Una condizione concava

Marco Ercolani

Una condizione concava

La parola, bloccata dal senso comune nel recinto di una sola prospettiva, smette di vorticare, diventa un pezzo di plastica, un oggetto inerte che smette di sedurre: solo quando riprende a girare, inafferrabile trottola, riacquista il suo primo, indefinibile senso, quella natura di danza, di suono pieno di discorso. Ma questa danza, come si esprime? Nel ricevere e mescolare suono e parola con originali alchimie. Il poeta è un essere concavo, che trasforma le complessità in visioni linguistiche; non un essere convesso, chiuso in una veduta senza risonanze. Scrive Paul Valery: «Succedeva che Mallarmé, il meno primitivo dei poeti, tramite l’accostamento quasi ipnotico delle parole, tramite lo splendore musicale dei versi e la loro singolare pienezza, richiamasse alla mente quello che doveva essere l’elemento più potente della poesia delle origini: la formula magica». Se è impossibile trovare formule magiche per la poesia, è meno impossibile, anzi è necessario, che gli autentici poeti si escludano dal mondo riconosciuto, abitando un altro regno. «Quale sarà, allora, la condizione di un poeta che non onori il criterio della verosimiglianza, ma agisca in una grave penombra della mente? C’è un fenomeno adatto a descriverla: l’esperienza chiaroscurale di quelle figure che si vedono nel dormiveglia, nel caleidoscopio notturno proiettato sullo schermo interno delle palpebre… Questo sono, quelle figure: sogni incompleti. Sogni di chi sa di sognare. Sogni della presenza, dell’intensità della presenza. Somigliano alla poesia: anche il poeta in qualche modo giace, e la sua condizione è la stessa dello spettatore – una condizione concava. E un giovane poeta dovrà innanzitutto imparare a divenire accogliente, capace di lasciarsi prendere da figure e di prenderle poi dentro di sé, udirne la possibile voce. Capace di aspettare che il suono possibile si faccia fatale. Il poeta confida d’incontrare parole che possano riprendere in sé il segreto, l’impronunciabile mistero di quello che appare».

Nanni Cagnone ci invita, con queste parole, alla pazienza di vivere quanto non è risolto, tenendo care le nostre domande come libri scritti in una lingua straniera. La magia è cercare la parola poetica come lingua altra che sia nido caldo in cui accogliere il diverso e scudo magico per proteggersi dall’estraneo, e rimandi, proprio nel suo essere nido e scudo, la possibilità di un altrove che sospenda i codici esistenti. Il poeta può ancora intrigare il lettore non per un nuovo gioco letterario ma perché cambia le maschere in gioco rischiando la propria lingua. Il presente dell’opera è sempre l’inattualità di una maschera. «Un’ombra si inginocchia sul tavolo / scavando una luce nell’ordine delle cose» scrive Lorenzo Pittaluga. Una luce scavata dall’ombra? Nell’ordine delle cose? Perché deve accendersi quella luce? Il poeta non si sbaglia: quella luce va accesa, a costo di rischiare la vita. La parola poetica «crea il presente vero», suggerisce Maria Zambrano. Nonostante viva all’interno del suo sogno, nessuna parola è ‘sognata’ ma è sempre ‘vera’, vicina al silenzio come al grido. Poesia è perdita di cui intonare il canto, cancellamento del linguaggio che la evoca, come accade nella poesia neutra di Pedro Salinas, e non volontà intellettuale di costruire l’architettura di una composizione. Poesia è lasciare che certe parole possano dire di noi, liberamente e assurdamente, e riordinarle un attimo dopo che l’estasi e la confusione ci hanno pervasi. Chi dorme sogna di insorgere contro la realtà, anche contro se stesso. Poi si sveglia e si mette alla ricerca delle parole necessarie per trascrivere quel sogno – che è anomalia, sproporzione, aritmia. Eretica, nessuna poesia copia le visioni precedenti del linguaggio. La voce del poeta è sempre voce in un tempo che appartiene a chi non vive in sintonia con il suo tempo. Elias Canetti invitava il lettore a scrivere un libro di giorno e un libro di notte, senza mai confondere i testi: solo molti anni dopo, in tarda età, gli sarebbe stato consentito fare un confronto fra le due scritture. Un libro del giorno e un libro della notte, scritti simultaneamente come scambio continuo tra passato e presente, sonno e veglia, vita e morte, è ciò che il poeta progetta per il suo ipotetico lettore. Ancora Canetti ci avvisa: «Il piacere della comunicazione è inversamente proporzionale alla nostra reale conoscenza dell’interlocutore e direttamente proporzionale al desiderio di interessarlo a noi… È noioso bisbigliare ai vicini. È inutilmente tedioso scandagliare la propria anima… Ma scambiare segreti con Marte, senza fantasticare, è un compito degno della poesia».

Ma qual è allora il compito del poeta? Chi è il suo interlocutore? “L’interlocutore”, come suggerisce Mandel’štam, è sempre il “lettore futuro”. Il messaggio nella bottiglia arriva proprio dove è necessario che arrivi. Il lettore prescelto arriverà a leggere un testo nato proprio per lui. Nasce qui l’utopia di una “comunità senza comunità”, dove i lettori trovano i loro poeti e i poeti i loro lettori, in un fecondo abitare, tra vivi e morti, al di qua e al di là dello specchio, compagni di illusioni diverse e di diverse forme di verità. Mandel’štam cercava, nell’ossatura dei versi, una “nuova fisica delle parole”. La lingua poetica è una ‘prova estrema’ dello scrivere umano, oltre i manierismi e le scaltrezze della tecnica. L’azzardo si consuma fra i nessi imprevedibili della sintassi piuttosto che nell’isolata potenza della parola. I primi irradiano vibrazioni, la seconda brilla isolata. Come scrive Thomas Stearn Eliot: «Il significato è la trappola in cui il significante ti racchiude perché tu, placato dalla quiete del senso, ne assorba con orrore tutto il suono». La bellezza non abita le formule estatiche della sua affermazione, non si appaga di una orgogliosa e prevedibile perfezione, ma di uno stato di permanente rifiuto di quella “melodiosità” che, secondo Celan, «ancora andava risuonando, più o meno imperturbata, assieme o accanto agli eventi più orrendi». Il poeta di Czernovicz ci suggerisce che il linguaggio poetico «non trasfigura, non ‘poetizza’ ma nomina e instaura, cerca di delimitare il campo del possibile e del dato. […] All’opera qui non è mai la lingua stessa, la lingua in sé e per sé; bensì sempre e soltanto un io che parla dal particolare angolo d’incidenza della propria vita e che cerca una delimitazione, un orientamento. La realtà non è, la realtà va cercata e conquistata». È nel campo di questa delimitazione che l’avventura poetica continua: ma il tessuto dove le parole possono ancora tessere i loro scambi è un’esperienza che nasce dentro la naturale follia delle parole, che si cercano, si incrociano, lottano fra di loro, frantumate e disperse, ormai orfane d’autore. Compito del poeta è tener fermo il filo col quale cucirle, come il veggente organizza il materiale delle sue visioni: questo filo è la prospettiva da cui intravede il proprio paesaggio, la propria impronta, la propria irripetibile deformità. Una parola nata casualmente porta con sé un destino infinito, richiede gli strumenti di una frase, e poi quella frase ne chiama un’altra e un’altra ancora, fino al silenzio: è un brulichìo sotterraneo di cui non sempre captiamo i suoni compiuti.

Si è spesso cercato, per la percezione poetica, di delimitare il dentro dal fuori, usando l’io come confine logico e il non-io come slancio irrazionale. Ma oggi l’operazione è insufficiente e ridicola. L’arte è nell’evento perturbante, non nei canoni che ci difendono dalla sua violenza emotiva. L’arte è nei nostri modi, sommari, di interpretare quell’evento. Ogni lingua poetica è funzionale alla descrizione dell’unheimlich, di ciò che appare alieno, minaccioso, inesplicabile: è, in sostanza, la necessità di venire a patti con l’apparizione allarmante, la catastrofe imminente. Ogni poeta vive nella forma mentis della catastrofe. I suoi emblemi nascono da un’energia segreta, non uniforme, in perenne metamorfosi: sono, come scrive Giuseppe Piccoli, «mozzi strumenti a riferire / l’intreccio e il nodo / fra l’incendio e il naufragio / consumati di nuovo / nel passaggio / al ventre al cielo». I “mozzi strumenti” agiscono nel nodo che si forma tra corpo e cosmo, tra sensi e cielo. La presenza del fantasma è sempre palpabile. Se sa ascoltarne il brusìo, il poeta può diventarne lo stratega e assistere agli effetti deflagranti – di distruzione e ricreazione del mondo – suscitati da un gruppo di parole. Allora la sua voce, cronaca di un evento alchemico e reale, realizzerà l’impossibile equilibrio: essere allo stesso tempo salda pietra – equilibrio compositivo – e spugna porosa – abbandono percettivo.

Certe visioni si consegnano alla confusione del sintomo, dove tutto è febbre, ma esigono anche la visibilità dell’armonia, dove niente è febbre. La scrittura poetica vaga fra queste acque, costretta ad inabissarsi e a tornare verso riva. Solo rallentando l’attimo, finale e comune, della dispersione, attraverso molteplici finzioni ed estenuanti navigazioni, la scrittura diventa un oggetto esatto e tangibile per l’attimo, fulmineo, in cui esiste il libro; ma, appena un attimo dopo, il testo non è più boa, àncora, approdo, ma ancora una volta onda di un gorgo. Per ogni scrittore è indispensabile raggiungere il proprio naufragio; in modi diversi trovarne le coordinate, definirne latitudine e longitudine, in modo da avvicinarsi con appassionata prudenza, da osservatore e testimone, al maelström amato e temuto, senza rimanerne travolto e senza esserne distante. La poesia si scopre lacunosa ma fiera, e raggiunge, attraverso circuiti diversi di parole, la sua intima natura di silenzio – resistenza al linguaggio e imminenza di parola. «Esperienza smisurata, eccessiva, inespiabile, la poesia non colma ma al contrario sviscera di più il tormento e la mancanza che la generano. Il poeta avanza a passo sicuro verso la sua perdita totale, non tanto perché la poesia trionfi ma per inabissarsi lui con lei». Jacques Dupin ci ricorda che le visioni poetiche non assicurano nessuna salvezza: sono la necessità di illusione che mai ci abbandona se vogliamo abitare il nostro personale, ulteriore segreto. Senza verità, l’uomo muore; ma senza finzione non è autentico. Verità e finzione fanno parte della sola, possibile riconciliazione concessa alla parola nella sua magica resistenza all’assedio della normalità. Se esiste, nel linguaggio poetico, la fascinazione della parola intraducibile, esiste anche il potere magico della parola di persuadere, tradurre e tradirsi attraverso tutte le lingue, restando fedele al proprio essere interpretazione di un sogno, sua ragione e suo malinteso. «Sdraiato, mi sforzo di dormire, vedo immagini sconosciute / e segni che si annotano da soli dietro le palpebre / sulla parete del buio. / Nella fessura tra veglia e sogno / una grande lettera cerca di infilarsi invano» (Thomas Tranströmer).

12 pensieri riguardo “Una condizione concava”

  1. “Perché in’immagine onirica agosca sulla vita, essa deve, alla stregua di un rito misterico, essere esoerita come pienamente reale.(…) Le immagini, appagando l’istinto, modificheranno da sole il nostro modo di vivere, esattamente come farebbe l’appaganento di qualunque esigenza istintuale. Prima ancora che l’interpretazione abbia inizio, il sogno sta già operando sulla coscienza e sil mondo diurno .” (James Hillman)

  2. Scusate gli errori da smartphone: correggo le citazioni in forma più decente, chienendo scusa all’eidolon dell’immenso Hillman:
    “Perché un’immagine onirica agisca sulla vita, essa deve, alla stregua di un rito misterico, essere esperita come pienamente reale.(…) Le immagini, appagando l’istinto, modificheranno da sole il nostro modo di vivere, esattamente come farebbe l’appagamento di qualunque esigenza istintuale. Prima ancora che l’interpretazione abbia inizio, il sogno sta già operando sulla coscienza e sul mondo diurno .” (James Hillman)

  3. Certo Marco, il poeta deve cercare (e trovare), come suggerisce l’autore di “Viaggio in Armenia”, una “nuova fisica delle parole”: grazie per averlo ricordato.

  4. Aggiungerò che queste riflessioni arrivano dal lontano “Fuoricanto”, un saggio sulla poesia contemporanea che pubblicai nel 2000, e oggi, mescolate e ricombinate con altre, mi sembrano ancora attuali (mi correggo, inattuali). Il poeta deve trovare il suo “nodo infero” e, per quanto può, scioglierlo in accordi di parole.

    1. @Marco: o magari NON DEVE SCIOGLIERLO AFFATTO. Deve “semplicemente” (!!!!!!!) fatsi in bel selfie mentre ne viene irretito. Ci penseranno altri a sciogliere quei nodi, ( per poi subito riannodarli in altra forma): e gi altri sono i lettori, gli interpreti, i “critici” . Ripenso
      al meraviglioso saggio di Cristina Campo “il flauto e il tappeto”.

  5. Mi spiego: i nodi non vanno sciolti ma mostrati, come Celine mostrava il suo antisemitismo. Il coraggio è qui. Portare avanti un’ossessione, un pensiero, un’illusione. Le illusioni, anche se smascherate, restano la nostra vita. Perché “l’uomo ha una sola risorsa: fare arte di fronte alla morte”. Char non va dimenticato mai. E neppure risolto. Forse accettato. Il suo ego non ci mostra solo l’ego, ma l’abisso che lo sottende.

  6. Mi seduce l’idea dell’accumulo dei nodi che non vanno disfatti. I nodi, in altri tempi servivano a contare, a descrivere, a ricordare. E poi ci sono quelli che non servono a niente eppure sono testimoni di qualche cosa attraverso il loro moltiplicarsi (carica temporale del gesto di annodare?). La loro splendida inutilità è pari alla poesia (chi parla è una “annodatrice seriale”, ne ho ovunque nei cassetti e faccio trecce alle bambole!). Credo che Marco li veda come tanti piccoli cervelli e sa che talvolta la vita o la morte di qualcuno dipende da un nodo ben fatto o mal fatto.

  7. Viv, tu hai ragione. Dovresti cercare uno splendido libro della rivista RIGA, di qualche anno fa. Il titolo è semplice: NODI. A me affascinano i nodi che non servono a niente, ma spesso mi capitano nodi semplicemente districabili, fatto salvo che la realtà difficile è snodare il proprio stesso nodo e osservarlo senza troppa paura.

  8. Grazie Marco. Quando non era vietato passeggiare, andavo spesso a Camogli e m’incantavo davanti a un minuscolo negozio sotto i portici (vicino al faro) dove in vetrina e sulla porta (azzurra) si scorgono nodi marinai di ogni tipo. Tutti i turisti s’incantano a guardarli.

    1. @Viviane … e quella meravigliosa galleria d’arte sotto i portici che non è la solita mediocre galleria d’arte per turisti e amatori, un po’ pretenziosa e um po’ posticcia…. ma sembra far parte del porticciolo e del suo mare. E il bar del pirata l’hai presente?

      1. Sì Alessandra, ci vado spesso e sono andata anche lì. Dal pirata sono andata nella mia penultima uscita. Da lì, gli uomini di mare riparano le reti e l’airone Pippo fa stragi di acciughe sciogliendo i nodi del suo appetito. Non farmi sognare: è prematuro!

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