La Passione di Eugenio

Paolo Ottaviani

Meditazioni inconcluse sopra “L’altra passione – Giuda: il tradimento necessario?”
di Eugenio De Signoribus

(Pubblico l’intervento che Paolo Ottaviani dedica a Eugenio De Signoribus e si tratta di meditazioni, appunto, appassionate e profondamente partecipi nei confronti di un libro, ma anche di un’intera opera poetica e di una persona – l’amico stimato e ammirato – che comprovano quanto la poesia sappia andare oltre il fatto puramente letterario.  A. D.)

Mi sono accostato a questo nuovo libro di Eugenio De Signoribus – L’altra passione – Giuda: il tradimento necessario? (Interlinea, 2020) – a capo chino e con il cuore in tumulto. Risuonavano ancora in me alcuni versi del precedente libro dello stesso autore che, parlando in terza persona, raccontava un episodio della sua infanzia. Da Stazioni (Manni, aprile 2018):

(inseguire)

Quel giorno che un’auto, invece di rallentare,
accerelerò
mentre un gattino attraversava la strada,
perché un solo bambino, tra tanti gialloverdi,
le corse dietro lanciandole sassi?
La inseguì per centinaia di metri,
raccogliendo al volo, ai margini della strada,
qualunque cosa potesse essere scagliata…
Le corse dietro fino allo spasimo
finché crollò…
Poi sembrò morto. A lungo volle essere morto.

Tutto il male del mondo mi era sembrato concentrarsi e precipitare in quel verso terribile, un quinario tronco che stronca una vita – accelerò – e che produce le sue nefaste e perduranti conseguenze fino all’altro verso gemello – finché crollò…– per poi provocare una condizione indefinitamente nefasta: “A lungo volle essere morto”. Forse cominciava da allora quell’interminabile processo di espiazione – nella sua doppia (o comunque unica?) accezione di scontare una pena e di rendere pio – che caratterizza tutto il percorso umano e poetico di Eugenio. Ma anche altri, antecedenti e pur sempre taglienti, versi o frammenti di versi dello schivo poeta di Cupra Marittima mi ritornavano in mente come schegge disperse nell’arco di una produzione oramai pressoché semisecolare, quasi ancora cercassero di contribuire a un qualche compiuto o incompiuto disegno. Ho rimesso in fila alcune di queste acuminate schidiae:

(questo è il mio corpo e il mio sangue)
…queste parole – non altre – molecole
d’una reale educazione cattolica
gli vagavano dentro la testa
come intrepidi conigli affamati
e premevano veementi sulle labbra
per un improbabile riproduzione sonora…;

… per miserabile o mirabile scherzo: esatto
in mente Dei quanto in sua contorto;

io mi muovo sulle mie radici
e sono e vengo a te senza che mi dici
«àlzati»;

quando in un luogo di putrefazione
vitale un indizio si protende
per un credente vale un risorgere…;

e io, già morto, sono qui a morire…;

il calice che m’offri
col vino della salvazione,
il triangolare e benedetto nome
nel cui corpo m’innalzi,
oggi non mi consola…;

mai glorificherò il signore
né il suo regno riconoscerò
finché non guarderà l’altro volto
e non sbriciolerà il suo seggio;

(tutto,
oltre l’avvento sacrificale,
oltre la mente succursale
che s’infanga alla foce
e perde lettera e croce
…);

che la veglia sia espiazione e rivolta…;

egli visse a lungo, bambino, sopra una credenza,
come un trapezista senza corda, come
una sentinella sulle porte aperte…
quello spazio conquistato, tra fumi e vapori
e soffi umani, più vicino al soffitto che al piancìto,
fu la sua sagoma, l’abito che mai non smise;

che non si perda ciò che mai
può essere un baratto
nel sonno o nella rivolta:
l’innocenza

di questa credenza
vi sia dato atto;

tutto era un’ondata sola
tutto era dolore;

dove vince il grido dei bambini
dove tocchi la pietà dei vecchi
casa per casa, ora per ora,
la città morente è già risorta;

tra quelle maglie pietose
s’insinuava il genere male…;

l’ammasso degli innocenti
è il profilo dell’era;

e sei il pellegrino
che ospita se stesso

il nudo uno;

siamo qui per un pegno
snodo di resistenza!…-;

vedi il lampo dell’ombra
d’uno che sgozza l’agnello

e il sangue va alla radice;

– Ora fermati, chiunque tu sia,
o punitore o violento dio!
non c’è bisogno del sacrificio
è più necessaria la pietà!…-;

…egli è il bambino che è, che sente dentro sé
il piombo della mortificazione.;

Le cosiddette civiltà si distinguono non per le forme
di vita ma per gli strumenti di morte.;

Il dolore è più vasto della neve che è sopra ogni cosa
e che poi si corrompe e s’annera.
Ma il dolore resta sopra ogni cosa. Regna.;

finché non sia reperito il verbo del vero inizio
e introvato il muro del pianto;

salverai tu la mia anima
che viene a te per salvarti;

Se pur arbitrariamente divelti dalle loro originarie culle poetiche – i testi sopra riportati sono stati infatti scritti lungo tutto un quarantennio e pubblicati in diverse opere, dal 1976 al 2016, anno quest’ultimo a cui appartiene il distico conclusivo, l’unico, tra i tanti da me estirpati dai loro naturali contesti, che faccia riferimento a un mito dell’antichità classica, quello di Salmace e Ermafrodito – tuttavia questi frammenti testimoniano di un intimo, sostanzialmente ininterrotto e ad un tempo coerente e dubbioso confronto di De Signoribus con le parole dell’Antico e del Nuovo Testamento.
L’altra passione” è un libro assai complesso che, alternando e intrecciando versi e prosa, costruisce percorsi antagonisti e speculari: la passione di Cristo, il destino di ineluttabile perdizione di Giuda e la stessa storia spirituale del poeta.
Ciò che per primo, a proposito di De Signoribus, aveva intuito Giovanni Giudici commentando nel lontano 1986 Case perdute trova ora un’ulteriore conferma: nell’assillante interrogazione dei testi biblici si definisce in effetti con tratti sempre più nitidi quel “volto di poeta che singolarmente corrisponde anche ad una sua immagine personale: per una impronta di discrezione, di gentilezza e tuttavia di tenacia che sembra trovare riscontro nel tono, nei modi e nei temi stessi della scrittura”. Da questa tenacia interiore – “tigna” la autodefinisce Eugenio – nascono tutti i suoi interrogativi biblici:
“Perché un altro uomo deve essere sacrificato? … “Le Scritture sono sempre infallibili? O non posso comprendere il loro senso finché ho questa veste? Anche se basta un atto di contrizione per accedere all’eterno, so che Giuda non lo farà… Perché l’obbedienza alla consegna è stata più forte dell’obbedienza alla giustizia, all’amore verso tutti?”
Sono le domande laceranti che Eugenio si pone, talmente angosciose e interiormente sofferte da farle pronunciare a Cristo nel suo “Monologo” posto subito dopo i primi quattordici – e quattordici è il numero rituale delle stationes della Via Crucis – brevi e intensi componimenti poetici che aprono il libro.
Segue, a testimonianza di un incessante ritornare su di sé, una “Premessa” – “(Premessa, dopo)” – dove tra l’altro si legge: “penso alla salvezza come a un sentimento che riaffiora da molto lontano, dall’infanzia, dal primo senso di colpa di cui non ricordo la causa, se causa ci fu, se non la nascita”. Comincia qui a farsi strada un altro grande tema che attraversa queste pagine: il perché dell’esistenza del male nel mondo.
«E chi perdona il Signore d’aver fatto un mondo di gente così vile e carogna? ». La domanda, colta quasi per caso sulle labbra di un uomo “seduto e con la testa china” che parla solo tra sé e sé, sembra destinata a perdersi nell’aria. Invece si ripropone nelle parole stesse di Gesù riferite da Giovanni: “Non ho scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo”. E Eugenio a sua volta si chiede se non sia “ridicolo pensare che la montagna delle Sacre Scritture” potesse partorire soltanto “un topo-diavolo di nome Giuda”.
Da questi intrecci di sofferte domande, delle conseguenti tribolate riflessioni basate anche sul ricordo di episodi realmente vissuti sembra elevarsi come una nuvola di nebbiosa sacralità. Traspare e si conferma un approccio intimo e personalissimo con i testi biblici che coagula graniticamente quel “timore del sacro” che alberga fin dall’infanzia nell’anima del poeta. Egli stesso ci dice apertamente: “altre versioni o storie o false storie o favole, conosciute in seguito, non hanno potuto fare molta presa su di me”. “Storie o false storie o favole” compresi i poemi omerici che, pur avendo immaginato che potessero avere “una qualche familiarità” con le vicende dell’Antico Testamento, restano pur sempre soltanto generiche, umanissime “favole” e quell’immaginazione di familiarità con i testi biblici si considera dovuta solo a un fugace, giovanile “inganno ottico”. Tutte “storie” prettamente, esclusivamente umane quindi, tranne i testi biblici.
Dentro questo modello sacrale trova fondamento la ragione per la quale, secondo Eugenio De Signoribus, la colpa dell’esistenza del male nel mondo vada sempre e comunque ricercata sul doppio binario, umano e divino. Eppure, leggendo ciò che scrive Gianfranco Ravasi nella sua Introduzione al Pentateuco (La Bibbia – Nuova versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana – Edizioni San Paolo, 2009) a proposito della elaborazione storica, umana e “popolare” dei testi biblici, si potrebbero riscontrare, mutatis mutandis, molte analogie con quel lungo processo che ha portato alla fissazione per iscritto dei due poemi omerici:
“A elaborare questa sequenza narrativa non contribuì un solo autore, ma fu un’opera secolare dovuta anzitutto a tradizioni orali tramandate nelle assemblee di Israele, nell’insegnamento dei padri ai figli, nella memoria popolare. Queste correnti vive di ricordi e di immagini, di temi e di leggi divennero veri e propri fiumi che si cristallizzarono progressivamente in scritti coerenti di varia natura. Gli studiosi per identificare queste correnti, ossia le varie tradizioni, assegnarono le loro denominazioni convenzionali, legandole ai nomi con cui Dio veniva in esse chiamato: javista, dal nome sacro specifico del Dio di Israele, Jhwh (di solito vocalizzato in Jahwèh), ed elohista, da ‘Elohìm, termine più generico e comune nell’Antico Oriente per designare «Dio». Infine si identificò una terza corrente col nome di tradizione sacerdotale, perché sorta durante l’esilio babilonese (VI sec. a.C.) [È lo stesso secolo in cui gli autori antichi indicano che vi fu in Atene una sorta di edizione nazionale dell’Iliade e dell’Odissea N.d.A.] in ambienti sacerdotali capaci di custodire memorie molto antiche. Un’identità a parte fu sempre riconosciuta alla tradizione deuteronomista, presente nell’omonimo libro e, come si vedrà, anche nei successivi libri storici. In realtà, ora si è inclini a delimitare e a delineare queste varie tradizioni, che risalgono fino al X secolo a.C. e proseguono almeno fino al VI sec. a.C., secondo criteri molto più fluidi e da vagliare spesso caso per caso, moltiplicandone le ramificazioni, scomponendo le stesse tradizioni in correnti minori e isolandone altre più ridotte. Si tratta, quindi, di un’operazione storico-letteraria molto complessa e delicata”.
Una umana operazione “storico-letteraria” che, ovviamente non negandola, tuttavia non dà per acquisita o scontata la soprannaturale presenza o ispirazione del divino.
Ma Eugenio De Signoribus è eminentemente e squisitamente poeta e si rapporta con quella “linea della coscienza” che gli fu segnata fin dall’infanzia dall’«educazione cattolica» e con la sua naturale, radicale ribellione-avversione contro ogni ombra di ingiustizia. Per questo può porre credibilmente domande che altrimenti apparirebbero stravaganti: “Perché il Signore prediligeva Abele?” Oppure: “Il Signore, «geloso» per sua stessa ammissione, può non comprendere la gelosia di Caino per la preferenza accordata al fratello?” Ed è lo stesso Eugenio a dare una spiegazione “letteraria” ai suoi quesiti: “L’armonia non ha spazio, è piatta, non crea racconto”. Ma forse il primo peccato di Caino sta nel suo sdegno e nella sua tristezza. “Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?” gli domanda il Signore. Se Caino fosse rimasto contento del suo lavoro di agricoltore, contento delle sue offerte senza far paragoni con il fratello e lasciando giustamente libero il Signore di preferire chi avesse voluto tutto allora sarebbe rimasto in armonia. Ma questo “non crea racconto”. Sembrerebbe che la narrazione per sua natura esiga il tradimento: dello stesso Dio che si pente di aver creato il mondo e scatena il diluvio universale, di Satana, di Eva, di Caino, di Giuda, ecc. Nulla di così radicalmente diverso da quanto accade nei poemi omerici se non il fatto che questi non ci vengono raccontati nelle nostre incontaminate infanzie ma, e soltanto a pochi, durante le turbolenze della gioventù. Per la formazione delle coscienze non è una differenza da poco. Non tale però da impedirci di inchinarci di fronte al sacrificio del Figlio dell’Uomo:

Gesù innocente e visionario
Gesù inerme e rivoluzionario

Cristo dei chiodi e del sangue
Cristo dei nodi che langue

1 commento su “La Passione di Eugenio”

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