“Claustrofonia” di Doris Emilia Bragagnini

Enzo Campi

nota critica a: Doris Emilia Bragagnini  Claustrofonia (Giuliano Ladolfi Editore, 2018)

Derrida diceva: “se ne parla sempre per figure”, ma le nostre figure sono fatte di parole. Si fanno di parole, anche in senso allucinogeno se volete. Del resto una chiara impostazione onirica e una predisposizione all’artificio sono riscontrabili in molti passaggi dell’opera. Le figure della nostra autrice si costituiscono a partire da parole. Esistono, persistono e si dissolvono nelle parole.
Parliamo di parole dunque. Intanto il titolo, Claustrofonia, che fomenta una prima figura. Prima ma assolutamente emblematica. C’è da un lato la claustrofobia e dall’altro lato la fonìa. In poche parole si conferisce alla claustrofobia un aspetto sonoro, nel senso di propagazione, risonanza, ma anche di ristagno o, se preferite di circolazione interna.
Difatti ci sono almeno due possibili risvolti. Nel primo il suono procede al suo interno amplificando il disagio, nel secondo il suono si espande al suo esterno traslando il disagio nei registri della liberazione. Ci troviamo quindi di fronte a due dispositivi, per così dire intensivi e estensivi. Non è un caso difatti che la scansione ritmica dei singoli componimenti (delle singole figure) viva e si consumi nel doppio movimento di una compressione interna e di una decompressione esterna. Insomma, qualora non fosse chiaro, quest’opera vive di chiusure e aperture disposte sulla stessa linea semantica. Più che di disposizione sarebbe consono parlare di innesto. Un innesto che cade, come ebbi già modo di dire, all’improvviso, talvolta con forza e fermezza, talvolta con leggerezza e abbandono. Una scelta lucida e voluta.
Ciò che conta, forse, non è il senso ma la funzione. Non ciò che è, ma ciò che potrebbe diventare, ovvero ciò che il funzionalismo dell’ordine del discorso procura non in termini di dono, bensì in termini di dolo, di danno.
Recuperando il famoso motto di Decroux: “le mime est à l’aise dans le malaise” (il mimo è a suo agio nel disagio). E identificando il mimo con il poeta, perché poi alla fine il poeta è, molto semplicemente, un portatore di mimesi. Un portatore talvolta sano, talvolta se così si può dire, malato. Le malaise, il disagio quindi è ciò che procura l’agio, ovvero ciò che fomenta la scrittura. C’è un disagio in quest’opera? Io direi di sì, ma è un disagio che libera qualcosa, che si libera nella creazione di una serie indescrivibile di figure. E non si accontenta solo di liberarle. Queste figure circolano o, se preferite, si praticano su un asse sintagmatico dinamico, che reclama quasi una dizione veloce o quantomeno una dizione ritmica, pronta a rivalutarsi ad ogni scontro con le innumerevoli cesure che modificano l’andamento del flusso. Ecco questo è quello che conta nella poetica presa in esame. C’è un movimento. Anche quando sembra immobilizzarsi in una sorta di stallo psicologico o esistenziale, Bragagnini mette al lavoro uno stato tensivo attraverso una serie di dispositivi che si potrebbero definire di associazioni dissociative, ovvero attraverso processi sinestetici tra elementi appartenenti a insiemi diversi, talvolta apparentemente inconciliabili ma che inaspettatamente trovano una linea comune da percorrere. Si potrebbe dire una linea da battere o meglio da percuotere, al solo scopo di liberare la forza, l’energia che fibrilla in nuce e che chiede solo di essere portata allo scoperto. Si potrebbe altresì azzardare una sorta di tecnica dello scoperchiamento, nel senso dell’aletheia greca, cioè del disvelamento che, nel nostro caso specifico, si configura in quel doppio movimento che alterna l’apertura all’offerta. Cosa apre e cosa offre la nostra autrice? Apre la sua scatola interna, tira fuori tutte le sue cose, anche quelle piccole e apparentemente insignificanti, e le lancia letteralmente in pasto alla fruizione. Non resterebbe che cibarsene, con l’accortezza però di non inghiottirle voracemente, ma di procedere lentamente attraverso un primo processo di degustazione per coglierne i sapori e gli umori di cui sono intrise, e un secondo processo di masticazione, come per frantumare o comunque trattare, stemperare l’insieme e cogliere l’intensità di tutti i singoli elementi.
Lo sposizionamento tra un sintagma e quello immediatamente successivo è spesso talmente evidente, eccedente, sovrastrutturato a tal punto da fomentare l’idea che ci sia nell’autrice l’intenzione di abiurare o comunque ribaltare (pervertire) l’assolutezza di un paradigma standardizzato o comunque riconoscibile. Così il nuovo paradigma di Bragagnini consisterebbe nella mancanza di un paradigma. Ipotesto e ipertesto, il dato di fatto e il rinvio a una serie di possibili, si fondono creando un testo altro che procede solo come conseguenza diretta a una serie di lacerazioni. Una volta fondata una linea, l’autrice strappa letteralmente alcuni punti che le serviranno per la creazione di una nuova linea. Bragagnini lavora quindi per strappi e per scarti, per cadute e per ribaltamenti, per possessioni e per depossessioni.
Difatti, parafrasando Marc Augè, si potrebbe parlare di una scrittura come arte della depossessione, ma questo è un altro discorso che magari affronteremo in un contesto diverso da questo.

Qui una selezione di testi.

1 commento su ““Claustrofonia” di Doris Emilia Bragagnini”

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