Un suono che possa guardarci: su “Le cose imperfette” di Gianni Montieri

Mi piace giungere al libro Le cose imperfette (Bari, LiberAria Editrice, 2019) dopo aver almeno accennato ai due precedenti libri in poesia di Gianni Montieri: Futuro semplice (Faloppio, LietoColle, prima edizione 2010) e Avremo cura (Arezzo, Editrice Zona, 2015) – in tal modo si potrà apprezzare la coerente organicità di un percorso di scrittura (il quale riflette anche un percorso esistenziale MA senza solipsismi né autocompiacimenti) e la riconoscibilità di una precisa dizione poetica capace d’interpretare in maniera personale e originale una tendenza presente in molti poeti italiani contemporanei che focalizzano la propria attenzione sulla così detta quotidianità e sugli oggetti e luoghi più comuni e apparentemente desublimati. Mi preme però sottolineare come la scrittura di Montieri non ceda a tentazioni cronachistiche o mimetiche nei confronti del “reale”, come essa rifiuti la facile sovrapposizione di scrittura e cronachismo, di registrazione verbale del brusio di fondo delle nostre quotidianità, ma si proponga, chiara e senza simbolismi o allegorie, quale saldo scandaglio del reale, strumento del pensiero materiato di una sintassi a sua volta salda e intesa a restituire un’attitudine dell’io poetante che esercita sempre la propria razionalità spesso riscaldata da una profonda umanità e da una partecipazione emotiva che, però, mai tracima occupando tutto l’orizzonte del poetare.
È così che il Meridionale immigrato a Milano per motivi di lavoro scopre e traccia le coordinate della città lombarda riconoscendosi dentro quella vastissima e variegata comunità di “non Milanesi” che regalano alla metropoli un suo volto inconfondibile e cordiale:

Attraverso Milano (da Futuro semplice, cit. pag. 18):

Io Milano l’ho imparata il sabato
nei passi lasciati ai bordi del naviglio
su bancarelle di libri troppo usati
l’ho assimilata nei caffè
bevuti appena dopo l’alba

osservando la fretta un po’ di lato
ho allungato la falcata
ne ho preso possesso in metropolitana
un lunedì qualunque di gennaio
sottoterra amando l’interscambio

le ho voluto bene veramente
quando ho capito
il senso delle tangenziali
compreso che la nebbia ha una ragione
distinto da lontano
il suono che fa il tram.

La Milano ch’è stata o che è di Luciano Erba, di Giovanni Raboni, di Stefano Raimondi, di Milo De Angelis, di Vittorio Sereni assume anche questo volto grazie alla geografia di Gianni Montieri (perché nella poesia di Montieri esiste una vera e propria, vasta, geografia di cui andrò a breve a dire), ma non solo: fin da questo libro d’esordio emerge l’importanza che i prosatori hanno nell’opera di Montieri il quale parrebbe talvolta più incline a farsi ispirare proprio da grandi narratori come Raymond Carver o Antonio Moresco che dai poeti, trovando anche in questo una propria originalità, intendo dire nell’interesse per le storie che, però, non ignora il ritmo della lingua, il suo strutturarsi in unità di suono e di senso (Carver stesso, non lo si dimentichi, ha dato vita anche a un’interessantissima poesia, la prosa di Antonio Moresco possiede una sua peculiare musica).
La propria storia personale, fatta anche della fine di un amore, di una separazione, viene raccontata, in versi, così:

Effetti personali (ibidem, pag. 39)

L’armadio a poco a poco
dall’alto in basso
camicie jeans pullover
(mi darai una mano)

i cassetti in fretta ma con cura
una parvenza di rigore
i libri, tutti quanti i cd

ieri ho mangiato uno yogurt
prima che scadesse
l’ultima comparsa delle chiavi
sul piano di lavoro là in cucina

i passi all’indietro per non voltarsi
come l’albero in giardino mesi fa
non abbiamo retto
la fine segnata ben prima della soglia.

E certamente un poeta deve sempre fare i conti con le parole, essendo esse la materia dell’arte sua, ma anche quelle con cui ingaggiare il corpo a corpo della creazione:

E mi piacciono le parole
con le parole do i nomi alle cose
allora dopo le so le cose
imparo dove metterle
dove sta la bottiglia e dove
l’attaccapanni. Amo Guadalquivir
nome proprio di fiume
suona liquido, d’acqua
più di tutte mi piace
la parola ghiaccio, secca la gola (in Avremo cura, cit. pag. 9): era di questo che parlavo poc’anzi dicendo dell’attitudine razionale di questa scrittura non disgiunta dalla partecipazione emotiva e da un grande amore per il mondo e per le parole con cui dirlo, per i poeti e i narratori che hanno saputo dirlo:

Infine furono le case di ringhiera
La ragazza Carla, l’ordine di Giudici
tutto trovava il proprio posto

un cortile rettangolare
a chiudere il cerchio (ibidem, pag. 13) e non si trascuri il fatto che lo yogurt, i pullover, i cd, l’espressione “chiudere il cerchio” riferita a qualcosa che ha forma, in realtà, rettangolare, sono tutti dei fili rossi che è possibile seguire attraverso i tre libri in poesia di Gianni Montieri e che costituiscono un’opera molto coesa al suo interno.
Ecco apparire altri luoghi:

Guardi Marghera da un treno
la luce cambia con le stagioni
da buio a chiaro, da chiaro a buio
agli occhi che vengono dal sonno
non sembra vera, ferro sull’acqua
diresti un posto dove non si muore
un posto da fotografia, da poesia (ibidem, pag. 17) e si tratta di un andirivieni tra la regione veneziana e Milano, si tratta del treno che diviene mezzo usuale per spostarsi, ma pure del viaggiare del pensiero e dei sentimenti, visto che nasce anche una nuova storia d’amore, visto che Venezia diventa il polo d’attrazione determinante (già in questo libro l’acqua alta si profila come altro Leitmotiv: Mi parli di una città svenuta – ibidem, pag. 18) e che San Paolo del Brasile (la città dove la donna amata andrà a vivere per qualche tempo per motivi professionali) è nuovo luogo di questa geografia poetica e che, a ben guardare, in particolare gli ultimi due libri costituiscono un canzoniere d’amore; Le cose imperfette inizia infatti con una dedica – Per Anna – e la prima sezione (Lettere aperte al fronte sudamericano) s’apre con questo brevissimo testo:

Quando non ci sei non dormo
quando non ci sei ho freddo.

È molto semplice, è tutto qui (pag. 11) – mi vien fatto di dire che in questo caso non si tratta più di un futuro semplice, ma di un presente semplice nelle dimensioni (immense) del sentimento d’amore e, con esso, della nostalgia e del desiderio e dell’attesa:

Leggo Stella Distante di Bolaño
la copertina è blu come le lenzuola
dormo di traverso tocco con la testa
il tuo cuscino, tengo i piedi di qua.
Non è un libro romantico
guardo le vetrate infrante
della fabbrica di fronte, i murales;
chiudo le imposte, tu cosa guardi?
Quale notte scende a Sampa
quale buio oltre le finestre (pag. 14);

Il silenzio profondo dei cortili di Milano
la quiete azzurra nei dopopranzo
dove nessuno scuote una tovaglia
batte un cuscino. L’ordine curato
delle piante esotiche.
Brera, Navigli, Porta Romana:
visitare i giardini nascosti
nel centro di Milano, la domenica
con la gente altrove, al lago.

Sparire invece nei portoni
dove tutto vive ogni giorno
nel rumore di piatti, forchette
in bidoni da riciclo colmi
di cartoni da pizza e sciocchezze
nel Sudamerica di Affori (pag. 16).

Milano e San Paolo appartengono così a un Sudamerica che è il paesaggio geografico e sentimentale di questa prima parte del libro, abitato da persone e cose “imperfette” nel senso che il loro valore (insostituibile e prezioso) risiede proprio nel loro essere normali, invisibili rispetto al palcoscenico massmediatico contemporaneo e forse proprio per questo così profondamente umano e interessante, capace di offrirsi naturalmente allo sguardo della poesia che trova proprio nei rumori e nelle abitudini normali, nelle storie quotidiane una profonda poesia, cioè sé stessa. A tale naturale poeticità, accanto alle molte storie e luoghi e cose di anonimi, appartiene in particolare lo scrittore e poeta Michele Mari e, con lui, ancora poeti e scrittori letti e amati e qualcuno conosciuto personalmente; aggiungo che a mio giudizio al Sudamerica montieriano appartiene di diritto Giugliano, paese dell’infanzia e della prima giovinezza dell’autore, già protagonista assoluto di (sud) in caso di morte, l’intensissima, indimenticabile seconda parte di Avremo cura, così colma di figure e di storie – e presente anche nella seconda parte (Le persone rimaste) delle Cose imperfette.
Ma la geografia poetica di Gianni Montieri è anche tragica perché tragica sa essere la storia degli esseri umani:

Annegati a poche bracciate dalla riva
erano in sei, morti in faccia a Catania;
giù da un lungomare non si dovrebbe
mai morire, a quante (a quali)
bracciate è attaccata la serenità
il nostro svegliarci in un letto
passeggiare se capita sulla battigia
fingendo il lungomare un posto
dove accade l’alba, dove fa giorno (pag. 21): fingere sarebbe, applicato alla letteratura, verbo assai fecondo, ma nel caso presente il poeta lo usa con una connotazione negativa e applicandolo all’atteggiamento ipocrita ed egoista dell’Occidente.
Persone ai margini, le loro storie: eccone una:

Un gesto quando arriva
e sistema le ginocchia
sulla borsa giù dall’Accademia
l’altro quando allunga
il bicchiere vuoto di Grom
ad aspettare le monete
la testa bassa sui masegni
ma quello non è un gesto
è soltanto un segno (pag. 29) – la poesia è fatta anch’essa di segni, anch’essa bisognosa di uno sguardo, della carità di un gesto d’attenzione, oppure è (laica) preghiera:

Stasera è Cormack McCarthy che viene
a tendermi la mano, la stretta della prosa:
– la maniera che conosco di pregare – (pag. 30).

Così come laica può essere la pietas nei confronti delle vittime:

Un corpo morto s’abbraccia
a una madre, c’è vita
in questa doppia morte
così l’acqua dello stretto
appiccica col sale, non separa
ciò che è stato vivo
due volte, chi ha tentato
disperato la terza via (pag. 37).

E la poesia può erompere pure in un grido sul limitare della disperazione, in ogni caso espressione di un’impotenza esistenziale e storica che la mente rifiuta se si pensa

(…) a tutto questo
non essere all’altezza, al vivere
in pena poco più che rasoterra (pag. 38).

È l’amore a riscattare un tale non sentirsi all’altezza:

Qualcuno ha telefonato, eri tu.
La fortuna è poter sentire la tua voce
in tutte le varianti, ho pensato
ma è meglio da vicino, così
che quel suono possa guardarmi.
La casa triplica il volume quando non ci sei
qualcuno penserebbe al vuoto
– mi distraggo con i ballottaggi
francesi, penso alla Provenza, alla Bretagna –
quel qualcuno sono io (pag. 57).

Ma se l’amore, almeno nella prima parte del libro, si colorava di tratti di densissima nostalgia (quasi un moderno amor de lonh e senza alcun sentimentalismo: la pronuncia di Montieri è sempre asciutta e precisa, controllata e calibrata) ed ora, tornata l’amata nella casa comune, può essere canto dell’amore presente (siamo ora nella seconda parte del libro) insieme con la scrittura fondanti direttrici dell’esistere; si legga il testo che segue il quale ripropone il concetto (e direi anche la postura) del silenzio (non è la prima volta in Montieri) come nucleo ad altissima energia espressiva, solo in apparente contraddizione con il dire e con lo scrivere:

Cucirsi le labbra sopra
e sotto, l’ultima maniera
di comunicare, usarsi
come un monolite di silenzio.

Dovrei, per capire quel segno,
cucirmi la penna tra le dita
e bloccare l’inchiostro al polso
un verso prima della chiusa (pag. 61) – ché il silenzio dice sé stesso proprio traverso lo scorrere (vera e propria circolazione sanguigna) dello scrivere e quest’ultimo, a sua volta, ritorna significante silenzio quando sa fermarsi all’ultimo verso (quello definitivamente necessario) senza andare oltre, senza scadere nella ridondanza del non necessario da dire.
Continua inoltre a prodursi nel libro un’oscillazione tra vita privata e vita collettiva, un compenetrarsi senza soluzione di continuità – si fa udire la voce di Stefano Cucchi:

Suicidatomi senza prima saperlo.
Roma spariva come un’ecchimosi
che si riassorbe, i segni sulla faccia
restavano, erano destinati
a rimanere, a sopravvivermi.

Roma spariva ed era sentenza
dolore sordo, era silenzio di tomba (pag. 63),

per tornare a riflettere sul “peso dei giorni”:

Lo conosci il peso dei giorni?
a volte è quasi niente, lieve
più di una piuma, il vento
di cui vi vantate nella tua città.
Tu lo conosci lo so, e sai
di quando si fa tempesta
e il quasi niente diventi tu.
Vedi, quel tu sono io
il mio conforto è sapere
che siamo noi (pag. 64)

Il ritorno dell’amata nella casa comune rappresenta una virata del libro, dà vita al canto della vita condivisa che significa anche condivisione della scrittura e degli interessi artistici:

(…)
Sto scrivendo questa poesia
intanto che le cose accadono;
questa poesia sta accadendo
mentre mi siedi accanto (pag. 66): e non c’è scollamento con quanto letto e detto in precedenza, nel senso che una delle aspirazioni della poesia di Gianni Montieri è proprio la capacità di essere poesia che accade, poesia del presente, poesia fattasi tutta sguardo sulle cose imperfette perché non ancora complete (perfectae) del loro futuro.
Tornando a proporre un termine come cordialità per esprimere uno degli aspetti salienti dell’opera di Gianni Montieri, devo associargli quello di ironia e di autoironia; per esempio:

Qualcuno mi ha detto “Non aver paura
di essere lirico”. Mi sono fatto coraggio
e ho cercato nell’armadio qualcosa
da mettermi dei colori e dei tessuti
che mi accostassero al lirico, la cosa
di cui non dovrei aver paura.
E chi ne ha? Ma posseggo solo jeans
pullover grigi, neri e blu, camicie
di cotone organico. E se mi sposto
in libreria trovo penne Muji, tutto
in me è troppo contemporaneo
dovrei fare un settenario oppure
un novenario ma dopo della t-shirt
verde presa a Berlino che ne faccio? (pag. 67)

Non si tratta, ovviamente, del rifiuto di quella che potremmo chiamare “tradizione”, ma di una precisa scelta di poetica, là dove contemporaneo (tengo molto a ribadirlo) non significa per questo poeta automatica sudditanza a tutto ciò che appare contemporaneo e che quindi sembra carico di valore proprio perché definito o creduto contemporaneo – non è questione di cronologia, ma di consapevolezza, di sguardo, di attitudine critica, di coscienza storica.
Si legga allora quanto segue:

Qualcuno ha scritto di lasciar perdere
l’ovvio, la cosa mi interessa
ma avrei delle riserve, una domanda:
lasciare l’ovvio per cosa?
Rispondo che è così bello l’ovvio
di certe sere, la cosa scontata
la tua finestra sulla corte illuminata
la cosa uguale già cambiata (pag. 70).

Caratteristica lessicale comune a molti testi di questa parte dell’opera è la presenza del pronome indefinito qualcuno nel verso iniziale (qualcuno ha detto, qualcuno ha parlato, qualcuno ha twittato, ecc.) e anche in questo caso si tratta di un’interessante oscillazione pendolare tra la prospettiva dell’io poetante (in un’occasione quel qualcuno è il poeta stesso) e la comunità, anche anonima, cui si appartiene; il tu (spesso rivolto alla donna amata, ma anche alla sorella) ristabilisce l’equilibrio tra interiorità dell’io, suo rapporto con il mondo esterno e sfera degli affetti. È in tal senso che l’Asse Mediano napoletano e Giugliano innervano pagine non direi memoriali, ma, molto più efficacemente, in grado di rendere appunto presenti una serie di storie e di persone che sono parte attiva e attuale della vita dell’io poetante al di là della distanza geografica che di fatto separa la Campania da Venezia. Si realizza così una sorta di tracciato: dalla Milano di Futuro semplice si transita attraverso Avremo cura che oscilla tra Milano e Venezia per approdare alla Venezia dell’ultima parte delle Cose imperfette, Previsione di marea.
Infatti la poesia di Gianni Montieri non vuole sfuggire all’angoscia collettiva rappresentata in alcune, dense pagine del libro dall’acqua alta a Venezia, fenomeno vissuto nient’affatto come pittoresco attributo della città lagunare, ma proprio come lo vivono i Veneziani, con preoccupazione e, nei casi estremi, angoscia, appunto, con quel senso di apprensione, impotenza e disappunto che è, poi, lo stesso che si prova in altre circostanze dell’esistere:

Abbiamo tirato su i tappeti
tranne uno – baluardo di trincea –
tutte le prese, i cavi, le prolunghe
il pc è al sicuro, i libri chissà
andiamo a dormire spostando
il domani più in là. Alta marea
eccezionale codice rosso
notte di sms silenziosi
paiono partiti dalla luna
la mattina, verrà il pomeriggio
poi la sera con noi tutti
al pronto soccorso in emergenza
senza controllo davanti alla morte
chissà a San Michele cosa fanno
se la rosa sulla tomba di Stravinskij
si sposta quando spinge lo scirocco
se Brodskij tiene gli stivali pronti
tra lapide e vaso di fiori (pag. 85);

Arriva e la città è in silenzio
nessuno pronuncia una parola
entra dalla vasca, dalla corte
potesse passerebbe dal camino
penso a te che giri per casa
avverto la paura, sento le sirene
fino a Mestre, fin dentro allo sterno
mentre cerco un’ora in cui scenda
ma non succede, penso ai libri
degli scaffali bassi: si salveranno?
Una volta mi hai detto la città
è svenuta ci conoscevamo appena
oggi che anche io perdo i sensi
dentro Venezia, insieme a te
rinasco, faccio mia la precarietà
dell’attimo in cui passo
nel punto dove non distingui
la calle dal canale; se non ci piombo
dentro, mi dico, ho preso residenza
e rido spuntando sul ponte
che guarda il lago di San Barnaba (pag. 86).

Montieri non affronta qui il tema banale dell’abitare una casa e una città, ma quello ben più impegnativo dell’abitare il tempo presente, le cose imperfette nel senso già esplicitato di non ancora compiute, ma in fieri. ” Diventare Veneziano”, come era già accaduto per “diventare Milanese”, è un processo esistenziale – non è un caso che compaia, esemplarmente, il nome di Brodskij, poeta cittadino di due continenti e Veneziano per scelta d’amore nei confronti della città (non dimenticherò mai uno splendido corsivo di pochi anni addietro che Gianni ha consacrato a Fondamenta degli Incurabili); i testi dedicati a quello che è un vero e proprio apprendimento del come decifrare gli avvisi dell’arrivo dell’acqua alta, del come comportarsi durante le diverse fasi del fenomeno, il lasciarsi guidare dalla donna amata (Venezia divenuta anche il luogo dell’amore realizzato e felice) raccontano, in realtà, un nuovo dover imparare a vivere, la necessità di “prendere residenza” in una vita nuova, colma di felici segnali, ma non aliena da minacce e pericoli.
Mi interessa il futuro scrive il poeta nel verso incipitario del testo a pagina 79, per cui giungendo alla fine del libro – E finisce quando cambia il vento / (…) / marea sostenuta codice giallo / che diventa verde, marea normale, pag. 89 – si è definitivamente certi che passato e futuro sono veramente contenuti nel tempo presente, splendido e tragico, perfetto nella sua imperfezione.

 

Foto di copertina: Luca Campigotto, Venezia di notte.

6 pensieri riguardo “Un suono che possa guardarci: su “Le cose imperfette” di Gianni Montieri”

  1. Caro Antonio, hai scritto un articolo ricco, profondo, luminoso, ti ringrazio davvero tanto e grazie a Rebstein.
    Un abbraccio.

    GIanni

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