
Contendenti, si obbedisce
a un corso d’acqua
quando altero, oscuro,
s’innalza (pag. 24).

 

 

Prima le cose,
infine un silenzio
vuoto del suo peso –
feriale ai fedeli
ma ai fedeli festivo.
Detto una volta io,
non avanza materia.
Tale il distacco,
un passo di meno (pag. 37).

 

 

E nei modi del fuoco
molta luce,
accompagnata
ove miele più scuro
ha segrete parole –
cavità che vorrà dire
mescolanza
se altri non si perdono
in quel cielo, e vènti
assai curiosi dei capelli
si calmano nel viso,
e specialmente
se vedere e ricordare
vivono insieme,
come acqua
che profonda ne la sabbia
non vuol dire smarrita (pag. 55).

 

 

Sale e diventa
scende e diventa,
si oscura.
È questa la forza
che volle lentamente
non agire?
Lingua del presente,
forma che manca
dopo tutte le forme.

Potessi almeno lasciarvi
un colore imperfetto (pag. 65).

 

 

Sguardi screpolati,
incredula andatura.
Non poter offrire
né legando rifiutare.
Ostinato parlare
quando una bufera
porta via la voce.
Dei nomi rimasti,
solo quelli
appartenenti.

Doveri dell’esilio (pag. 70).

 

 

Quando, oltre i vetri,
fra esperti sospiri, si guarda
un’illustrazione della luna,
o si scontenta nel fare
altro rancore, si perde
la bravura del presente
(come sommariamente dissi
a un gatto di passaggio),
quasi non bastasse a sé
ma fosse
tutto che ci attornia
bisognoso.

Tormenta me solo
l’indipendenza del tufo
presso le case? (pag. 83)

 

 

Esistenze come la mia,
tumulto desideroso,
piovasco di figure –
ma quale spreco
per chi veneri uno scopo.
Radicati-errabondi,
non si fece che passar la via –
brevi promesse del mandorlo
serti cagionevoli di rose
fragili accordi con la deriva.

Le cose nominate
smisero di seguirci (pag. 106).

 

 

Nelle antiche radure,
scoprimento maggiore
non il fuoco ma il tu,
l’incerto chiarore
a cui si deve
quasi ogni pena.

Pure, ricorderai
d’averlo detto:
lontano dal tu
non si risplende (pag. 130).

 

 

Onfalo di tua vita
un sentore di rosmarino,
gloria di salvia
se pioggia la risveglia,
e quel viso
all’angolo della via,
una così breve
inondazione –
c’è sempre una donna
che fa neonato il vivere:
donna-dimora,
acquisto di luce
in separati regni (pag. 146).

 

 

Ignoro se – qualora
aridi – i torrenti
attendano colmarsi;
coscienti del ritmo
di pienezza e povertà,
non dubiteranno
delle ripide acque
avvenire, che ora
non si mostrano.
Diversamente da noi
non hanno sorgente,
non devono tornarvi,
come noi, dal mare.

Ma,
qual alveo di torrente,
pazientemente
si consuma l’origine (pag. 168).

1 commento su “Breve nota su “A ritroso” di Nanni Cagnone”

  1. “Potessi almeno lasciarvi
    un colore imperfetto”
    quando Nanni pronuncia il suo mistero poetico con queste parole noi lo sentiamo, il “colore imperfetto”, come cosa viva scaturita per magica finzione dai suoi versi.
    Grazie sempre ad Antonio che “in-segue” i libri di Nanni.

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